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di Giuseppe Paolisso, Rettore della Seconda Università degli studi di Napoli

 

Quali criteri per iscriversi all'università? O se preferite, come scegliere il corso di laurea più appropriato? Sono questi i dilemmi a cui molti studenti devono dare una risposta che è obiettivamente difficile; quindi, proviamo a mettere in ordine dei ragionamenti che uno studente dovrebbe fare.

Il primo punto è certamente la conoscenza dello stato dell'arte. Conoscere la differenza curriculare ma anche di prospettive di lavoro che esiste tra una laurea in giurisprudenza e in studi politici, tra medicina e professioni sanitarie, tra economia aziendale e green economy è fondamentale. Quanti studenti studiano i percorsi didattici che sono presenti nell'offerta formativa delle università prima di prendere una decisione? Credo pochi, mentre molti si lasciano ancora  influenzare solo dal titolo del Corso di laurea. Nascono così gli abbandoni (che sono economicamente svantaggiose per le famiglie e le università) o le scelte fatte tanto per essere iscritti all'università o ancora peggio le scelte fatte per cambiare città in cui vivere. Come si corregge questo problema? Da molti anni le università dedicano le giornate di "orientamento" all'incontro con i futuri studenti universitatri, che però dovrebbero arrivare all'appuntamento con qualche informazione in più facilmente reperibile sui vari siti delle università, sfruttando questo momento per un approfondimento con i docenti universitari. Se queste giornate sono vissute solo come un momento di svago il risultato è difficile da cogliere.

Il secondo punto è l'analisi puntuale del proprio curriculum. Ogni scuola secondaria superiore svolge un proprio ruolo formativo ma non svolge tutti i ruoli formativi. Il liceo scientifico prepara prevalentemente per un seguito di studi in campo scientifico tecnologico, il liceo classico per quelli in campo umanistico-giuridico, l'istituto tecnico professionale per studi che possono concretizzarsi anche con un accesso al mondo del lavoro senza la necessaria prosecuzione a livello universitario. È bene che queste peculiarità siano tenute presenti, anche se nessuno potrà mai proibire ad un diplomato al liceo scientifico di iscriversi a giurisprudenza, uno del classico ad ingegneria ed un ragioniere a lingue. Certo che in questi ultimi casi le difficoltà nel seguire il percorso didattico saranno maggiori, perché si dovranno colmare lacune curriculari che non sono dello studente ma insite nel percorso didattico che si è scelto.

Ma tutto ciò non basta, perché per fare una buona scelta, si deve ascoltare il cuore, al tecnicismo e al ragionamento bisogna aggiungere il sentimento, in un equilibrio tra ragione e sentimento molto difficile da raggiungere ma che è fondamentale per una buona scelta.

La voglia di sentirsi realizzato dentro come persona e non solo professionalmete è il fertilizzante che permette il crescere e germogliare di un seme in un terreno difficile, di superare ogni ostacolo che sembra insormontabile. La mancanza di una scelta di cuore è una causa molto importante del fallimento di fronte ai primi ostacoli, perché non esistono corsi di laurea semplici o difficili, ma solo corsi di laurea che con volontà, applicazione, serietà, disciplina e metodo (caratteristiche tipiche di chi vuole riuscire) permettono di realizzarsi.

Iscriversi all'università significa prepararsi al domani, al lavoro ma soprattutto alla competizione e alla selezione che la vita ci pone davanti. Per tale motivo la scelta del corso di laurea va ponderata, ma anche calibrata sulla propria persona e sulle proprie aspirazioni, e sicuramente non va mai fatta tenendo presente quanto si potrà guadagnare in futuro (elemento assolutamente imponderabile a distanza dei 5-8 anni necessari per entrare nel mondo del lavoro). Il guadagno è quasi sempre connesso alla propria professionalità ed è elemento secondario e non prioritario su cui ragionare.

Iscriversi all'università e avere una laurea è un diritto di tutti ma per avere successo e realizzarsi c'è bisogno di un perfetto equilibrio tra ragione e sentimento, in cui la volontà è un ago della bilancia fondamentale.

 

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Brexit: Much Ado About Nothing?

 

di Olivier Butzbach Docente di Economia Politica internazionale Dipartimento di Studi Politici "Jean Monnet"

Nella famosa commedia di Shakespeare, l’inganno, la duplicità, e il misunderstanding tra i vari personaggi non ostacolano il trionfo finale dell’amore, pur avendo fatto credere, in un primo momento, al naufragio delle aspirazioni sentimentali dei singoli individui. Così potrebbero rivelarsi le conseguenze del Brexit per il Regno Unito (e per l’Unione europea). Di fronte alla promessa di cataclismi da ambedue le parti durante la campagna referendaria (conclusa, come sappiamo, dalla vittoria del “Leave” nel referendum del 23 giugno scorso), i primi effetti economici e sociali del Brexit sembrano ancora molto lievi. Ma, dicono le Cassandre, il peggio sta per arrivare.

Per accertare la probabilità del peggio, a meno di un mese dall’esito del referendum, dobbiamo iniziare dai fatti.

Al momento della stesura finale di questo breve testo (il 16 luglio), gli effetti economici diretti attribuibili senza ambiguità al Brexit sono tre: (i) un brusco deprezzamento della sterlina rispetto alle altre monete; (ii) problemi finanziari consistenti per fondi di investimento specializzati nel mercato immobiliare; (iii) una caduta del valore azionariale di alcune società quotate, tra cui le banche britanniche (meno 20% da fine giugno ad oggi).

Tutti e tre questi effetti devono essere correttamente contestualizzati.

Il deprezzamento della sterlina si iscrive in una lenta svalutazione iniziata anni fa: dal 15 giugno al 15 luglio, la sterlina ha perso “solo” il 6,7% rispetto al dollaro statunitense – e poco più di 5% rispetto all’euro. I titoli dei giornali che sottolineano come la sterline abbia raggiunto il suo livello più basso da trent’anni con la moneta statunitense sono corretti, ma dimenticano che il Brexit spiega solo una parte di questa caduta. Più inquietante è l’aumento della volatilità della sterlina sui mercati valutari. 

Per quanto riguarda i fondi immobiliari, sette tra i più grandi di questi fondi hanno già, dalla fine di giugno, adottato misure per evitare problemi di liquidità – come la sospensione del trading sulle quote di investimenti in questi fondi. Il mercato immobiliare, sia residenziale (nella fascia alta), sia commerciale, è infatti direttamente minacciato dal disimpegno di imprese e grande fortune europee. Però questo porrebbe fine a una bolla finanziaria e immobiliare formatasi anni fa. In realtà, le conseguenze più dannose le potrebbero subire le grandi banche europee che da anni hanno insediato a Londra le loro divisioni che si occupano di operazioni su mercati di capitale: con la possibilità perdita del “passaporto” europeo, quelle divisioni potrebbero dover ricapitalizzarsi in fretta – per costi che un recente studio del Boston Consulting Group stima a varie decine di miliardi di euro.

Non stupisce la natura finanziaria dei primi effetti del Brexit, e ciò per due ordini di motivi: (i) i mercati finanziari sono notevolmente reattivi agli shock di questo tipo, sia perché è l’informazione la merce primaria scambiata su questi mercati, sia perché le transazioni finanziarie sono velocissime, grazie alle potenti tecnologie impiegate; (ii) sugli altri mercati (nell’economia “reale”), gli aggiustamenti nel comportamento degli agenti economici sono molto più lenti.
Il danno principale del Brexit, a questo punto, sembra essere proprio l’incertezza che ha generato, che pesa sull’insieme delle transazioni del Regno Unito con l’estero. L’impatto di questa incertezza non può essere sottovalutato. Ma non deve neanche essere esagerato, dato il carattere non univoco degli effetti netti del Bexit sull’economia britannica e su quella dell’UE. Infatti, per alcuni settori dell’economia britannica, l’effetto del deprezzamento della sterline sarà sicuramente positivo. E’ il caso, ad esempio, dei famosi studi cinematografici di Pinewood (la Cinecittà inglese, dove sono stati girati gli ultimi James Bond o vari Star Wars), che si sono pubblicamente vantati di essere diventati ancora più attraenti, come location, dopo il Brexit.

Sarà interessante osservare, in particolare (e soprattutto per la nostra piccola comunità accademica), le conseguenze del Brexit sui rapporti tra il mondo universitario britannico e quello continentale. I segni più negativi provengono dal campo dei finanziamenti alla ricerca scientifica. I giornali britannici hanno riportato casi (aneddotici, ma forse significativi) di studiosi britannici ai quali si è chiesto di ritirarsi da progetti di ricerca finanziati dall’UE, o da consorzi di ricerca che fanno attualmente domanda di fondi UE. Questo rischio, legato all’incertezza menzionata sopra, è stata in particolare paventato da Lord Patten, il rettore dell’Università di Oxford, in un recente discorso. In gioco è l’avversione al rischio da parte di partner europei impegnati nel processo molto concorrenziale, che molti di noi conosciamo, per ottenere finanziamenti europei per le nostre ricerche.

Nel campo della mobilità degli studenti, l’incertezza è ancora maggiore. Certo, l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea potrebbe portare, a termine, alla chiusura dei programmi di mobilità intra-UE (come quello Erasmus) che consentono a studenti europei di studiare nei vari atenei britannici senza dover sborsare le ingenti somme pagate dai loro compagni britannici per l’iscrizione all’Università. Dall’altro campo, il deprezzamento della sterlina rende questi costi meno esorbitanti. Non è chiaro, quindi, se e quanto la destinazione del Regno Unito diventerà meno attraente per gli studenti europei. Le conseguenze di un eventuale deflusso di studenti europei nel Regno Unito sono ancora meno evidenti. Nell’anno accademico 2014-15, secondo i dati ufficiali pubblicati dalla Higher Education Statistics Agency, erano 436.585 gli studenti stranieri presenti negli atenei britannici. Di questi 124.525, cioè un po’ più del quarto, erano studenti UE. Distinguendo i singoli paesi d’origine degli studenti stranieri nel Regno Uniti, vediamo quanto i paesi dell’UE (la Germania, con 13.675 studenti; la Francia, con 11.955 studenti; l’Italia, con 10.525 studenti) contano poco rispetto a paesi extra UE come la Cina (89.540 studenti!), l’India, la Nigeria, la Malaysia, gli Stati Uniti… Staremo a vedere. O, parafrasando le parole di Benedick, le ultime della commedia di Shakespeare, “Think not on [that] till tomorrow”.

 

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I venti freddi della Brexit 

 

di Francesco Izzo Docente di Strategie per i Mercati Internazionali presso il Dipartimento di Economia della Seconda Università degli studi di Napoli

Theresa May, pochi giorni fa, il 13 luglio, si è insediata a Downing Street come nuovo primo ministro del Regno Unito. Benché fosse stata una tiepida sostenitrice delle posizioni di David Cameron nella campagna referendaria a favore del Remain, ha ricordato ai cittadini britannici e ai governi europei che non si torna indietro: «Brexit means Brexit». Uno slogan ad effetto che però non svela quale sarà la strategia della nuova leadership (http://www.ft.com/cms/s/0/6da146f2-485f-11e6-b387-64ab0a67014c.html#axzz4EgVINOja).
Ocse e Fondo Monetario concordano nel prevedere anni difficili per Londra. La crescita del Pil, da qui al 2020, dovrebbe perdere dai 3 ai 5,5 punti come conseguenza della decisione presa dai sudditi della regina Elisabetta. Una sterlina più debole potrebbe restituire slancio alle posizioni britanniche nel commercio internazionale, ma non riuscirà a compensare il salto all’indietro.
In realtà, ciò che spaventa tutti, e non solo i mercati azionari – che pure sono precipitati all’indomani dell’esito del referendum con il peggior tonfo che si ricordi – è l’incertezza. Lo scenario dei prossimi anni – il governo di Londra dovrà chiedere formalmente l’applicazione dell’articolo 50 del Trattato e da quel momento comincerà a scorrere la sabbia nella clessidra per almeno due anni – è una terra incognita, mai sperimentata nella storia dell’integrazione europea.
La maggior parte degli osservatori teme che per i cittadini britannici non vi sarà alcuna Terra promessa dopo una lunga e faticosa traversata nel deserto (http://marconiada.blog.ilsole24ore.com/2016/07/15/e-iniziata-la-traversata-nel-deserto-del-brexit/).
Tuttavia, quale che sia lo status che il Regno Unito riuscirà a ottenere dall’Europa a 27, certamente i contraccolpi per le economie europee non saranno irrilevanti. Intanto, non solo gli organismi comunitari che hanno sede a Londra o nel resto del paese traslocheranno, ma anche molte grandi imprese e i big player della finanza cercheranno nuovi approdi per non perdere il “passaporto” europeo. Il governo britannico potrebbe provare a bloccare la fuga da Londra offrendo condizioni particolarmente favorevoli – già ora il Regno Unito gode di non pochi privilegi rispetto ad altri paesi europei – ma se dovesse incamminarsi verso la strada che conduce verso il paradiso (fiscale), il rischio immediato è un indurimento delle posizioni dell’Unione europea non appena i negoziati cominceranno sul serio.
Ma al di là degli scenari futuri, ancora difficili da disegnare, quali saranno le conseguenze più dirette per l’economia del Mezzogiorno e, in particolare, della Campania? Consideriamo, nella nostra breve analisi, tre aree di impatto: (a) le esportazioni verso il Regno Unito; (b) il turismo inglese; (c) la posizione dei cittadini italiani che studiano o lavorano Oltremanica.

Le esportazioni. I contraccolpi della Brexit saranno inevitabili. Se, come stimano gli analisti, il Regno Unito diventerà un paese più povero, i consumi e gli investimenti rallenteranno e la sterlina si indebolirà, i flussi di importazione come è ovvio andranno a diminuire. In secondo luogo, soprattutto se le trattative con Bruxelles dovessero irrigidirsi, vi è il rischio concreto di un’adozione di misure protezionistiche, con l’imposizione di barriere tariffarie (un aumento dei dazi) e non tariffarie (controlli doganali, certificazioni, standard) per determinate categorie di beni. Queste misure avranno l’effetto di rendere più difficile, e in ogni caso più costoso, esportare prodotti made in EU a Londra e dintorni. L’Italia nel 2015 ha esportato beni verso il Regno Unito per 22,4 miliardi di euro, in crescita del 7,4% sul 2014. Negli anni della crisi, il paese è stato uno dei primi a risollevarsi, dando fiato alla domanda di beni italiani. Secondo la Sace, la Brexit sgonfierà l’export del Bel Paese nel 2017 dal 3 al 7%, con un impatto più profondo soprattutto sui settori della meccanica strumentale e dei mezzi di trasporto (http://www.corriere.it/economia/16_giugno_22/export-dietro-si-brexit-c-conto-salato-8afcd090-3856-11e6-9b03-1ff54c0a662d_print.html).
Le imprese meridionali, come è noto, non vantano brillanti performance nei mercati internazionali. Tuttavia, il Regno Unito è una delle destinazioni privilegiate per i prodotti made in Sud: nel 2015, le esportazioni dal Mezzogiorno continentale sono state pari a 2,4 miliardi di euro, in crescita costante negli ultimi anni, merito soprattutto della passione inglese per le auto, il cibo e il vino italiano.
Ma che cosa esportano allora le imprese meridionali verso la terra d’Albione? Soprattutto automobili, componenti di aereo, costruzioni ferroviarie: oltre il 38% dell’export meridionale (escluse le isole) è riconducibile all’industria dei mezzi di trasporto, che ha presenze significative in Abruzzo (Val di Sangro), Campania (Pomigliano d’Arco e Nola), Basilicata (Melfi), Molise (Termoli) e Puglia (Bari, Brindisi). Un quarto dell’export del Mezzogiorno che sbarca sulle coste di Dover è invece associato all’industria alimentare e delle bevande: la pasta, la mozzarella, i vini, i liquori, l’aceto, le conserve di pomodoro, il tonno in scatola, la frutta secca non mancano nelle case britanniche e nell’alta ristorazione italiana di Londra e dintorni. Anche l’industria meccanica (7,1%) e il settore dei prodotti in gomma e in plastica (5,8%) hanno quote significative nel Regno Unito, mentre è scivolata verso il basso l’industria tessile e dell’abbigliamento (3,2%), che però conserva una presenza significativa nella nicchia high-end della sartoria maschile.
Un’analisi d’impatto più approfondita, però, dovrebbe considerare non soltanto il valore dei flussi di esportazione, ma anche il grado di esposizione all’export verso il Regno Unito delle regioni meridionali, misurato considerando la quota delle esportazioni Oltremanica sul totale delle esportazioni regionali. E qui si scoprono elementi di non poco interesse. Sul podio del “rischio” fra le regioni più esposte agli effetti della Brexit vi sono tre regioni del Mezzogiorno: Basilicata, Abruzzo e Campania. In particolare, la Basilicata destina al Regno Unito quasi il 15% del suo export – alimentato soprattutto dalle Jeep Renegade e dalle Fiat 500x realizzate nello stabilimento di Melfi di Fiat Chrysler –, l’Abruzzo il 10,5%, la Campania il 9,4%.

Il turismo. Per gli inglesi, fra i viaggiatori in Italia più appassionati fin dall’epoca del Grand Tour, le città d’arte e il mare del Sud sono una delle mete preferite. Nel 2014, l’ultimo anno per cui si dispone di dati di dettaglio, gli arrivi in Italia dal Regno Unito sono stati 3,1 milioni per un volume di presenze pari a 11,9 milioni, segnando una permanenza media di 3,8 giorni in terra italiana. Con il 6,0% degli arrivi e il 6,4% delle presenze, l’UK occupa la quarta posizione tra i mercati di provenienza, dietro solo a Germania, Stati Uniti e Francia. Ma, soprattutto negli ultimi anni, segnati da una contrazione nella domanda, è stato uno dei paesi cresciuto di più, con un +5,2% per arrivi e +4,2% per presenze. E ancora, come indicano le stime dell’Enit, la spesa giornaliera pro capite per i viaggiatori britannici in Italia per motivi di vacanza pari a 123 €, pur non raggiungendo le cifre di giapponesi (194 € al giorno), di cinesi (184 €), americani (169 €) e russi (164 €), si posiziona ben al di sopra dei più parsimoniosi turisti francesi (100 €) e tedeschi (86 €).
Se è vero che il turismo internazionale premia poco le regioni meridionali in valore assoluto (la quota delle regioni meridionali copre incredibilmente solo il 12% degli arrivi internazionali ), ancora una volta è più utile ragionare in termini di vulnerabilità alla Brexit, misurando il tasso di esposizione al turismo britannico nelle regioni italiane. Anche stavolta non mancano le sorprese.
Al di là della piccola Val d’Aosta, premiata per le sue piste di sci, sono le regioni del Mezzogiorno a soffrire maggiormente per un calo delle presenze britanniche: la Campania ha un’esposizione pari al 18,2% (in altre parole, su 100 turisti che giungono dall’estero 18 hanno passaporto britannico), la Sicilia dell’8,7%, appena più su della Basilicata (8,6%) e della Sardegna (7,1%). Più serene, almeno in apparenza, le estati di Puglia e Molise, attorno al 6%; quasi insignificante, invece, la presenza di inglesi in Calabria.
Che cosa potrebbe accadere nei prossimi anni? Difficile una previsione. È probabile che, almeno nei prossimi anni e senza eventi apocalittici, l’impatto sull’industria turistica del Mezzogiorno sarà lieve. Il turismo inglese – incantato da Capri, Positano e la costiera amalfitana, con radici secolari a Sorrento, affascinato da Lecce e delle masserie pugliesi, invaghito dai Sassi di Matera, amante di Palermo e della Sicilia, con l’Etna e le Eolie nel cuore, che adora veleggiare o prendere il sole lungo le coste della Sardegna – è posizionato nella fascia alta del mercato: né le oscillazioni della sterlina né l’haircut del Pil dovrebbero modificare le abitudini di consumo e gli stili di vacanza per i viaggiatori ad alto reddito. Ma che cosa potrebbe accadere invece se la Brexit provocasse uno shock finanziario nella City, con conseguente rovinosa caduta degli stipendi di broker, operatori di borsa, private banker, avvocati d’affari, i quali mai vorrebbero rinunciare a un tuffo sotto i Faraglioni, a un concerto a Ravello, a una cena a Sant’Agata o a Nerano in un ristorante stellato? Uno scenario improbabile, eppure proprio la finanza degli ultimi anni ci ha insegnato a credere nell’esistenza dei cigni neri.

I flussi migratori. È l’area di impatto di più difficile analisi. Soprattutto per l’indeterminatezza dei dati. Secondo le cifre dell’Aire, l’anagrafe degli italiani residenti all’estero, nel Regno Unito risiedono 210 mila italiani; per l’anagrafe consolare, invece, gli iscritti sono 277 mila. Ma a vivere o a studiare sono molti di più, perché non vi sono tenuti a registrarsi per esempio tutti coloro che si recano all’estero per un periodo di tempo inferiore a 12 mesi. Il reperimento di informazioni aggiornate e attendibili è pressoché impossibile. Un’analisi di Nomisma ha recuperato i dati relativi agli iscritti all’Aire in alcuni dei principali comuni italiani al 31 dicembre 2015. Fra le prime città figura Napoli, con quasi 5.000 cittadini iscritti residenti nel Regno Unito, terzo paese per scelta di destinazione, con una quota del 10% sul totale di napoletani registrati (47.743),. Napoli è dietro Roma e Milano in valore assoluto, mentre è Bologna la città italiana che ha l’UK come scelta preferita.
Per il Mezzogiorno, che negli ultimi 10 anni ha perso mezzo milione di giovani under 35, quasi tutti diplomati o laureati, Londra rimane una delle mete di elezione. Se il flusso verso il Centro-Nord non si è mai arrestato negli anni della crisi – tra il 2001 e il 2014 sono emigrati dal Sud verso il Centro-Nord 1,7 milioni di meridionali – decidere di volgere lo sguardo verso l’estero è diventato sempre più frequente. Come emerge dal Rapporto Toniolo, «con l’entrata nel XXI secolo e l’inasprirsi delle difficoltà anche nelle regioni settentrionali, si è osservato un flusso crescente di uscita dal Nord verso l’estero. Molti meridionali, dopo essersi spostati nelle grandi città settentrionali sono poi ulteriormente rimbalzati verso l’estero. Negli anni più recenti, complice anche la crisi che ha visto aumentare il numero di Neet in tutto il paese, nei giovani del Sud si è consolidata sempre più l’idea che se ci si deve spostare tanto vale partire direttamente per l’estero».
Fra il 2006 e il 2015, sono stati oltre 800 mila gli italiani espatriati. Il numero complessivo di residenti all’estero si avvicina ad ampie falcate verso la soglia dei 5 milioni. Nel solo 2015 sono stati 107.529 gli italiani che si sono trasferiti all’estero, in aumento di oltre seimila unità in un anno. Ad espatriare, sempre secondo i dati dell’Aire, sono soprattutto uomini (56%) e chi ha un’età compresa fra i 20 e i 40 anni. Il Paese prediletto resta la Germania (16.569 emigrati), ormai raggiunta proprio dal Regno Unito (16.500). Ma se si restringe il focus al segmento più giovane – e qui capiamo bene quale effetto potrà esercitare la Brexit da qui ai prossimi anni – si osserva come sia il Regno Unito la vera “terra promessa”: sorpassa la Germania sia nella fascia 20-30 anni (5.421 emigrati contro 5.025), sia nella fascia 30-40 anni (4.892 contro 4.111). Guardando alle provenienze regionali, non distinte però per paese di destinazione, la Campania si colloca al settimo posto (6.827 emigrati nel 2015), nona la Puglia, decima la Calabria. Nel segmento fra i 20 e i 30 anni, è la Sicilia la seconda regione di emigrazione italiana in assoluto, alle spalle della Lombardia.
In questo scenario da tsunami demografico, come è stato definito dalla Svimez, Londra è diventata la tredicesima città italiana per dimensioni, con 250 mila connazionali che l’hanno scelta per viverci (http://www.corriere.it/cronache/15_luglio_07/nel-2014-italia-la-prima-volta-piu-emigrati-che-immigrati-londra-diventa-tredicesima-citta-italiana-f37cccc6-2478-11e5-8714-c38f22f7c1da.shtml).
Senza dubbio la Brexit renderà impervia la strada degli scambi universitari nei progetti comunitari, sia per gli studenti sia per i docenti, e avrà effetti anche sull’economia britannica movimentata dai flussi di talenti in entrata. In base alle rilevazioni di Universities UK nel 2012-2013 il 5,5% degli studenti nel Regno Unito era di provenienza comunitaria, generando maggior ricavi per l’economia del paese per una cifra pari a 3,7 miliardi di sterline e offrendo 34 mila posti di lavoro alle comunità locali. Non si dovrebbe dimenticare che un professore su sei fra quelli che insegnano a Oxford, a Cambridge, nelle università inglesi o scozzesi, ha un passaporto comunitario. Che succederà quando dovrà chiedere un visto? (http://www.telegraph.co.uk/education/2016/05/24/what-would-brexit-mean-for-universities-and-eu-students/)
Così come va ricordato, rovesciando la prospettiva di analisi, che negli ultimi anni oltre 200 mila studenti britannici hanno beneficiato del programma Erasmus. Ed è proprio alla generazione Erasmus che la Brexit infliggerà un duro colpo: da sempre le università di Oltremanica sono state fra le destinazioni più gettonate degli studenti europei. Per esempio, sono stati 2.695 gli studenti italiani che nel 2015 hanno scelto il Regno Unito per l’Erasmus. Dal 2007 al 2015, la mobilità degli studenti italiani è cresciuta dell’80%. Dall’Agenzia nazionale Erasmus+ giungono rassicurazioni, ricordando che è un programma non circoscritto ai soli paesi Ue (vi partecipano a pieno diritto anche i Paesi dello spazio economico europeo (Norvegia, Islanda, Liechtenstein), ma è inevitabile che la questione della libertà di movimento di studenti e docenti, così come il futuro della cooperazione transnazionale per la ricerca finiranno sul tavolo delle negoziazioni.
Per i ricercatori, le collaborazioni con i colleghi e i centri di ricerca britannici potrebbero diventare inevitabilmente più complicate e molti network consolidati che avevano come nodi in posizione-chiave università o imprese del Regno Unito vedranno indebolirsi la propria forza competitiva in occasione dei bandi comunitari.
Per la quinta maggiore economia del mondo, per il campione europeo degli investimenti diretti dall’estero, per la più importante piazza finanziaria europea, per il più attrattivo sistema universitario del Vecchio Continente, la Brexit non potrà passare inosservata, senza provocare danni, lasciando immutato il paesaggio culturale europeo. Come ha scritto Timothy Garton Ash, professore di Studi europei ad Oxford (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2016/07/04/che-ne-sara-della-gran-bretagna-e-dellue27.html), «la Brexit è un incubo da cui stiamo cercando di svegliarci». E neppure per l’Italia, e in particolare per le sue regioni in ritardo di sviluppo, per le imprese e i ricercatori, per i suoi studenti, sarà una notte tranquilla.

 

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di Aldo Amirante Docente di Diritto internazionale presso il Dipartimento di Scienze politiche “Jean Monnet” della Seconda Università degli studi di Napoli

 

Negli ultimi 20 anni, dall’attentato a Luxor nel 1997 fino al recentissimo evento di Dacca,  una serie di attentati di matrice islamista ha colpito luoghi spesso turistici, ma anche luoghi di ordinario svolgimento di attività umane, come per le Torri Gemelle, Parigi nel 2016, lo stesso attentato di Dacca. Alcuni luoghi hanno un simbolismo immanente, come le Torri Gemelle, appunto, o lo stadio di Parigi, altri sono veri e propri luoghi turistici per eccellenza, come il museo del Bardo a Tunisi, ma rappresentano anche aspetti strettamente significativi, e quindi simbolici, per i paesi colpiti.

Emerge che l’obiettivo terroristico è rivolto al turismo come a qualsiasi altra attività umana, purché questa si svolga in un centro di aggregazione o di affluenza, allo scopo, evidentemente, di massimizzare l’effetto nocivo su un numero indistinto ma ampio di individui, con preferenza verso luoghi simbolo, ma senza escludere altri centri di affollamento, come aeroporti, stazioni etc.  
E’ innegabile che il terrorismo islamista presenti effetti sul turismo, in particolare sulla scelta delle mete, e sta ridisegnando la mappa del turismo. Un esempio di riferimento che ci riguarda direttamente è l’area mediterranea, che da solo conta 345.2 milioni di presenze straniere, cui vanno aggiunte le presenze domestiche: in quest’area l’Egitto si trova di nuovo ad affrontare una gravissima perdita di visitatori (dopo che aveva recuperato l’impatto dell’attentato del 1997), crollano le prenotazioni per la Tunisia e, più recentemente, per la Turchia. Ne traggono vantaggio i paesi settentrionali del Mediterraneo, come Spagna, Italia, Croazia e anche Cipro, anche se con incrementi molto differenti, basti pensare al +32% di Cipro e il +3% dell’Italia (dati riferiti al periodo gennaio marzo 2016).
 
La perdita di numeri turistici a seguito di eventi terroristici, tuttavia, non è drammaticamente irreversibile. Secondo gli studi del World Tourism Trade Council (WTTC) nei paesi occidentali l’impatto degli attentati ha una durata sensibilmente minore rispetto agli altri, con riduzioni di presenze che possono durare una settimana, come è accaduto a Londra dopo l’attentato del 2005, fino a qualche anno, con un tempo medio di recupero delle presenze di 13 mesi, molto più veloce rispetto alle epidemie (21 mesi), ai disastri ambientali (24 mesi) e all’instabilità politica (27 mesi). Uno dei casi più lenti è stato il recupero del turismo negli USA dopo l’11 settembre, i cui valori sono tornati al periodo precedente solo nel 2007.  
Con ogni probabilità è la percezione di sicurezza ciò che consente indirizza la scelta verso una meta piuttosto che un’altra, fattore dal quale non sono del tutto estranei gli operatori turistici, che potrebbero scegliere mete più sicure perché meno sensibili a variazioni di costi degli investimenti e a incrementi di costi per incidenti.
Per ovviare agli attacchi terroristici l’Organizzazione Mondiale del Turismo ha avanzato, sin dagli attacchi alle Torri Gemelle, delle proposte per favorire il recupero dei flussi turistici, come rafforzare la fiducia nel desiderio di viaggiare, incrementare la conoscenza e la corretta valutazione dei rischi associati ai viaggi; un’attenzione particolare sulla sicurezza di tutta la filiera del turismo, non solo al trasporto aereo e agli aeroporti; politiche d'informazione trasparenti in tempi di crisi.
Uno delle attività per contrastare questo effetto, e soprattutto le perdite di turisti nel breve periodo nella penisola e in Europa, è quella di far arrivare ai potenziali visitatori, soprattutto le famiglie, il concetto che il prevalere la paura è esattamente  il principale obiettivo del terrorismo, e che questo non punta solo ai luoghi turistici, ma colpisce aspetti quotidiani, purché centri di aggregazione o affluenza. Ciò significa che non è lo spostamento nel mirino, bensì la folla, e che evitare di muoversi non limiterà in nulla i pericoli del terrorismo. Altro aspetto importante è rimarcare che non esistono aree immuni dal terrorismo, perché colpisce ovunque, America, Europa, Asia e Africa.
I governi svolgono un ruolo primario, perché devono garantire il più possibile la sicurezza, adottando tutte le misure di prevenzione e di repressione. E’ importante che queste misure siano comunicate e percepite quale fattore di sicurezza comune. In tal senso possono essere di aiuto gli accordi internazionali, e le normative anche di carattere regionale, volti a garantire controlli più efficaci sugli spostamenti, sui soggiorni di breve e lunga durata, sulle armi. Un esempio è la direttiva PNR, approvata nell’aprile scorso, che prevede l’istituzione di un registro dei passeggeri dei voli aerei, allo scopo di avere in tempo reali notizie di spostamenti in ingresso ed uscita dall’Europa.  
Occorre tuttavia molta attenzione, affinché un eccesso di politiche di sicurezza non alteri gli equilibri fra diritti fondamentali, istanze democratiche e controlli di polizia. Altri strumenti, anche più efficaci, sono quelli dell’informazione preventiva, di cui è eccellente esempio l’Unità di crisi del Ministero degli Affari Esteri italiano, che coniuga, al sito www.viaggiaresicuri.it, l’informazione sulle aree a rischio (per qualunque tipo di pericolo, non solo terroristico) alla possibilità di comunicare la propria posizione per tutti gli italiani che siano all’estero per qualunque motivo, onde consentire alla Farnesina di intervenire in caso di emergenze.   
Le società civili devono dimostrare di sapere reagire, di non cambiare i propri modelli di vita, che equivale ad una resa al terrorismo, e che, lungi dall’allontanare il pericolo, potrebbe incitare i terroristi verso obiettivi più rilevanti.

Bibliografia
 
Costa Nicolò, Turismo e terrorismo jihadista, Rubbettino Editore, 2016.
García Lodeiro, Julio César. Incidencia Del Terrorismo Sobre El Turismo. Ministerio de Defensa: Centro Superior de Estudios de la Defensa Nacional, 2004.
www.consilium.europa.eu/it/policies/fight-against-terrorism/passenger-name-record/
www.corriere.it/esteri/16_giugno_29/attentato-istanbul-turismo-turchia-effetti-terrorismo-a2c3dac0-3dec-11e6-8cc3-6dcc57c07069.shtml
www.ontit.it
www.puretourism.it/curiosita-e-riflessioni/gli-effetti-del-terrorismo-sul-turismo/
www.touringclub.it/notizie-di-viaggio
www.viaggiaresicuri.it
www.wttc.org

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di Giuseppe Argenziano Professore di Clinica Dermatologica presso la SUN

Bastano davvero poche attenzioni per non rovinare le meritate vacanze con una brutta scottatura. Le parole d’ordine sono: protezione e gradualità.

Il Sole è un alleato della salute perchè stimola la produzione di vitamina D, fondamentale per grandi e bambini, ma nel contempo è un nemico della pelle. I raggi UV di tipo B infatti provocano danni al Dna delle cellule cutanee, aumentando il rischio di melanoma. E quelli di tipo A, penetrando più in profondità nella pelle, modificano le fibre collagene ed elastiche, favorendo la comparsa di rughe e accelerando il processo di invecchiamento cutaneo. Stiamo attenti quindi i fanatici della tintarella: meglio non esagerare con l’esposizione e, in ogni caso, è bene seguire alcune regole importanti. Per evitare le scottature è fondamentale proteggere la pelle in modo adeguato.
Il fattore di protezione varia a seconda del tipo di pelle: chi ha la pelle chiara deve orientarsi sulla massima, chi ha la carnagione più scura può usare una protezione medio-bassa. Entrambi devono però andarci piano, soprattutto i primi giorni di mare. E poi bisogna ricordarsi di riapplicare la crema ogni due ore.

Con i bambini ci vogliono maggiori attenzioni: anzitutto è bene usare la protezione massima e, sotto i due anni, è opportuno non stare in spiaggia nelle ore più calde, tra le 11 e le 16. Sempre meglio poi fargli indossare un cappellino bagnato, così da evitare le cosiddette insolazioni. Alla sera poi è sufficiente farsi una doccia con un detergente delicato, per non stressare la pelle già irritata.
Infine bisogna applicare una crema dopo sole lenitiva, in grado cioè di «spegnere» l’irritazione e dare un po’ di sollievo alla pelle.

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di Nicola Coppola, Caterina Monari - Malattie infettive - Dipartimento di Salute Mentale, Fisica e Medicina Preventiva

 

Il virus Zika, contrariamente al pensiero comune, è un virus che viene da lontano, rimasto nell'oscurità per quasi 70 anni: fu, infatti, isolato in una scimmia nella foresta di Zika in Uganda già nel 1947, ma il primo caso di infezione umana risale al 1954, in Nigeria. Tuttavia, è solo a partire dai primi mesi del 2015 che questo agente virale ha iniziato a incutere un timore via via crescente, a causa della sua rapida diffusione nei paesi dell’America latina. Nel giro di pochi mesi, infatti, solo in Brasile sono stati registrati circa 1,3 milioni di casi di sospetta infezione da Zika. Il 1/2/16 l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato lo stato di "emergenza globale di sanità pubblica", riguardo il rischio di microcefalia neonatale e di altri disordini neurologici correlati a tale infezione.

 

Ma che cos’ è lo Zika virus? Che cosa provoca?

Zika è un virus a RNA appartenente alla famiglia dei flaviviridae, così come i virus delle più conosciute dengue e febbre gialla viene trasmesso all'uomo prevalentemente attraverso la puntura di zanzare della specie aedes (aegypti o albopictus), per via materno-fetale o attraverso trasfusioni di sangue. Recentemente, inoltre, è stato confermato il rischio di trasmissione per via sessuale, mentre sono in corso studi riguardanti la trasmissione attraverso altri fluidi organici (saliva, urine e latte materno).

Ad oggi l'infezione è stata riportata nelle aree tropicali in cui circolano le zanzare aedes, in particolare in 35 paesi tra sud e centro America, Messico, Caraibi e isole del Pacifico. Finora, in Italia sono stati segnalati nove casi di infezione da virus Zika, tutti di ritorno da zone a rischio e tutti guariti senza manifestare complicanze.

L'80% delle infezioni, dopo 3-12 giorni di incubazione, decorre in maniera asintomatica o paucisintomatica. Nelle forme sintomatiche i sintomi più frequentemente riscontrati sono aspecifici e comprendono febbricola, congiuntivite non purulenta, eruzioni cutanee, artriti o artralgie, prurito, astenia, linfoadenomegalia e cefalea. La terapia è sintomatica; nella maggior parte dei casi si va incontro a guarigione spontanea, con bassi tassi di ospedalizzazione.
Tuttavia, l’aspetto che spaventa maggiormente la popolazione e le autorità sanitarie internazionali è rappresentato dalle potenziali sequele neurologiche dell'infezione, di cui tutti i canali di comunicazione hanno ampiamente discusso negli ultimi mesi. E' stato, infatti, recentemente confermato il rischio di comparsa di anomalie congenite del sistema nervoso centrale nei neonati (soprattutto microcefalia) se l'infezione è contratta in gravidanza, e, nell'adulto, della sindrome di Guillain-Barré, una polineuropatia infiammatoria demielinizzante, che può portare a paralisi.

Un recente report condotto in Brasile ha dimostrato che ben il 29% delle donne con infezione da virus Zika in gravidanza ha presentato anomalie fetali, evidenziate ecograficamente. Il rischio correlato alla sindrome di Guillain-Barré, invece, è stimato a 0.24 ogni 1000 infezioni da Zika.

Attualmente non è disponibile un vaccino contro il virus Zika, ma sono in corso numerosi studi a riguardo. L’unico metodo attualmente disponibile per prevenire l’infezione è cercare di evitare la puntura delle zanzare vettore, che circolano dall'alba al tramonto, mettendo in atto le comuni indicazioni fornite per le altre patologie trasmesse da insetti. E’ inoltre consigliato evitare rapporti sessuali non protetti con persone di ritorno dai paesi interessati e, alle donne in cerca di una gravidanza, rinviare viaggi verso paesi a rischio.

Il livello di allarme internazionale resta alto, soprattutto in vista dei futuri flussi turistici diretti verso il sud America, sia per il periodo estivo che per i prossimi giochi olimpici di Rio de Janeiro. In questo clima di incertezza e timore generale, in una fase ancora precoce per quanto riguarda prospettive future di immunizzazione, le campagne di prevenzione, informazione e sensibilizzazione di massa rivestono un ruolo fondamentale e diventano un arma molto potente nel circoscrivere i focolai di malattia.

 

Bibliografia essenziale:

- Zika Virus. L.R. Petersen, D.J. Jamieson, A.M. Powers and M.A. Honein. L.R. Baden, editor. The New England Journal of Medicine, March 30 2016;
- Guillain-Barré syndrome outbreak associated with Zika virus infection in French Polynesia: a case-control study. V-M Cao-Lormeau, A. Blake, S. Mons, S. Lastère, F. Ghawché et al. Lancet 2016; 387: 1531–39;
- Evidence of Sexual Transmission of Zika Virus. E. D’Ortenzio, S. Matheron, X. de Lamballerie, B. Hubert, et al. The New England Journal of Medicine, April 13 2016;
- Zika Virus and microcephaly and Guillain-Barré syndrome. Situation report, 31 March 2016. World Health Organization (WHO).

http://wwwnc.cdc.gov/travel/page/zika-travel-information
http://www.cdc.gov/zika/
http://ecdc.europa.eu/en/healthtopics/zika_virus_infection/pages/index.aspx
http://www.epicentro.iss.it/temi/infettive/aggiornamenti.asp
http://www.epicentro.iss.it/argomenti/zika/zika.asp
http://www.who.int/mediacentre/factsheets/zika/en/
http://www.paho.org/hq/index.php?option=com_content&view=article&id=11585&Itemid=41688&lang=en

 

 

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di Giuseppe Paolisso, Rettore della Seconda Università degli studi di Napoli, professore ordinario di Medicina Interna

 

E' per la prima volta negli ultimi 10 anni che assistiamo nel corrente anno accademco ad una ripresa delle iscrizioni alle Università (circa +2% medio su base nazionale con un gradiente Nord-Sud che vede quest'ultimo ancora ad un -2,1%). Benché il dato sia senza dubbio incoraggiante, potrebbe essere migliore se alcune riflessio ni economiche su accesso alle Università e possesso di un titolo di studio fossero maggiormente diffuse.

La domanda cui dare una risposta è: iscrivere un figlio all'università è un investimento o un peso per una famiglia? I dati suggeriscono che l'iscrizione di un figlio all'università rappresentano uno degli investimenti più sicuri e redditizi. Se vogliamo fare un paragone con investimenti sicuri al 100% è quello nei titoli di Stato, perché l'unica possibilità di non riprendere i nostri soldi è che lo Stato fallisca, probabilità vicina allo zero in uno Stato dell'Unione Europea. Il problema è che i Btp italiani danno un tasso d'interesse molto basso (circa 1.40% lordi/anno) mentre per avere tassi d'interesse alti, bisogna andare fuori dall'UE, a comprare titoli di Stato stranieri, molto instabili a livello economico o politico. Altri investimenti ritenuti "sicuri" nella cultura italiana sono la casa, i Buoni Fruttiferi Postali e l'oro. Sul mercato immobiliare va ricordato che non siamo più negli anni '70 (in cui bastava comprare una casa con un mutuo, dopo 15 anni averla pagata ed avere in mano un valore doppio o triplo rispetto al valore iniziale). E' vero che oggi i mutui hanno tassi d'interesse bassissimi, grazie alla politica della Bce, ma è anche vero che negli anni '70 c'era un'inflazione che contribuiva ad aumentare i prezzi, mentre oggi oscillano tra una situazione di bassa inflazione o, nei casi peggiori, di deflazione. Oggi conviene ancora comprare una casa non per farne una rendita economica, ma per andarci ad abitare.

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