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L’estate è arrivata e la scuola è finita. I bambini sono felicissimi di poter spendere le proprie giornate tra mare, giochi e amici. E i genitori? Quale sono le scelte migliori da fare?

Scopriamolo con il professor Roberto Marcone, docente di Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli.

Come possono prepararsi i genitori all’ondata di ore libere che invaderà le giornate dei propri figli ora che la scuola è finita?

 

Quando la scuola finisce i genitori tendono per necessità a richiedere supporto ai familiari, come i nonni e gli zii, e a lasciare che i bambini stiano a casa per giornate intere. È preferibile invece prediligere campi estivi che siano quanto più strutturati possibile con attività che tengano alta la curiosità dei bambini e che gli permettano di stare con i loro pari.

Ci sono degli errori tipici nella gestione del tempo dei figli che in questi casi andrebbero evitati?

 

L’errore da evitare è ricercare semplicemente il campo più economico e più vicino casa. L'impegno genitoriale sarà quello di verificare e informarsi sulla gestione delle esperienze da far fare ai propri figli, su ciò che tali campi propongono come attività ed esperienze, tenendo anche in considerazione che esistono delle regole ben precise sulla proporzione numero di educatori e numero di bambini (1 a 6 per bambini fino a 3 anni, 1 a 25 per bambini fino ai 10 anni).

Quanto è importante il tempo libero nella giornata di un bambino?

 

Il tempo libero è l’essenza del bambino. Perlomeno sotto i dieci anni, fa parte della crescita imparare a gestire il proprio tempo libero in maniera autonoma. Il tempo libero va utilizzato in tutte le maniere possibili affinché quel tempo sia per il bambino sempre produttivo, ivi compreso la noia, che è una componente importante.

In che senso la noia può essere produttiva per il bambino?

 

Il pensiero di cosa sia la noia spinge il bambino a imparare a sopportare, gestire e riempire i tempi morti. È un’attività estremamente produttiva, che gli permette di imparare ad autogestirsi e inventarsi qualcosa per utilizzare il tempo che ha a disposizione.

Cosa comporta l’iper-impegnare i bambini?

 

Tra calcetto, danza, violino, pianoforte, catechismo, scuola di recitazione e quant’altro, con già tanti compiti a casa che li aspettano - che io continuo a ritenere non necessari in una scuola primaria a causa della già abbondante attività didattica fatta a scuola -, il genitore che riempie il bambino di impegni precostituiti non sta fornendo al bambino le giuste strategie per utilizzare il proprio tempo libero: in effetti non gliene sta dando.

E le nuove tecnologie che posto occupano nel tempo libero dei bambini?

 

Se ben utilizzate, le nuove tecnologie sono straordinariamente importanti nello sviluppo di capacità di ragionamento e di processamento dell’informazione per il bambino. Un bambino che non abbia appreso l’utilizzo delle nuove tecnologie, che non sappia giocare alla Play Station o alla Wii, è un bambino che è fuori dal mondo attuale. Nella gestione del tempo libero ci deve essere uno spazio dedicato al videogioco. Ovviamente se questa diventa l’unica opzione, questo può essere dannoso per la crescita del bambino. Ancor più della quantità, è la qualità del tempo speso quello che conta: i genitori devono attenersi al PEGI presente su ogni videogioco ed essere presenti, almeno inizialmente, durante l'attività ludica al videogioco per verificare la "bontà" del gioco stesso. 

I bambini “non sono vasi da riempire, ma fiaccole da accendere”, avrebbe detto Plutarco. Lei cosa ne pensa?

 

I bambini hanno una fiamma dentro di loro determinata dalla loro innata curiosità verso il mondo. Noi adulti abbiamo il compito di alimentare e indirizzare questa fiamma verso i talenti e le propensioni dei singoli bambini per far sì che da un lato non si spenga mai, dall’altro che non crei un incendio incontrollato.

Quali sono le potenzialità dei bambini?

 

I bambini sono innatamente curiosi e attivi e volitivi nella continua ricerca di nuovi stimoli. Hanno inoltre la capacità impressionante di cadere e rialzarsi con il sorriso per riprovarci altre mille volte senza mai provare un minimo di frustrazione nel fallimento: la loro fiamma non va abbandonata.

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Giovani, appassionati, determinati. Sono Anna, Nadia e Pietro, studenti all'Università Vanvitelli e vincitori ai Campionati Universitari 2018. Quando hanno iniziato a fare sport? Come coniugano l'attitivà fisica con lo studio? E nel futuro, come si vedono, più atleti o più professionisti? Ecco le storie dei nostri studenti. 

Oro al free style, successo per la studentessa Anna Formicola 

Combattimento e Forme, bronzo per la studentessa Nadia Piccegna

Campione Nazionale Universitario di Taekwondo, Pietro d’Angelo si racconta al Vanvitelli Magazine

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Incidente mortale sul volo 1380 della Southwest Airlines.

a cura di Emanuele Martelli e Aniello Riccio.

Il fatto.
Il 17 Aprile 2018 il Boeing 737-700 decolla dall’Aeroporto La Guardia di New York verso Dallas (Texas). A bordo ci sono 144 passeggeri e 5 membri di equipaggio. Quasi al raggiungimento della quota di crociera, a bordo si sente una forte esplosione, vari frammenti colpiscono la fusoliera ed uno in particolare causa la rottura di un finestrino. Questo provoca una violenta fuoriuscita d’aria e la depressurizzazione della cabina. Una passeggera, Jennifer Riordan di Albuquerque, Nuovo Messico, rimane uccisa dopo essere stata quasi risucchiata fuori. In cabina di pilotaggio intanto, la comandante Shults stabilizza l’aeroplano e avvisa il Controllo del Traffico Aero che farà un atterraggio di emergenza. La comandante Shults è un ex-pilota della U.S. Navy, in particolare ha pilotato i caccia F-18, effettuando un numero notevole di decolli ed atterraggi da portaerei (forse la manovra più difficile per un pilota di caccia). A testimonianza della difficoltà che comporta l’atterraggio con un caccia di nuova generazione su una portaerei, molti piloti intervistati hanno paragonato tale manovra al “tentativo di colpire un francobollo con la lingua lanciandosi dalla finestra del secondo piano”. Un pilota di caccia imbarcato ha nervi d’acciaio e controllo totale del mezzo. Probabilmente grazie anche a queste esperienze di volo “estreme”, la comandante Shults riesce a far atterrare il Boeing con un motore solo e a salvare passeggeri ed equipaggio.

Cosa è successo?
Il National Transportation Safety Board ha fatto partire immediatamente un’indagine sull’incidente. Il motore in questione è un turbo-ventola CFM56-7B prodotto dalla CFM, una joint-venture tra l’americana General Electric e la francese SNECMA. Il presidente dell’agenzia, Robert L. Sumwalt, ha riferito che gli investigatori hanno subito notato che una paletta della ventola era mancante e sono state trovate prove di una rottura per fatica della paletta, il cui distacco ha provocato la rottura della cappottatura del motore. Questo ha generato i frammenti che hanno colpito la fusoliera e rotto il finestrino. Un episodio simile è avvenuto nell’agosto del 2016 con la stessa compagnia aerea e con lo stesso tipo di velivolo. In quel caso fortunatamente non ci furono vittime, anche se l’aereo fu danneggiato seriamente e il pilota fu costretto ad un atterraggio di emergenza. Nella foto è riportata la vista frontale del motore. La schiera di palette che si vede in evidenza a valle della presa d’aria costituiscono la ventola (fan in inglese) del motore a turbo-ventola. Questo tipo di motori sono concepiti per abbattere il consumo di combustibile, quindi l’inquinamento, ed il rumore, altro requisito essenziale per la sostenibilità ambientale. E come fanno? La ventola ha lo scopo di comprimere una grossa massa d’aria, che viene poi accelerata a bassa velocità in un ugello. La potenza alla ventola viene fornita da un ciclo turbo-gas, di fatto identico a quelli che si usano negli impianti di produzione dell’energia. Si può dimostrare che “creare” la spinta con un getto a bassa velocità permette di abbattere i consumi di combustibile. Per contro, poiché la velocità è appunto bassa, è necessario trattare grosse portate d’aria (la spinta è infatti grosso modo il prodotto tra la portata d’aria e la velocità di uscita del getto). Ma grosse portate implicano grossi diametri per “inghiottire” più aria possibile e questo rende la progettazione della pala della ventola molto critica.

Fatica e metodi di ispezione.
Il fenomeno della Fatica è strettamente correlato al primo aereo di linea a reazione il “de Havilland DH.106 Comet” che entrò in servizio il 2 maggio 1952. Dopo appena un anno di onorato servizio (scali ridotti, tempi per arrivo a destinazione quasi dimezzati, confort per i passeggeri enormemente aumentato) il DH.106 Comet fu protagonista di numerosi incidenti che si verificarono in rapida successione provocando numerose vittime e conducendo alla sospensione dell’attività dei Comet. Quella che ne seguì divenne una delle più approfondite indagini tecniche fino ad allora realizzate; il compito dei tecnici della de Havilland era ovviamente duplice: ricercare le cause di tanti incidenti e tentare (per quanto possibile) di ricostruire la fiducia nei confronti del loro velivolo, dissoltasi in un brevissimo lasso di tempo. A conclusione dell’inchiesta si determinò che la causa principale era il progressivo indebolimento della fusoliera con lacerazioni che si propagavano dalle aperture di finestrini e antenne del sistema ADF (Automatic Direction Finder) . In questa occasione si capì che l’aeronautica non era immune al fenomeno della fatica, ovvero quel fenomeno per cui una lunga ripetizione ciclica di carichi, anche non troppo intensi, può far nascere e crescere una o più cricche nel componente, fino a portarlo a rottura. Fra gli anni 20 e 40 l’uso del legno, materiale poco vulnerabile a questo fenomeno, e il volo a bassa quota non avevano comportato grosse problematiche di questo tipo; il Comet invece, a causa del continuo alternarsi di ben più intense condizioni di pressurizzazione fra aria e terra, introduceva carichi ciclici più danneggianti e utilizzava materiali più deboli contro la fatica, come l’alluminio. Ancora oggi, l’esperienza del Comet ha reso l’industria aeronautica molto meno disposta al cambiamento di quanto si possa credere: c’è una certa diffidenza verso nuove soluzioni di cui non si ha una lunga storia registrata. Da allora, ogni componente del velivolo è progettato per resistere al fenomeno della fatica ed al fine di scongiurare incidenti sono previste ispezioni cicliche di parti critiche del velivolo. Il tipo di ispezione applicato in una particolare zona dipende da: accessibilità, tipo di difetto, materiale del componente in esame e sezione del componente: costante o variabile. Nel settore aeronautico le metodologie di controllo non distruttivo adottate sono: la magnetoscopia, i liquidi penetrati, gli ultrasuoni, la termografia e le correnti indotte. Nel caso in esame sembra che la frattura riscontrata sulla paletta che si è staccata, fosse localizzata in una zona non visibile e quindi sfuggita alle ispezioni visive che solitamente vengono effettuate su tali componenti. Il National Transportation Safety Board ha raccomandato, quindi, alle compagnie aeree di eseguire ispezioni non distruttive con macchinari specifici ad ultrasuoni per verificare lo stato delle palette, in particolare la presenza di fratture non visibili ad occhio nudo in motori che hanno superato i 30,000 cicli operativi, dove per ciclo operativo si intende la sequenza di accensione, decollo, volo, atterraggio e spegnimento. Questo episodio testimonia il fatto che anche le più sofisticate macchine che l’uomo è in grado di concepire e costruire non sono esenti da difetti e problematiche non considerate in fase di progettazione. Pur essendo, il velivolo, il mezzo statisticamente più sicuro per viaggiare, la sua progettazione e manutenzione necessita di sempre più alti livelli di attenzione al fine di mantenere ed aumentare gli attuali standard di sicurezza. Infine, il perfezionamento e la messa in sicurezza di sistemi di trasporto complessi, alcune volte può avere un costo in vite umane, come del resto è avvenuto ed avviene in altri settori dell’ingegneria.

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Ci vogliono di 2 anni per diagnosticarla e colpisce fino a due milioni italiani. E’ la fibromialgia, una malattia cronica non articolare, difficile da diagnosticare, che colpisce prevalentemente le donne tra 20 e i 50 anni, in cui il dolore muscolo scheletrico è il sintomo principale, ma non il solo.

Cosa è la malattia
La fibromialgia, detta anche sindrome fibromialgica, è una malattia complessa e debilitante caratterizzata da dolore muscolare diffuso e astenia, associato a rigidità e ad una vasta gamma di disturbi funzionali che possono compromettere la qualità della vita dei pazienti. Questa condizione viene definita “sindrome” proprio poiché esistono segni e sintomi clinici che sono contemporaneamente presenti. 

I sintomi
Tanti i sintomi che caratterizzano la malattia: stanchezza e affaticamento, il sonno non ristoratore, la cefalea, disturbi dell’umore, disturbi cognitivi, le parestesie, il colon irritabile, i disturbi genito-urinari, ed è per questo che il percorso per effettuare una diagnosi è lungo e complesso. “La diagnosi finale e la conseguente terapia del paziente fibromialgico è affidata allo specialista reumatologo - spiega Rosella Tirri, dell'Unità operativa di Reumatologia al Dipartimento di Internistica Polispecialistica dell'Università Vanvitelli. - A tutt’oggi, la fibromialgia risulta essere una sindrome tra le più controverse in ambito reumatologico e algologico, per la quale non esistono tecniche laboratoristiche o strumentali definite e dunque, la diagnosi è prevalentemente clinica”. Il dolore lamentato dal paziente fibromialgico è descritto in una varietà di modi, che vanno dalla sensazione di bruciore, alla rigidità, alla contrattura, ed assumono una variabilità estrema da paziente a paziente, sia in termini di intensità che di localizzazione.“Spesso la malattia varia in relazione ai momenti della giornata, ai livelli di attività, alle condizioni atmosferiche, ai ritmi del sonno e allo stress - continua la Tirri. - In genere i sintomi possono essere aggravati dall’inattività e dall’iperattività, e anche lo stress, fisico o psichico, è noto come fattore di peggioramento del dolore, mentre una moderata attività fisica può fornire giovamento". 

La diagnosi
“La Fibromialgia è una patologia spesso poco riconosciuta e trascurata, la diagnosi e il trattamento rappresentano una vera sfida per il paziente e per il medico – spiega la docente. - Occorrono in media anche più di 2 anni, in Italia si arriva anche a 4 nei casi più critici, affinché venga posta la diagnosi di Fibromialgia, con una media di 3,7 consultazioni con differenti specialisti prima della diagnosi definitiva”. La gestione ottimale del paziente affetto da fibromialgia richiede una diagnosi tempestiva ed un inquadramento globale comprendente la valutazione del dolore, della funzione fisica e del contesto psico-sociale, seguito da un approccio terapeutico necessariamente mutidisciplinare e interdisciplinare, ovvero farmacologico, riabilitativo e psicologico. 

Le terapie
I farmaci che si sono ad oggi dimostrati più efficaci sono quelli che agiscono a livello del sistema nervoso centrale.
 "Antidepressivi, miorilassanti, anticonvulsivanti sono tra i trattamenti  più utilizzati; è inoltre utile l’introduzione di analgesici e in questo ambito sono allo studio i Cannabinoidi - conclude l'esperta. - L'esercizio fisico è fondamentale per il paziente fibromialgico e ad esso oggi è assegnato un alto livello di raccomandazione, inparticolare per i suoi effetti benefici sul dolore, sulla funzione fisica e sullo stato di salute. La terapia fisica potrebbe inoltre essere combinata con altre terapie non farmacologiche, come ad esempio l’idroterapia e l’agopuntura. Può essere indicato in alcuni casi il supporto psicologico, in genere a seguito di adeguata valutazione da parte dello psicologo".

Come dimostrano gli oltre 200 studi pubblicati sul tema solo dall‘inzio dell'anno fino ad oggi, sono stati fatti nel corso degli ultimi anni numerosi sforzi per comprendere, studiare e curare la Fibromialgia al fine di migliorare la qualità della vita dei pazienti che ne sono affetti.

 

A cura di Rosella Tirri, Unità Operativa di Reumatologia - Dipartimento di Internistica Polispecialistica

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di Vincenzo Pepe, Presidente Nazionale di Fare Ambiente e professore di Diritto dell'ambiente all'Università Vanvitelli

Il 22 marzo 2018 si celebra il 25esimo anniversario della Giornata mondiale dell'acqua (World Water Day) istituita dalle Nazioni Unite per sensibilizzare in merito a un uso responsabile di un bene fondamentale per la sopravvivenza. Secondo il rapporto mondiale 2018 sulle risorse idriche dell'Unesco si stima che 3,6 milioni di persone abitano in zone deserte, e che questa cifra è destinata a crescere fino a 10 milioni nel 2050. Un conflitto fortissimo, che fa decadere uno dei diritti fondamentali della vita dell'uomo, perchè senza acqua non c'è vita stessa. Porre in essere dei programmi indirizzati al risparmio della risorsa idrica è fondamentale per la risoluzione del problema, creando, allo stesso tempo, una cultura della solidarietà tra chi consuma molta acqua e quelli che non hanno acqua per sopravvivere. Mille bambini muoiono ogni anno per cause inerenti l'acqua, mancanza d'acqua o scarsa qualità dell'acqua. Per farci un'idea più precisa, la Commissione Mondiale ha decretato che ogni essere umano ha bisogno di almeno 40 litri al giorno di acqua per soravviviere. Ebbene, noi ne utilizziamo 40 litri solo per fare la doccia. Il diritto all'acqua è la vita stessa e come cittadini abbiamo il dovere di limitare l'utilizzo dell'acqua stessa.

Fonte: Rai Radiouno del 22.03.2018

 

 

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“Il rapporto tra giustizia e informazione ha una criticità importante: il controllo sociale esercitato dall’informazione è massimo nella fase delle indagini preliminari, che dovrebbe invece essere segreta, ed invece è minimo nella fase del processo perchè l’attenzione dei media si allontana. Quindi le indagini preliminari si caricano di valore assertivo che invece dovrebbe essere proprio della fase processuale.” Inizia così l’intervento di Giovanni Mellillo, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli, ospite dell’Università della Campania nell’ambito del ciclo di conferenze Dialoghi oltre le due culture. Tema dell’incontro il ruolo della giustizia penale unito all’aspetto dell’informazione. Mellillo centra il primo problema della complicata relazione fra giustizia e organi di informazione e aggiunge: “Le cause di questa patologia sono complesse, ma questa criticità rappresenta il maggior fattore di distorsione e di ostacolo ad un corretto bilanciamento tra libertà di informare e diritto di essere informati.”

Traccia un solco fra quelli che lui definisce due tipi contrapposti e coesistenti di processo: quello ordinario e quello mediatico riprendendo le tesi di due giuristi....: “Esistono differenze sostazioni fra il processo ordinario e il processo mediatico: Il processo ordinario si svolge in tribunale, un luogo a ciò deputato, il processo mediatico è un processo delocalizzato si svolge dovunque; il processo ordinario ha un iter scandito dalla legge, ha quindi un suo ordine preciso, il processo mediatico per definizione non ha nessun ordine se non quello richiesto dalla ricerca dell’ascolto e del consenso del pubblico; il processo ordinario ha un tempo ma mira ad una sentenza definitiva, finisce in un giudicato, Il processo mediatico non finisce mai ed è pronto a mettere in discussione continuamente anche le decisioni definitive; Il processo ordinario seleziona meticolosamente il materiale che può essere utilizzato per prendere una decisione, vi è una continua e rigorosa selezione delle conoscenze idonee a formare la decisione del giudice, il processo mediatico, che è stato definitio un processo bulimico, si nutre di qualsiasi cosa di qualsiasi conoscenza, indiscrezione e di fuori onda, quasta bulimia va in collisione con il processo ordinario perchè di fatto può alterare anche la genuinità delle prove da assumere nel contraddittorio.”

Melillo non tralascia però l’altro versante dl problema ossia quello legato agli organi di stampa riprendendo le parole di Luigi Ferrarella, giornalista del corriere della sera in quel tema che lui definisce “Ecologia della professione giornalistica, dove traccia due profili estremamente delicati: il primo attiene alla pretesa del giornalista di pubblicare qualunque cosa arrivi nel proprio ambito di conoscenza a prescindere di qualcunque conseguenza può avere la pubblicazione, il secondo versante attiene all’ambito deontologico, ossia ai trucchi utilizzati dal gionalismo, come l’omissione, insomma tutti quegli accorgimenti che si utilizzano per nascondere o ingigantire le circostanze prive, come le campagne orchestrate per ragioni politiche o commerciali.”

Di fatto Melillo identifica il problema anche nella mancanza di chiarezza delle informazioni fornite dall’organo giustizia, che di solito sono incomprensibili alle masse.

“Comunicare efficacemente e nel modo deontologicamente corretto: non è una cosa facile - continua -esistono modi deontologicamente scorretti ma perfettamente efficienti, al contrario modi deolontologicamente adatti ma privi di qualsiasi interesse per i mass media.”

Serve quindi trovare quasi una forma alchemica, così definita da Melillo, per assicurare l’equilibrio fra efficacia e correttezza delle informazioni. Così come bisogna trovare un equilibrio fra le cose taciute e le cose divulgate. “Non è possibile serbare il silenzio e non è possibile dire tutto”.

Poche sono le leggi che regolano questo contorto rapporto: “ La comunicazione deve essere curata personalmente dal Procuratore della Repubblica o da un suo delgato. Ogni informazione data dalla Procura è fornita senza citare i magistrati che si stanno occupando del procedimento, cosa che di fatto però non è possibile fare.”

Come uscire dall’impasse? “Perdurando il segreto tutto dovrebbe rimanere celato ma appena il segreto non è più tale tutto dovrebbe essere pubblicato.”

C’è anche però chi sostiene che dovrebbe essere riconosciuto al giornalista un limpido accesso alle informazioni, cosa che comunque mette a rischio varie parti del procedimento.

Altro limite è la poca informazione riguardo certi tecnicismi del lavoro del pubblico ministero, sono ignorate dalla grande maggioranza della popolazione le modalità e la struttura che compongono l’ufficio del Pubblico Ministero.

Ma come l’entità giudiziaria prende in considerazione indagini e ricostruzioni fatte dai media? In particolare uno studente si rivolge a Melilllo chiedendo della vicenda Fanpage: “non posso parlare della vicenda, l’unica cosa che posso dire che diventerà certamente un caso di studio, poichè è una vicenda senza precendenti.”

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La scoperta dei ricercatori dell’Ateneo Vanvitelli pubblicata su Behavioral Sleep Medicine.

Cimentarsi in giochi come Ruzzle prima di andare a dormire aiuta e migliora la qualità del nostro sonno.  Chi lo avrebbe mai detto? Eppure uno studio effettuato da un gruppo di docenti del Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”, in collaborazione con il Dipartimento NEUROFARBA (Dipartimento di Neuroscienze, Psicologia, Area del Farmaco e Salute del Bambino) di Firenze, e pochi giorni fa pubblicato sulla rivista internazionale Behavioral Sleep Medicine, mostra come un allenamento intensivo ad un gioco sul cellulare (una versione modificata del notoRuzzle), fatto prima dell’addormentamento, migliori numerose caratteristiche (tempo di addormentamento, continuità, efficienza) di un sonnellino diurno successivo.

Alla ricerca hanno partecipato 38 studenti universitari (23 donne, 15 uomini) di età compresa tra i 19 ed i 30 anni, in buona salute e che non avessero familiarità con il Ruzzle.

Ciascuno di loro ha effettuato in laboratorio due sonnellini diurni in ordine bilanciato, uno di controllo (C) e uno preceduto da una sessione di training intensivo al gioco (TR), costituita da numerosi round di Ruzzle che implicavano il coinvolgImento simultaneo di numerose funzioni cognitive, ivi incluse le più complesse.

"Rispetto alla condizione di controllo - spiega uno degli autori della ricerca, Gianluca Ficca, Direttore Laboratorio del Sonno Dipartimento di Psicologia dell’Università Vanvitelli – il sonnellino preceduto dal training è caratterizzato da un aumento della durata totale di sonno, accompagnato da una riduzione della latenza di sonno (il tempo impiegato ad addormentarsi dopo lo spegnimento della luce), e da un aumento dell’efficienza, dovuto alla riduzione della frequenza dei risvegli. La durata del sonno aumenta in media di 17 minuti in 31 soggetti (circa il 20 per cento in piú) mentre il tempo impiegato a riaddormentarsi, detto "latenza di sonno"  è ridotto in media di 4'10" (circa il 25% in meno)."

La continuità del sonno è nettamente migliorata: infatti la quantità di veglia dopo l'addormentamento (detta WASO "Wake After Sleep Onset") si riduce in media di 5'30" (più del 20%, in 36 soggetti su 38), l'efficienza di sonno (ossia la percentuale di tempo effettivo di sonno sul tempo trascorso a letto) è di conseguenza aumentata dal 55% al 69%, e infine la frequenza di risvegli media è ridotta da 7.54 per ora di sonno a 5.44 per ora di sonno (i risvegli diminuiscono in tutti i soggetti). Infine aumenta anche la cosiddetta "stabilità" del sonno, che è espressa dal  numero di passaggi da uno stadio a un altro (tipo da sonno profondo a Stadio 2). Questi passaggi di stato si riducono da 23.9 a 21.4 per ora di sonno, quindi di più del 10%).

Un sonno più lungo, insomma, e di migliore qualità. Si tratta di una scoperta ottenuta su un episodio di sonno diurno (in pratica un pisolino di due ore fatto nel primo pomeriggio), ma che i ricercatori stanno attualmente ritrovando anche per ciò che riguarda il sonno notturno: essa appare di buona rilevanza in quanto confuta la diffusa credenza clinica secondo la quale l'incremento dell'attività cognitiva prima di dormire sarebbe sempre controproducente nei casi di insonnia.

“I risultati di questo studio” - continua Ficca – “rivelano interessanti implicazioni applicative cliniche e psicosociali, mettendo in discussione la credenza comune che l'attività cognitiva prima del sonno ostacoli la propensione al sonno stesso e la sua qualità, aumentando l'attivazione psicofisiologica. I nostri risultati, mostrando che la somministrazione prima di un sonnellino del gioco del Ruzzle favorisca la propensione al sonno e ne migliori la stabilità, aprono la strada alla possibilità di esplorare in futuro l’efficacia di sessioni pianificate di training cognitivo per la cura dei disturbi del sonno”.

 

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Stanotte ennesimo femminicidio. Un uomo a Troia, nel Foggiano, Ferdinando Carella, 47 anni, ha assassinato la moglie, Federica Ventura, di 40 anni, con una decina di coltellate.

Da oggi in Italia, primo paese al Mondo, entra in vigore una legge dedicata agli orfani speciali. Si tratta della LEGGE 11 gennaio 2018, n. 4  recante modifiche al codice civile, al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in favore degli orfani per crimini domestici. (18G00020) (GU Serie Generale n.26 del 01-02-2018)

All’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, il Dipartimento di Psicologia, con il mio coordinamento, dal 2011, è stato portato avanti un progetto ‘Switch-off’ che insieme alla Rete nazionale dei centri antiviolenza (DiRe) e l’università della Lituania e di Cipro ha coordinato il progetto europeo portando avanti uno studio unico nel suo genere ove si dà luce e voce ai figlie e alle figlie la cui mamma è stata uccisa dal padre. Come in questo caso di cronaca.

Dalla ricerca, realizzata inizialmente grazie al sostegno dell’Unione Europea e il sostegno del nostro Ateno, e speriamo presto anche dalle Istituzioni, stiamo realizzando il primo Osservatorio Nazionale Sugli Orfani Speciali (ONOS) permanente per la conoscenza delle conseguenze psico-sociali, le risposte terapeutiche, giuridiche e sociali sul problema.

Con questa la nuova legge anche alle Università è chiesto un ruolo, anche attraverso l’erogazione di borse di studio dedicate a questi orfani. Il nostro Ateneo sarà volàno nel promuovere una cultura dello studio attenta al benessere psico-fisico dei propri studenti e studentesse che malgrado abbiano subito tale atroce danno, possano, come giusto che sia, vedersi riconosciuti dei diritti, come lo è con altre ‘categorie’ di orfani e poter non solo coltivare sogni ma poterli realizzare. E noi li dobbiamo aiutare.

Nello specifico questa legge sugli orfani da crimini domestici apporta modifiche alle norme del Codice civile, Codice penale, Codice di procedura penale, definendo tali i figli minori o maggiorenni economicamente non autosufficienti, che sono divenuti orfani di un genitore a seguito di “omicidio dello stesso genitore dal coniuge, anche separato o divorziato, dall’altra parte dell’unione civile, pure se l’unione civile è cessata, ovvero dalla persona che è o è stata legata da relazione affettiva e stabile convivenza”. Sono numerose le azioni introdotte individuate nel testo di legge. Fra queste l’accesso al gratuito patrocinio in deroga ai limiti di reddito previsti, l’accesso gratuito ai servizi di assistenza medica e psicologica, l’assegnazione di alloggi di edilizia pubblica, la possibilità di cambiare il cognome anche in assenza del consenso del padre.

Un aspetto importante della legge, di cui dovremmo aspettare i decreti attuativi per conoscerne la declinazione, è la previsione che il Fondo esistente per altre tipologie di vittime, appunto, abbia un incremento per borse di studio in favore degli orfani e al finanziamento di progetti di orientamento, di formazione e di sostegno per l’inserimento degli stessi nell’attività lavorativa. Speriamo che il Nostro Ateneo possa presto essere identificato a livello nazionale a anche internazionale come un luogo di segretariato sociale, di monitoraggio nazionale sul tema. Ci immaginiamo un luogo che è sì di studio ma anche di ‘cura’, per l’attenzione particolare che vogliamo dare a questi ragazzi, che possano studiare e pensare al loro futuro, così che lo Stato per il tramite delle Sue Università, faccia la sua parte. Ogni femminicidio rappresenta un fallimento dello Stato che non è stato in grado di prevenirlo. Gli orfani non possono pagare altri prezzi. Nel nostro Ateno la ricerca sugli ‘orfani speciali’ e l’impegno nel terzo settore anche in questo ambito continua; adesso monitoreremo l’applicazione della norma, sperimenteremo modelli e modalità di intervento e formazione che possano diventare, una volta evidenziata la loro efficacia, best practice nazionali e internazionali, con la collaborazione e il coordinamento dei migliori professionisti che da anni, con costanza e passione e professionalità hanno permesso a questa legge di avere una luce.

 

di Anna Costanza Baldry, Ordinaria di Psicologia sociale - Dipartimento di Psicologia
Autrice del libro da poco uscito: Orfani Speciali, 2017, Franco Angeli, Milano.

 

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Chi determina l'assegno di mantenimento e quello divorzile? Qual è la legislazione in merito?


risponde Roberta Catalano, docente di Istituzioni di Diritto Privato al Dipartimento di Giurisprudenza dell'Univerisità Vanvitelli

Io e mia moglie siamo in fase di separazione, il vincolo matrimoniale è ancora valido?
In seguito alla separazione personale dei coniugi il vincolo matrimoniale non si scioglie, ma viene sospeso in attesa del divorzio ovvero di una eventuale riconciliazione. Dunque, durante tutto il periodo della separazione, i coniugi rimangono tali e non possono contrarre nuovo matrimonio. L'intervenuta separazione comporta, però, un mutamento ovvero una attenuazione dei reciproci obblighi di fedeltà, di convivenza e di assistenza morale e materiale. In particolare, quest'ultimo obbligo si riduce essenzialmente al dovere di assistenza materiale e si sostanzia nel dovere di corrispondere un assegno di mantenimento al coniuge che dimostri di non disporre di adeguati redditi propri. In ogni caso, l'assegno non è dovuto al coniuge cui sia addebitata la separazione, cioè al coniuge resosi colpevole della violazione dei doveri derivanti dal matrimonio e della conseguente crisi dell'unione.

Chi stabilisce l’assegno di mantenimento?
Se la separazione è consensuale saranno i coniugi a stabilire, tra le altre cose e di comune accordo, l’ammontare dell’importo dovuto a titolo di mantenimento. In questo caso, le condizioni di separazione verranno omologate quando se ne accerti la congruità, soprattutto in relazione all'interesse dei figli. Se invece non v'è accordo, oppure se uno dei coniugi chiede l'addebito della separazione all'altro, sarà il giudice, sentite le parti, a stabilire le condizioni, anche economiche, della separazione stessa. In questo caso, il diritto al versamento dell'assegno di mantenimento verrà riconosciuto alla parte svantaggiata dalla crisi del rapporto, poiché l'assegno ha la funzione di riequilibrare le condizioni economiche dei partner garantendo al coniuge più debole lo stesso tenore di vita di cui godeva durante il matrimonio.
Cosa succede se non ottempero al mantenimento?
Il coniuge obbligato al versamento dell'assegno di mantenimento, se non adempie, può essere sottoposto, su istanza dell'altro, al sequestro dei beni ovvero al pignoramento dei crediti che vanta verso terzi (es., crediti verso il datore di lavoro). Nei casi più rilevanti il coniuge creditore, a tutela del suo diritto, può anche iscrivere ipoteca su uno o più beni immobili del partner inadempiente.

Ho perso il lavoro, posso modificare le condizioni del mantenimento?
Le condizioni economiche della separazione, consensuale o giudiziale, sono sempre modificabili qualora muti il tenore di vita di uno o di entrambi i coniugi. Cosa che può accadere, per esempio, quando uno dei due inizi una convivenza di fatto con altro partner, ovvero quando si verifichino delle significative variazioni delle spese necessarie per il sostentamento della famiglia. Differisce dalla revisione l'adeguamento dell'assegno, che si attua a mezzo della rivalutazione annuale dell'importo dovuto in base alle variazioni degli indici ISTAT. L'adeguamento è dovuto per legge, ma la sua effettiva applicazione è subordinata alla espressa richiesta rivolta dal coniuge percipiente a quello obbligato.

Com’è determinato l’assegno di divorzio?
Il divorzio determina lo scioglimento del vincolo matrimoniale, ma non la totale cessazione dell'obbligo di assistenza materiale, che può continuare a comportare, a carico dell'ex coniuge, l'obbligo di corrispondere all'altro un assegno divorzile. Fino a pochi mesi fa la giurisprudenza determinava l'importo dell'assegno divorzile in base al criterio del tenore di vita della coppia in costanza di matrimonio. Invece, con la sentenza numero 11504 del maggio del 2017, la Corte di Cassazione ha affermato che la concezione patrimonialistica del matrimonio –  alla cui stregua l'unione matrimoniale era intesa come sistemazione definitiva – deve essere superata, per recuperare al matrimonio stesso il suo ruolo di atto di libertà e di autoresponsabilità, nonché la sua essenza di luogo di affetti e di comunione di vita, in quanto tale dissolubile. Pertanto, secondo la Cassazione, l’assegno divorzile non può essere riconosciuto all’ex coniuge che sia economicamente indipendente o che sia in grado di esserlo perché possiede un reddito proprio; dispone di un adeguato patrimonio mobiliare o immobiliare; ha capacità di lavorare (valutata in relazione alla salute, all’età, al sesso ed al mercato del lavoro indipendente o autonomo); dispone stabilmente di una abitazione. La Corte di Cassazione, con la sentenza numero 12196 del 2017, ha poi chiarito che quanto affermato, circa l'assegno divorzile, dalla predetta decisione numero 11504 del 2017 non riguarda anche l'assegno di mantenimento del coniuge separato perché la separazione, a differenza del divorzio, non elide, anzi presuppone, la permanenza del vincolo coniugale.
L’assegno divorzile può essere corrisposto mensilmente, o essere liquidato in una sola tranche, il cui importo va definito moltiplicando l’assegno periodico per un coefficiente fisso dipendente dall’età del coniuge beneficiario. Anche al diritto di credito all'assegno di divorzio si applicano le tutele riconosciute  al credito avente ad oggetto l'assegno di mantenimento.

Se mi risposo, ho comunque diritto all’assegno di mantenimento?
No, se si risposa, il coniuge beneficiario dell'assegno divorzile perde il diritto di ottenerlo. La decadenza è automatica, e decorre dal giorno stesso in cui viene celebrato il nuovo matrimonio.
                          

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Ho appena scoperto che la Campania è considerata una regione in «Ritardo di sviluppo». Colpa mia, non mi tengo informato. Anche se in buona compagnia, guarda caso tutte le regioni del Sud soffrono di questo ritardo, la cosa non mi fa piacere. Ho anche realizzato che per sviluppo va inteso quello industriale, quando il Ministero dell'Università e della Ricerca (noto come Miur) ha pubblicato il bando che assegna alle regioni zoppicanti investimenti e risorse economiche per favorire lo sviluppo di nuove competenze professionali richieste dal mercato del lavoro. L'Università, come legittima e più elevata emanazione del Miur, diventa uno dei motori dell'auspicato riposizionamento competitivo delle regioni più svantaggiate; il dottorato di ricerca universitario è lo strumento ritenuto idoneo per tale scopo.

Quando nel 1980 il dottorato fu introdotto nel sistema universitario italiano, rappresentava il massimo grado di istruzione universitaria. Il nome suonava bene: dottore di filosofia per dirla alla moda anglosassone (Philosophiae Doctor, o più semplicemente Ph.D.). Ancora oggi essere dottori di ricerca significa aver raggiunto il terzo livello di studi, un titolo che stando alla originale definizione della legge, poteva essere valutato soltanto in ambito della ricerca scientifica, o come percorso di formazione alla carriera accademica. Mi faccio dei conti grossolani: ogni anno circa 12.000 laureati nelle varie discipline accedono ai percorsi di dottorato in tutti gli atenei italiani, un numero molto più grande di quello che il mondo accademico, dentro e fuori l'Università, è in grado di accogliere e collocare degnamente. La sola Università della Sapienza a Roma accoglie ogni anno 823 nuovi dottorati. Non è un caso che il Rettore della Vanvitelli, Prof. Giuseppe Paolisso, abbia voluto fortemente incentivare la numerosità e la innovatività dei corsi di dottorati che afferiscono all'Ateneo Vanvitelli. Statistiche alla mano, circa 2.000 dottori di ricerca (appena il 17% della carica iniziale) riuscirà realmente a trovare una sistemazione in ambito universitario. Ed il restante 83%? Gli altri stati europei hanno affrontato da tempo un'analoga situazione, individuando un sistema vincente , basato sulla cooperazione Università ed imprese. In pratica, i dottorati devono essere centri di innovazione e trasferimento tecnologico. Come al solito le frasi più belle sono quelle coniate da altri, specialmente se in inglese. Ecco il «Learning by doing» letteralmente «imparare facendo» che poi a ben guardare resta ancora il cruccio dei nostri sistemi universitari, poca pratica rispetto al cumulo di teoria che si accumula ogni anno in modo esponenziale. Gli aggettivi usati per definire questi dottorati innovativi sono tre: internazionale, industriale, interdisciplinare, e rispondono alle esigenze di collaborazione con altre istituzioni al di fuori dell'Italia e di integrazione con settori esterni all'accademia. Non è un caso se l'Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), scrive così: «Le aziende sono attratte dai Paesi che fanno di questo livello di formazione e ricerca una opportunità accessibile».

Già oggi ottenere un titolo di Ph.D. può aiutare: dati alla mano (ISTAT 2015), il 91,5% del totale lavora dopo 4 anni dall'ottenimento del titolo di dottore di ricerca, anche se un 30-40% già lavorava prima di iniziare il corso di studi. Nonostante alcune difficoltà residue, legate alle differenti procedure amministrative tra pubblico e privato, e tra Italia ed altri paesi del mondo, il processo sembra avviato e difficilmente potrà essere invertito. Il PhDay Un giorno per il dottorato alla Vanvitelli rappresenta una ghiotta occasione per un confronto di idee tra i dottorandi che afferiscono alla Scuola di Dottorato in Scienze della Vita. Lo scopo principale è mostrare, nella maniera più informale e semplice, come dietro alla ricerca dei giovani vi siano soprattutto passione, curiosità, voglia di fare e speranza per il futuro. L'appuntamento è per giovedì 31 gennaio, presso la sede dell'Ateneo Vanvitelliano in Via Costantinopoli 104, dalle 8,3o.

Dario Giugliano, Direttore della Scuola di Dottorato in Scienze della Vita Università della Campania Vanvitelli

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“Una tragica fatalità, questa è l’unica definizione che mi sembra possibile dare, al momento, all’accaduto”. Armando Cartenì, docente di Pianificazione dei Trasporti all’Università Vanvitelli, commenta così l’incidente avvenuto ieri verso le 7 del mattino sulla linea ferroviaria che da Cremona porta centinaia di pendolari a Milano. Il treno, di proprietà della Trenord, è deragliato nei pressi della stazione di Pioltello Limito nel milanese. Il bilancio parla di quattro vittime accertate, cinque feriti gravi e circa un centinaio di feriti lievi.

Quali sono le possibili cause di deragliamento?

“Difficile dirlo con così pochi elementi. Diversi sono i motivi che potrebbero aver portato al deragliamento – spiega Cartenì – un problema alla linea, ad un convoglio o un errore umano sono le cause più frequenti.

Secondo quanto riportato dall’Ansa i tecnici avrebbero escluso una delle alternative più probabili: un problema allo scambiatore.

“Se questo dato fosse confermato si escluderebbe l’errore umano da parte di chi gestisce la stazione nonché una cattiva manutenzione degli scambiatori, che come noto permettono al treno, prima di entrare in stazione, di essere convogliato in uno o un altro binario”.

Quindi?

“Escludendo anche la velocità eccessiva, che non sembra essere una delle cause, potremmo dire che questa volta l’errore umano non è certamente la causa”.

Sarebbe invece confermato, dagli addetti della RFI, il cedimento strutturale di 20 centimetri di binario….

“Stiamo parlando di un cedimento probabilmente avvenuto circa un paio di km prima del luogo dove poi è avvenuta la tragedia. Resta da capire se questo cedimento è stata la causa o l’effetto del deragliamento. Dalle prime ricostruzioni sembrerebbe più verosimile la prima ipotesi: un cedimento che avrebbe compromesso la stabilità di uno o più convogli portando il treno a deragliare più avanti … se ciò fosse confermato dalle perizie tecniche che seguiranno nei prossimi giorni, potremmo parlare solo di una pura fatalità”.

Il cedimento della rotaia non potrebbe essere causato da una cattiva manutenzione?

“Premesso che bisognerà attendere gli esiti dell’inchiesta che seguirà questa terribile sciagura, quello che posso azzardare sono solo delle ipotesi. Se dovesse essere confermata come causa il cedimento strutturale, mi sentirei di escludere una cattiva manutenzione. La nostra rete ferroviarie è costantemente monitorare da RFI ed anche gli investimenti che negli ultimi sono stati destinati alla “cura del ferro” dal Ministero dei Trasporti vanno nella direzione di un ammodernamento e funzionalizzazione della rete ferroviaria del nostro Paese. Per contro, tutti i materiali, soggetti grosse e continue sollecitazioni, possono giungere a rottura e sarebbe impensabile controllare tutti i “20 centimetri” degli oltre 24 mila km di rete ferroviaria italiana tutti i gironi prima di far transitare i nostri treni.

Quindi?

“Quindi in questo caso davvero tutti gli indizi portano a immaginare che la causa di questo tragico incidente, purtroppo, sia imputabile solo a una terribile fatalità”. Ricordiamoci per contro che il trasporto ferroviario insieme a quello aereo è la modalità di viaggio più sicura. Ricorso che negli ultimi 5 anni meno del 2% dei morti totali (compresi i suicidi sui binari e gli incidenti da lavoro) è avvenuto sulla ferrovia contro l’oltre 94% della strada.

Dopo un incidente del genere, quali sono le conseguenze?

“Difficile dirlo... In primo luogo, dipende dal danno prodotto dal deragliamento, ma importanti e forse prevalenti saranno i tempi che occorrerà alla magistratura per fare gli accertamenti del caso. I tempi necessari per l’allontanamento dei rottami dai binari e di rimessa in funzione della tratta sono brevi, quello che richiederà alcuni giorni saranno le indagini e le perizie tecniche.  In questo caso l’area dell’incidente verrà senz’altro posta sotto sequestro per permettere ai periti di fare i dovuti rilievi, per cui si deve parlare di tempi amministrativi più che tecnici. Di sicuro il servizio sarà interrotto per alcuni giorni, con ulteriori disagi per studenti e pendolari che su quella tratta sono oltre 10 mila al giorno”.

 

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Uno dei più clamorosi esempi di Fake History è la teoria che nega il genocidio degli Ebrei, definita negazionismo della Shoah: questa corrente di “pensiero” contesta la veridicità storica dell’Olocausto attuato dalla Germania nazista.

Campi di concentramento e sterminio degli ebrei: qual è la posizione dei negazionisti?
Secondo le tesi sostenute da personaggi a dir poco discutibili, di ultradestra come l’americano Mark Weber, l’inglese David Irving, il francese Robert Faurisson e gli italiani Piero Sella e Carlo Mattogno, ma anche di ultrasinistra, come il francese Pierre Guillaume e gli italiani Claudio Moffa e Cesare Saletta, il Terzo Reich non elaborò né tanto meno attuò alcun programma di eliminazione della razza israelita in Europa; i campi di concentramento organizzati dai nazisti per rinchiudervi gli ebrei erano campi di lavoro e non di sterminio e, infine, il totale degli ebrei che vi persero la vita è ben lontano dai 5-6 milioni indicati dalla storiografia e, per giunta, solo alcuni di loro furono uccisi nelle camere a gas (ammesso che siano realmente esistite, come è giunto a sostenere Faurisson) mentre la gran parte morì di stenti e di malattie, quindi per “cause naturali”.
L’Olocausto, dunque, non sarebbe altro che una gigantesca finzione, costruita ad arte dai circoli ebraici mondiali per demonizzare la Germania e per fornire una giustificazione morale alla creazione dello Stato d’Israele e alle scelte politiche da questo di volta in volta sostenute.

I sostenitori della tesi negazionista sono storici?
Questi personaggi pretendono di essere riconosciuti come storici “revisionisti”, ma non hanno alcun titolo per meritare questa definizione. La ricerca storica è per definizione “revisionista”, perché punta sempre a verificare tesi anche consolidate, a porre nuove domande, a guardare ai fenomeni storici o anche ai singoli avvenimenti da nuove angolazioni e con nuove tecniche e nuovi strumenti di indagine. I negazionisti seguono invece posizioni antistoriche e antiscientifiche, esprimono posizioni di scetticismo assoluto verso le prove del genocidio fornite dai veri storici e dagli esperti, bollandole sbrigativamente come menzogne costruite dai vertici della comunità ebraica mondiale e dai soliti, imprecisati “poteri forti”, senza curarsi di fornire, a loro volta, uno straccio di prova di carattere scientifico a sostegno delle loro tesi.
Quali sono le basi documentali del negazionismo?
E’ certo vero che finora non sono stati trovati precisi ordini scritti di Hitler sul genocidio degli ebrei ma esiste un’amplissima documentazione sui progetti e sulle misure prese dai vertici nazisti per la “soluzione finale della questione ebraica, come, per fare un solo esempio, il verbale redatto da Adolf Eichmann (su istruzioni di Reinhard Heydrich) della riunione di alti ufficiali e dirigenti dei principali ministeri tedeschi tenuta a Wansee il 20 gennaio 1942.
Allo stesso modo, è vero che la gran parte dei lager nazisti erano “campi di lavoro” , come Auschwitz, Buchenwald-Birkenau, Dachau e Mathausen, e non di sterminio, come Sobibor e Treblinka, ma vi morirono ugualmente milioni di ebrei (più di un milione nel solo campo di Auschwitz). E’, infine, vero che una buona parte delle morti degli ebrei internati fu provocata da “cause naturali” come le malattie (scabbia, tifo esantematico, difterite, dissenteria) e gli stenti sostenuti (in primo luogo la denutrizione). Ma la diffusione e le conseguenze letali delle malattie e degli stenti erano conseguenza delle terribili condizioni di vita dei deportati, impiegati dai nazisti come manodopera coatta, costretta a sostenere lavori sfiancanti con ritmi massacranti, con scarsissimo cibo, fino allo sfinimento e alla morte per denutrizione. Va, anzi ricordato, che il tentativo di provocare la morte degli ebrei per inedia era una pratica seguita sin dall’inizio della guerra dai nazisti, come confermano le terribili immagini girate dagli stessi cineoperatori tedeschi nel ghetto di Varsavia nel 1940, nel 1941, nel 1942 e, infine nei primi mesi del 1943 (prima della disperata rivolta dell’aprile-maggio di quell’anno), che mostrano abitanti sempre più magri, fino a ridursi a scheletri viventi, che vagavano per strade dove non si raccoglievano più i cadaveri dei morti per fame, resi indifferenti a tutto, anche al pianto disperato di una madre che si aggirava per le strade stringendo tra le braccia il cadaverino del suo figlio.
Tra l’altro, anche a non voler tener conto dell’imponente mole di documenti e di testimonianze disponibili sull’argomento, un’inoppugnabile conferma della veridicità storica della Shoah è fornita dai filmati girati da russi, americani e inglesi nei campi di concentramento appena liberati. Gli americani, ad esempio, quando nell’aprile 1945 liberarono il campo di Buchenwald, non solo documentarono le fosse comuni piene di morti, le cataste di cadaveri ancora insepolti e le condizioni dei superstiti ridotti a scheletri viventi, ma costrinsero gli abitanti della vicina Weimar a sfilare per il campo, con il loro borgomastro in testa e badarono bene a riprenderli uno per uno, perché così nessuno potesse negare in futuro quello che avevano visto con i loro stessi occhi, e analoghe iniziative furono prese anche dagli inglesi, come nel filmato girato nel campo di Bergen Belsen, montato secondo i suggerimenti dello stesso Alfred Hitchcock.

C’è stata una propaganda negazionista?
Dal momento che i negazionisti rifiutano di riconoscere anche l’evidenza, si può dire che non rappresentano affatto la legittima richiesta di un libero confronto storico anche su un tema tragico come la Shoah ma che, piuttosto, costituiscono una delle più evidenti espressioni della tendenza a seguire ciecamente ottusi schemi ideologici e a mantenere comportamenti devianti. Lo conferma l’aggressiva e ipocrita propaganda condotta su internet da tanti gruppi filonazisti, che, da un lato, sfruttano il fascino macabro della violenza senza limiti operata dai nazisti per attirare nuovi adepti - allo stesso modo con cui i propagandisti del sedicente Stato Islamico utilizzano l’orrore dei filmati dei fanatici tagliagole dell’ISIS che uccidono ostaggi o prigionieri inermi per arruolare nuove reclute -, e, dall’altro, cercano di negare che quella violenza sia stata realmente esercitata sugli ebrei europei.

Negazionismo, un reato da perseguire?
Se le cose stanno così, serve considerare il negazionismo un reato da perseguire, come è stato fatto in diversi paesi europei, a cominciare dalla stessa Germania, e come è stato proposto più volte anche in Italia?
In realtà l’applicazione di queste misure potrebbe offrire ai negazionisti l’opportunità di atteggiarsi a difensori della libertà d’espressione e a martiri. Credo inoltre che sia pienamente condivisibile la contrarietà espressa dalla gran parte dei più autorevoli storici contemporaneisti italiani verso misure di carattere coercitivo perché la verità storica non può essere affidata agli Stati e perché solo la società civile, attraverso una costante battaglia culturale, etica e politica, può creare gli anticorpi necessari per contrastare e vincere le posizioni negazioniste.

Per non dimenticare
Perché non si ripeta mai più un’immane tragedia come la Shoah servono dunque la memoria, la conoscenza e un costante impegno di tutti nel seguire la strada della ragione. Occorre perciò anche abbandonare il mito consolatorio del “cattivo tedesco”, ricordando che anche austriaci, ungheresi, ucraini, estoni, lituani, francesi furono complici, in varia misura, del genocidio degli ebrei, e che lo fummo anche noi italiani, per aver accettato passivamente le leggi antisemite emanate dal regime fascista e per essere entrati in guerra al fianco della Germania nazista.
Se il sonno della ragione genera mostri, il razzismo e il fanatismo si combattono sforzandosi sempre di capire le ragioni degli altri, respingendo le incitazioni all’odio verso il “diverso”, ed anche, semplicemente, non prendendo per buone le soluzioni semplicistiche e miracolistiche ai problemi complessi della nostra società proposte da tanti arruffapopolo e verso le tante bufale più o meno pericolose e capziose che circolano su internet.

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Stato e democrazia sono due concetti che appartengono alla cultura giuridica occidentale e che, almeno “in combinato disposto”, non sembrano sempre perfettamente “calzanti” allorquando l’indagine si focalizza su contesti politici e giuridici diversi da quelli propri della tradizione liberale.


di Arianna Vedaschi, docente di Diritto pubblico comparato all'Università Bocconi, ospite all’Università Vanvitelli il 24 gennaio presso Aulario del Dipartimento di Giurisprudenza

L’esperienza dell’Islamic State (IS), che ha interessato, nel suo momento apicale, un territorio di circa trentacinquemila chilometri quadrati e non meno di sei milioni di persone, ha drammaticamente riproposto la difficoltà di riferire istituti e, più in generale, concetti di matrice occidentale ad altre aree del pianeta. Eppure, nonostante la sua vocazione imperialistica, almeno nella sua fase albare, il progetto politico proposto dall’IS si è espressamente richiamato alla categoria statale. Il 29 giugno 2014, primo giorno di Ramadan, dalla principale moschea di Mosul, seconda città dell’Iraq, Abu Muhammed al-Adnani al-Shami, portavoce ufficiale del neo-califfato, proclama la nascita dello Stato Islamico e presta giuramento di fedeltà «allo Sceicco, al Mujaheddin, all’Adoratore, l’Imam, al Devoto, al Mujaheddin discendente della stirpe profetica, il servitore di Allah: Ibrahim Ibn ’Iwad, Ibn Ibrahim, Ibn ’Ali, Ibn Muhammad [a]l-Badri [a]l-Hachimi [a]l-Qourachi per discendenza, As-Samourra-i per nascita, [a]l-Baghdadi per il luogo in cui ha compiuto gli studi e ha vissuto». Al-Baghdadi accetta la nomina e diventa imam di tutti i musulmani del mondo. In qualità di portavoce del neonato Stato, al-Adnani si rivolge poi al «popolo di Allah» esortandolo ad unirsi e a combattere per la causa comune, cioè, nella retorica islamista, la promessa di Allah e dice: «o musulmani, perché se voi respingete la democrazia, la laicità, il nazionalismo e le altre lordure dell’Occidente, allora grazie ad Allah voi governerete la terra, Oriente e Occidente si rimetteranno a voi».
La natura, incerta e atipica, della neonata entità politica è al centro della relazione che si propone di verificare la possibilità di ricondurre l’esperienza dell’IS al modello statale ricostruito secondo la dottrina costituzionalistica classica. In altre parole, la pluralità di individui uniti nella comunità delineata da al-Adnani, connessa all’ambito spaziale controllato da al-Baghdadi, cioè sottoposta al suo potere di imperio, alios excludendi, è riconducibile al modello statale?
In sintesi estrema: con Da’ish il terrorismo internazionale si è fatto Stato?
Per rispondere a questa domanda occorre sottoporre l’oggetto di indagine al test dei tre elementi: territorio, popolo e sovranità, che, secondo la dottrina costituzionalistica, devono necessariamente essere compresenti, affinché si possa utilizzare la categoria statale. All’esito di questa verifica, emergono alcune non marginali criticità, che peraltro rivelano l’uso improprio di termini, ma invero di concetti (a partire da quello di Stato), che appartengono alla cultura politico-giuridica occidentale. Preso atto che le rilevate forzature, quando non vere e proprie contraddizioni, mettono in dubbio l’esito della verifica, e dopo aver tentato di lumeggiare l’assetto interno del Califfato, al fine di capire se, sul complementare piano dei fatti, si possa individuare, seppure in nuce, una struttura amministrativa organizzata e funzionale al soddisfacimento dei bisogni della collettività di riferimento, la relazione si conclude con alcune riflessioni tese a segnalare l’emergere di un inedito modello di gestione del potere, alternativo, in senso in senso escludente, a quello della democrazia occidentale.
Infine, di fronte all’aumento degli attentati “a macchia di leopardo”, così costanti nel ripetersi da configurare, se considerati nel loro insieme, un campo di battaglia globale, assimilato a una terza «guerra mondiale», occorre ragionare attentamente sul “lascito” dell’abortita esperienza dell’IS, oltreché sull’azione di contrasto al terrorismo internazionale di matrice islamista.
Da questa prospettiva, alla luce delle principali counter-terrorism measures, adottate dai governi occidentali, emerge l’insufficienza o, quantomeno, l’inadeguatezza dei meccanismi di protezione finalizzati a prevenire, contrastare e reprimere i pericoli alla sicurezza collettiva. Di qui anche il sistematico ricorso al segreto di Stato, che però, allorquando diventa la regola e non più l’eccezione, sfida la tenuta stessa della democrazia.

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