Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

Le festività pasquali durano poco, ma possono far lievitare clamorosamente il nostro peso corporeo. I cibi della tradizione campana possono apportare circa diecimila chilocalorie (kcal) nei giorni di Pasqua e Pasquetta, senza contare le calorie del Sabato Santo. Non volendo demonizzare nessun piatto pasquale della tradizione nostrana, bisogna pur considerare l’apporto calorico medio per porzioni piccole (appena 100 gr) dei vari prodotti pasquali della Campania Felix.
Ecco alcuni esempi, considerando che l’apporto calorico può variare a seconda delle zone di produzione:

  1. casatiello salato: 380 kcal;
  2. casatiello dolce: 410 kcal;
  3. pastiera dolce: 390 kcal;
  4. pastiera salata – frittata di maccheroni: 450 kcal;
  5. salame paesano: 400 kcal;
  6. capretto al forno: 250 kcal.

Che fare per non rinunziare ai piaceri della tavola pasquale? Il Venerdì Santo ed il Martedì dopo Pasqua si può adottare un regime dietetico strategico, costituito da: latte 250ml ed 1 fetta biscottata a colazione; verdura 300 gr con 30 gr di pane più frutta 200 gr sia a pranzo sia a cena. Questo regime ipocalorico di un giorno fa bene non solo al corpo, ma anche all’anima, in ottemperanza ai dettami della tradizione cristiana.
Per un discorso più generale riguardante la nostra salute, atteggiamenti salutari vanno adottati per tutto l’anno e non solo per mettersi in forma per qualche periodo particolare come quello estivo (prova costume). Comunque, ecco alcuni pratici consigli per mettersi in forma prima dell’estate, seguendo i dettami de “Le Colonne del Benessere: Sana Alimentazione ed Attività Motoria”.
1) Bere almeno 1,5 litri di acqua al giorno: bere molto infatti aiuta a depurarsi e a mantenere in efficienza le funzioni fisiologiche.
2) Mettersi in moto: l’esercizio fisico è necessario per rimettersi in forma. Basta anche una semplice camminata. I diecimila passi al giorno di cui sentiamo tanto parlare, infatti, sono un toccasana, soprattutto se effettuati a passo sostenuto. Per i più atletici, 30min di corsa o di bici a una buona velocità permettono di bruciare anche 200-250 kcal.
3) Diminuire i grassi: se per qualche giorno ci siamo fatti tentare da casatielli e salami, è il momento di ridurre l’apporto calorico proveniente da grassi. Per i golosi che non riescono a farne a meno, due quadratini di cioccolato fondente una volta al giorno andranno benissimo.
4) Preferire i cereali integrali ed i legumi: apportano fibre utili all’organismo. Vanno, comunque, utilizzati in modo moderato per ridurre l’apporto calorico.
5) Pesce almeno 3 volte a settimana: soprattutto quello azzurro, è ricco di proteine e di acidi grassi essenziali. E’ leggero e più digeribile rispetto alla carne.
6) Carne: per quanto riguarda la carne, è meglio consumarne di bianca, più magra di quella rossa che può essere tuttavia utilizzata due-tre volte al mese.
7) Latte e derivati: utilizzare i prodotti magri, ricchi di calcio ma poveri di grassi.
8) Verdure: non potevano mancare. Il “must” di tutte le diete, in quanto forniscono senso di sazietà e rispettano un basso rapporto calorie/quantità. 100 gr di insalata verde, infatti, apportano solo 20 kcal. Vuol dire che 500 gr di insalata equivalgono ad una comune barretta che troviamo in commercio.
9) Frutta: 4-5 porzioni al giorno: a pranzo, a cena e come spuntino rappresentano un notevole contributo al raggiungimento del nostro obiettivo. Fresca e dolce, è saporita e fornisce un buon senso di sazietà. Ad ogni modo, attenzione a non superare le porzioni consigliate.
10) Diminuire il condimento: l’olio extravergine d’oliva è sicuramente un ottimo condimento, da preferire sicuramente ad altri tipi di grassi. Tuttavia, bisogna essere parsimoniosi: tre-quattro cucchiaini al giorno andranno benissimo.
11) Sale: meglio tenerne sotto controllo il consumo. Un suo elevato utilizzo può favorire la ritenzione idrica e far aumentare la pressione arteriosa. Prediligere le spezie per rendere gustose le pietanze.
12) Zucchero: una bustina di zucchero apporta circa 30 kcal. Per gli amanti del caffè, ad esempio, che ne consumano minimo 3 tazzine al giorno, vi è un aggiunta, senza accorgersene, di circa 90 kcal.

Un ultimo importante consiglio: se c'è da perdere più di 3-4 kg, è conveniente affidarsi a "mani esperte". L’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli” annovera tra le sue strutture sanitarie l'Unità Operativa Complessa di Dietetica e Medicina dello Sport (diretta dal prof. Marcellino Monda), che è unica nel suo genere. In tale struttura sono coniugate competenze professionali di Scienze Nutrizionali con quelle di Medicina dello Sport, tali da poter perseguire il raggiungimento del Benessere mediante una sana alimentazione e una controllata attività motoria.

di Marcellino Monda, docente di Fisiologia dell'Università degli studi della Campania Luigi Vanvitelli

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

Negli ultimi mesi si è assistito ad un vero e proprio “bombardamento” mediatico su quello che possiamo definire il “caso meningite”. In realtà, non esiste nessun “caso”, in quanto dai dati resi pubblici dal Ministero della Salute è ormai chiaro che non c’è nessuna epidemia di meningite in Italia, fatta eccezione di una piccola area della Toscana, la cosiddetta “Valle dell’Arno”. Il numero dei casi registrati per anno risulta, infatti, stabile se non addirittura in leggerissimo calo, passando da 1.479 casi globali nel 2014 a 1.376 nel 2016 e da 196 casi da meningococco nel 2015 ai 189 del 2016. Per tale motivo, recentemente, anche quattro grandi Società Scientifiche Nazionali, la Società Italiana di Igiene e Medicina Preventiva (SItI), la Società Italiana di Pediatria (SIP), la Federazione Italiana dei Medici di Medicina Generale (FIMMG) e la Federazione Italiana dei Medici Pediatri (FIMP), sono scese in campo insieme e al fianco del Ministero della Salute per sedare l'ingiustificato allarmismo degli ultimi tempi.
Chiarita la reale dimensione del problema, cerchiamo ora di capire cosa è la malattia e quali sono le misure preventive e terapeutiche necessarie per combatterla.
La meningite è un processo infiammatorio a carico delle meningi, legato, nella maggior parte dei casi, ad un agente infettivo. Le infezioni che causano la meningite possono essere sostenute da virus, batteri o, più raramente, da funghi. Le meningiti virali di solito non causano quadri clinici gravi e si risolvono nell’arco di 7-10 giorni; al contrario, le forme batteriche sono più rare ma estremamente più severe, essendo associate a rischio di sequele a lungo termine e, nella forma fulminante, anche a rischio di rapido decesso.
Un precoce riconoscimento dei sintomi e dei segni clinici, l’esecuzione tempestiva delle procedure diagnostiche e della terapia antibiotica sono fondamentali per ridurre la mortalità e il rischio di sequele a lungo termine di questa patologia.
Nei bambini, in particolare nei più piccoli, al di sotto dei due anni di età, però, i sintomi e i segni clinici della meningite sono in genere sfumati e quindi difficili da riconoscere soprattutto nelle fasi precoci della malattia. Per questo motivo, ancora oggi l’arma più importante contro la meningite batterica in età pediatrica è rappresentata dalla prevenzione.
Prevenire la meningite significa vaccinare, senza inutili ed ingiustificati allarmismi ma comunque vaccinare. Esistono oggi diversi vaccini che agiscono verso i diversi batteri che possono causare la meningite.
I batteri più frequentemente chiamati in causa in corso di meningiti sono cambiati nel corso del tempo. Fino a circa 10 anni fa, infatti, la causa più frequente di meningite nei bambini al di sotto dei 5 anni di età era l’Haemophilus influenzae tipo b (Hib). Oggi le meningiti da Hib sono quasi del tutto scomparse in Italia grazie all’inclusione della vaccinazione anti-Hib nella vaccinazione esavalente (Difterite-Tetano-Pertosse, Poliomielite, Epatite B e, appunto, Hib) eseguita da oltre il 95% dei bambini nel primo anno di vita. La diffusione dello screening con tampone vaginorettale delle gestanti tra la 35° e 37° settimana di gestazione e la conseguente attuazione della profilassi antibiotica intrapartum ha permesso una importante riduzione dei casi d’infezioni neonatali precoci da Streptococcus agalactiae (SBEGB), comune patogeno causa di meningite nel neonato. Ancora, il miglioramento delle condizioni igieniche e la riduzione della contaminazione degli alimenti ha poi determinato la riduzione di infezioni causate da Lysteria monocytogenes, responsabile negli USA di circa il 2% dei casi di meningite batterica.
Attualmente, i batteri che più frequentemente causano meningite in Italia sono rappresentati dallo Streptococcus pneumoniae (pneumococco) e dalla Neisseria meningitidis (meningococco).
In Italia sono disponibili diversi vaccini anti-pneumococco: il vaccino coniugato 13 valente (PCV13) e il vaccino polisaccaridico 23 valente (PPSV23). I sierotipi contenuti nei vaccini sono quelli che causano le forme di malattia più severe nei bambini e almeno la metà di quelli che causano malattia grave nell’adulto. Il PCV13, a differenza del PPSV23, essendo un vaccino
coniugato, conferisce memoria immunologica e protezione prolungata sia nei soggetti sani che con
condizioni di rischio, inoltre, il vaccino PPSV23 non coniugato è sconsigliato al di sotto dei 2 anni di età per la scarsa capacità immunizzante di questo vaccino in tale fascia d’età.
Attualmente sono, invece, disponibili tre differenti vaccinazioni anti-meningococco: anti-meningococco B, anti-meningococco C e tetravalente contro i sierotipi A, C, W135, Y. Il vaccino contro il meningococco C (MenC) è disponibile già da parecchi anni ed è inserito tra le vaccinazioni raccomandate ed è gratuito. Va somministrato ai bambini di età compresa tra 13 e 15 mesi, in concomitanza con il vaccino MPR (Morbillo, Parotite, Rosolia) e agli adolescenti non precedentemente immunizzati.
Il vaccino contro il meningococco B (MenB) è stato autorizzato solo nel 2013. In alcune regioni è ancora a pagamento, mentre in altre è offerto gratuitamente.  Il vaccino protegge contro quasi il 90 % dei ceppi di meningococco B e si può fare a partire dai 2 mesi, anche in concomitanza con gli altri vaccini previsti nei primi anni di età. Il vaccino tetravalente AC W135 Y (Mcv4), infine ,  è disponibile da pochi mesi ed è raccomandato a chi viaggia.E' somministrabile nel secondo anno di vita ai bambini che non hanno ancora effettuato il MenC o agli adolescenti di 12-16 anni già vaccinati con MenC, a completamento della copertura ed è a pagamento.
L’ultimo Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale ( PNPV) 2016-2018 prevede la vaccinazione anti meningococco C nei bambini che abbiano compiuto un anno di età, consiglia il vaccino tetravalente per gli adolescenti non vaccinati da piccoli (il richiamo per quelli già vaccinati) e raccomanda il vaccino contro il meningococco B per i bambini sotto l’anno di età. Inoltre, simultaneamente alla vaccinazione esavalente, ma in sede anatomica diversa (quadricipite
femorale della coscia contro-laterale), raccomanda la somministrazione del vaccino anti-pneumococcico coniugato.
La Regione Campania ha recentemente promosso una importante campagna vaccinale contro il meningococco.
Prossimamente, infatti, presso gli uffici vaccinali distrettuali delle ASL campane, sarà possibile vaccinare gratuitamente tutti i soggetti al compimento del 13° mese di vita e  tutti gli adolescenti nella fascia di età compresa tra i 12 e i 18 anni, con il vaccino tetravalente adiuvato efficace contro quattro sierotipi di meningococco (09/01/2017 - Comunicato n.8).

di Francesca Rossi, docente di Pediatria Generale e Specialistica all'Università degli studi della Campania Luigi Vanvitelli

 

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

Negli ultimi anni la dieta sta assumendo un ruolo sempre più centrale nella vita delle persone affette da Sclerosi Multipla. In un recente studio, attraverso le risposte ad una web-survey, si è dimostrato l'incremento dell’interesse nei confronti della dieta in seguito alla diagnosi di Sclerosi Multipla (Kari-na Riemann-Lorenza et al., PLOS 2016).
Questo interesse, però, non è soddisfatto dalle evidenze scientifiche, tutt'ora insufficienti a dare ri-sposte incontrovertibili e definitive sull'importanza della dieta nella etiopatogenesi e nel management della Sclerosi Multipla.
La Sclerosi Multipla è una patologia complessa ed i fattori genetici e immunologici non sono sufficienti a spiegare la sua eziologia. Attualmente è chiara una condizione di multifattorialità ed un ruolo importante, nel suo sviluppo, potrebbero averlo fattori ambientali e/o metabolici, infezioni virali, o ancora, uno stile di vita non corretto e quindi, abitudini dietetiche errate.
Nessuno di queste condizioni può, da sola, spiegare la patologia, ma le seguenti evidenze rendono molto attraente il coinvolgimento della dieta nella patogenesi della malattia, più che le infezioni e/o i fattori ambientali:
•    distribuzione geografica: la Sclerosi Multipla è più frequente nel mondo occidentale dove è diffuso uno stile di vita sedentario ed una dieta ipercalorica (Alonso et al., Neurology 2008).
•    effetti migratori: la migrazione da una zona ad alta incidenza di Sclerosi Multipla ad un'altra con un bassa incidenza, prima dei 15 anni, comporta la modifica del rischio di sviluppare la malattia. Ciò non accade qualora la migrazione si realizzasse dopo i 15 anni. Tale aspetto potrebbe esse-re correlato all'esposizione a fattori nutrizionali piuttosto che infettivi o tossicologici (McLeod et al., J Neurol 2011)
•    vitamina D: bassi livelli di vitamina D si associano ad un maggior rischio di Sclerosi Multipla. (Munger KL et al., JAMA 2006)
•    indice di massa corporea: un alto indice di massa corporea prima dei 20 anni si associa ad un raddoppio del rischio di Sclerosi Multipla (Hedström et al., Mult Scler 2012)
•    la Sclerosi Multipla ha caratteristiche comuni ad altre malattie infiammatorie croniche intestinali: entrambe si associano a bassi livelli di vitamina D (Reich et al., World J Gastroenterol 2014) e ci sono anche evidenze sull’efficacia del glatiramer acetato sia nella Sclerosi multipla che nel Chron (Aharoni et al., Autoimmun Rev 2013).
Un recente studio (Riccio et al., ASN Neuro, 2015) mostra che fattori dietetici e modifiche dello stile di vita potrebbero esacerbare o attenuare i sintomi della Sclerosi Multipla attraverso la modulazione dello stato infiammatorio sistemico. Tale regolazione si realizzerebbe mediante il controllo dell’attività metabolica ed infiammatoria e della composizione della flora batterica intestinale.
Lo stile di vita occidentale, caratterizzato da diete ipercaloriche, ricche di cibi salati e grassi animali, associato a scarso esercizio fisico, incrementa lo stato infiammatorio dell’organismo. Questo si realizzerebbe attraverso:
1. il potenziamento di tutte le vie biosintetiche cellulari
2. l'incremento dei meccanismi mediati dalle molecole pro-infiammatorie
3. la realizzazione di una condizione disbiotica intestinale.
Nello stesso studio viene chiarito quanto un esercizio fisico costante e moderato, e una dieta ipo-calorica basata sull’assunzione di verdura, frutta, legumi e pesce, favoriscano un’attenuazione del-lo stato infiammatorio sistemico ed un riequilibrio della flora batterica intestinale.
Negli ultimi anni, infatti, si sta rivolgendo sempre maggior attenzione al ruolo della flora batterica in-testinale nella patogenesi delle malattie autoimmuni. Se questo ruolo è più facilmente intuibile per le patologie infiammatorie croniche intestinali, lo è meno per quelle che hanno come bersaglio uno o più organi distanti dalla flora batterica commensale.
Nonostante ciò, per quanto riguarda la Sclerosi Multipla, sono diverse le evidenze di una relazione con le condizioni disbiotiche intestinali che, a loro volta, sono strettamente correlate ad errati regimi dietetici.
In particolare, recenti studi (Treiner et al, Front Immunol, 2015), avrebbero individuato un legame tra i linfociti T, impegnati nel controllo della popolazione batterica e dello stato infiammatorio intesti-nale, ed in grado di raggiungere il Sistema Nervoso Centrale, con la Sclerosi Multipla.
Traducendo le evidenze scientifiche in scelte quotidiane, il paziente con Sclerosi Multipla deve preferire una dieta non eccessivamente calorica, abbinata a un moderato esercizio fisico e basata su pesce, verdure, legumi, frutta, piccole porzioni di carboidrati integrali, fibre, olio extra vergine di oliva, acqua, succhi di frutta non zuccherati, soia e tè nero. (Hadgkiss et al., Nutr Journal 2014)
La nutrizione riesce a limitare gli effetti della stanchezza (Totaro et al., Neurol 2015) di cui soffrono molte persone con SM e può aumentare l’efficacia di alcune terapie (Riccio et al., ASN Neuro 2015), ma non può certo agire come un farmaco. Mangiare in maniera appropriata può migliorare lo stato di benessere del paziente e rendere più efficace la terapia.
Infine non bisogna dimenticare che nel decorso della Sclerosi Multipla alcuni sintomi possono influire sulla scelta degli alimenti, come ad esempio i disturbi intestinali o la difficoltà a deglutire. A questi sintomi si può affiancare anche una perdita di appetito spesso legata agli effetti collaterali di alcuni farmaci.
Per questo è necessario considerare sempre individualmente quali siano i fabbisogni energetici che dipendono dall’età, dallo stato della malattia, dall’attività fisica, dal metabolismo e dalle varia-zioni di peso e, sempre, valutare la compatibilità di diete o di integratori con la gestione della Scle-rosi Multipla.

Luigi Lavorgna, PhD Dirigente Medico I Clinica Neurologica AOU Università - Ha collaborato alla stesura dell'articolo il Dott. Gianmarco Abbadessa

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

di Giuseppe Paolisso

Uno degli obiettivi strategici del mio mandato è stato quello di testimoniare la vicinanza della Università al territorio ed in particolar modo a quello casertano che da sempre ha percepito l'Università come un soggetto, se non estraneo, sicuramente poco partecipe alle necessità di crescita del territorio stesso. È ciò che oggi viene chiamata «terza missione» dell'università che tutti i rettori si prefiggono di portare a termine. Ma nel territorio casertano vi è sempre stato un problema in più: il nome dell'università.

La Seconda Università di Napoli (Sun) nasce ufficialmente nel 1992 con l'idea di decongestionare l'Università di Napoli al fine di fornire un servizio più efficiente agli studenti specialmente nell'area giuridico-umanistica e in quella scientifico-tecnologica. La composizione iniziale si base sullo scorporo della ex Facoltà di Medicina e Chirurgia dalla Università di Napoli e dalla successiva nascita di tutte le altre Facoltà (oggi Dipartimenti) che vanno a collocarsi prevalentemente nel territorio casertano con un'ottica di decentralizzazione delle attività dall'area metropolitana. Si arriva ai giorni d'oggi con una distribuzione delle attività didattiche della «Sun» su un vasta area della Regione comprendente Caserta (Psicologia, Studi Politici, Medicina e Professioni Sanitarie, Matematica e Fisica, Scienze Ambientali e Farmacia), Napoli (Medicina e Professioni Sanitarie), Santa Maria Capua Vetere (Giurisprudenza e Lettere), Capua (Economia), Aversa (Architettura e Ingegneria), Avellino (Professioni Sanitarie). In verità l'esigenza di una diversa denominazione della «Sun» era stata già percepita negli anni addietro, anche se il tentativo di arrivare a una nuova denominazione è sempre fallito sul nascere per ostacoli prevalentemente interni e per la paura di ripercussioni elettorali. Ma se l'obiettivo era di aumentare il radicarsi dell'università sul territorio, oltre alle numerose attività culturali sul territorio casertano (le conferenze di Oltre le Due Culture, i Maestri del Cinema alla Reggia, la Maratona Dantesca e il ciclo di conferenze su Carlo III di Borbone) era necessario trovare un legame tra denominazione dell'università e territorio. Abbiamo pensato quindi di iniziare un processo che, ben consci delle difficoltà e dei costi (circa 400.000 euro senza che questo abbia alcun effetto negativo né sulle casse né sull'operatività della Sun), portasse con decisione a un cambio ragionato e ragionevole della denominazione, in un'ottica inclusiva e partecipativa, democratica e di rappresentanza di tutte le componenti e territori interessati, che avesse i giusti tempi, senza fretta né ansia.

A norma di legge il cambio di denominazione di un'università è equivalente a una variazione di statuto per cui basta avere il parere del Cda e la delibera a maggioranza qualificata del Senato Accademico per proporre la modifica al Miur. Si iniziava invece processo più ampio nel Febbraio del 2015 ponendo all'attenzione del Senato Accademico la necessità del cambio del nome ed individuando 3 possibili soluzioni: Università degli Studi della Campania «Luigi Vanvitelli», Università degli Studi Di Caserta, Università «Luigi Vanvitelli». Tralasciando le ultime due soluzioni che sono quelle più ovvie, è necessario fare qualche precisazione sulla individuazione della prima.

La denominazione Università degli Studi della Campania «Luigi Vanvitelli» era espressione della comune volontà della Comunità Accademica di continuare a contribuire, attraverso la presenza dell'istituzione universitaria, alla riqualificazione del territorio della «Campania Felix» e alla crescita culturale delle future generazioni. La Reggia di Caserta è infatti riconosciuta a livello internazionale come massima espressione dal punto di vista stilistico del pensiero vanvitelliano e il richiamo all'architetto Vanvitelli equivale a ben collegare l'istituzione universitaria alla città di Caserta. Inoltre, l'appellativo «Campania» è stato inteso a forte valenza storica, poiché rievoca quella «Campania Felix» che raggruppava i territori di Capua, Santa Maria Capua Vetere e Aversa su cui insistono alcuni dei Dipartimenti dell'Ateneo. Sulle ipotetiche 3 denominazioni si apriva una costruttiva consultazione con tutti i Dipartimenti e le forze sociali, limitando di fatto i poteri discrezionali del Cda e del Senato e ampliando significativamente la partecipazione degli studenti e delle diverse componenti accademiche alla decisione finale. Su 19 Dipartimenti 16 espressero la loro preferenza per il nome «Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli»: il 74% del personale dell'Ateneo scelse questo nome mentre il 20% si astenne e solo il 6% optò per «Università degli Studi di Caserta». Di conseguenza il Senato Accademico del 31 marzo 2015 votò a maggioranza qualificata il cambio di denominazione da Seconda Università degli Studi di Napoli a Università degli Studi della Campania «Luigi Vanvitelli». A questa decisione seguirono reazioni di componenti accademiche, studentesche, politiche, delle istituzioni e della società civile casertane, positive ma anche negative, quest'ultime tutte risolte con il buon senso e la calma. Nel frattempo era necessario rivedere e riaggiornare lo statuto della «Sun» e fu quindi deciso di inviare tutta la pratica (cambio di denominazione e nuovo statuto) al Miur solo dopo aver compito tutto il percorso, anche per dare maggior tempo alla comunità accademica di riflettere sul proprio operato. Si arriva così ad Aprile 2016 quando il nuovo Statuto della «Sun» che al 1° articolo reca il cambio di denominazione viene posto ai voti negli organi Collegiali invitando quest' ultimi a riflettere di nuovo sul cambio di denominazione. Questa volta lo Statuto e il cambio di denominazione vengono votati all'unanimità e la ««Sun» comunica al Miur la delibera del Senato per il parere previsto per legge. Il Miur ai primi di Agosto 2016 approva lo Statuto senza alcuna variazione e si arriva ai giorni d'oggi con la sua pubblicazione in G.U. dell'8 novembre.

Terminata la fase autorizzativa, parte ora la fase di riposizionamento nazionale della nostra università per cui dopo aver effettuato un'analisi «Swot» per comprendere limiti, debolezze e forza della nostra università andremo a fare un bando internazionale per il nuovo brand (o logo) oltre ad affrontare una serie di problematiche tecniche ed amministrative connesse con il cambio del nome. Anche in questo caso tutto è stato studiato affinché avvenga nel modo più graduale e meno traumatico possibile (ci vorranno 6-9 mesi per andare a regime), anche se qualche disfunzione sarà un prezzo che potrebbe essere necessario pagare.

Appuntamento ora a maggio quando il nuovo logo dell'Università degli Studi della Campania «Luigi Vanvitelli» dovrebbe essere pronto e adeguatamente pubblicizzato. Alla fine di questa percorso mi corre l'obbligo di ringraziare quanti fra colleghi, personale tecnico amministrativo, studenti e addetti alla comunicazione hanno lavorato con me per il raggiungimento di questo obiettivo, non facile né scontato, ma ritengo molto importante per l'Università ed il territorio. Perché è evidente, che questo è il lavoro di una squadra che io ho solo coordinato.

Si poteva far di più e meglio? Probabilmente si, ma tra la ricerca assoluta del meglio senza la certezza di realizzare o arrivare ad un risultato perfettibile io preferisco sempre la seconda possibilità. 

 

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

di Raffaella Perrella - Dipartimento di Psicologia della Seconda Università degli studi di Napoli

 

Baby sitter, nonni o nido. Ogni mamma che lavora, almeno una volta nella vita, si è posta questo quesito, ovvero: qual è la scelta migliore per il benessere del mio bambino?
Oggi siamo ben lontani dall’idea che il nido sia un parcheggio dove lasciare il bambino perché non si hanno alternative. Anzi. Iscrivere i bambini all’asilo nido permette ai piccoli di crescere meglio. Uno dei grandi vantaggi di questo tipo di struttura, infatti, è la sua natura di “contesto protetto”, un luogo all’interno del quale i bambini possono sviluppare in completa tranquillità esperienze relazionali importanti e utili anche ai fini della strutturazione della propria personalità, grazie alla possibilità di vivere a contatto con adulti che non appartengono alla ristretta cerchia del nucleo familiare. Adulti che, lo ricordiamo, sono adeguatamente formati ed istruiti. Questo è certamente un altro punto di forza e un aspetto importante da tenere in considerazione, in quanto gli educatori posseggono il know how necessario per interagire con i piccoli a seconda delle età, scegliendo le più opportune modalità del gioco, le interazioni atte a stimolare la dimensione esplorativa, le esperienze di relazione con l’altro, e a gestire le emergenze in caso di difficoltà. Un educatore che accudisce un bambino ai suoi primi passi, ad esempio, lo seguirà attentamente nell’esplorazione dell’ambiente e nei suoi spostamenti dalla zona protetta, ma allo stesso tempo non ne inibirà le scelte di movimento, contenendo le ansie tipiche legate a questo processo. Anche la qualità della relazione con l’educatore può influenzare positivamente i processi di sviluppo e adattamento dei bambini, e le stesse interazioni contribuiranno ad accrescere e valorizzare il loro sano ed armonico sviluppo.
Ma a che età è consigliato inserire un bambino al nido? Si è spesso erroneamente convinti del fatto che allontanare il bambino in tenera età dalla madre possa avere ripercussioni o possa essere un momento difficile da gestire. In realtà, alla luce delle più recenti teorie psicodinamiche dello sviluppo, i piccoli, se iscritti al nido entro i primi mesi di vita riescono a gestire in maniera appropriata il distacco materno. Superata questa soglia conviene, in linea generale, valutare la percezione che il bambino ha della relazione con l’estraneo affinché il bambino sia in grado di vivere il distacco dalla madre in maniera meno traumatica e più serena.
Ovviamente, ogni piccolo è un mondo a sé, e ogni regola porta con sé un’eccezione, un bambino può essere pronto per il nido a 7 mesi, un altro a 16.
Al nido di Ateneo Foca Gialla è possibile effettuare su richiesta una consulenza specializzata e personalizzata, con cui è possibile valutare se il bambino è pronto o meno al confronto con l’estraneo, avendo la consapevole tranquillità di scegliere il tempo giusto, fissando un appuntamento inviando una mail a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. o telefonando al numero 3357515671.

 

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

di Abdulaye Konaté, Graphic designer at the Musee National in Bamako - Painter - Installation Artist - Sculptor

 

Dirè è una piccola città sulla riva sinistra del fiume Niger nella regione del Tombouctou del Mali. A nord del Mali c’è il deserto che avanza: una linea rossa che si sposta continuamente e che, nel suo avanzare, copre villaggi e territori. Inaridisce i terreni, degrada i suoli, costringe intere popolazioni ad abbandonare le proprie case, le proprie terre e a spostarsi continuamente.

Questa linea rossa – il Sahel – significa “bordo del deserto” ed è una zona di confine dell’Africa sub-sahariana che attraversa le regioni del Gambia, del Senegal, la parte a Sud della Mauritania, dell’Algeria e del Niger, il centro del Mali, il Burkina Faso e il nord della Nigeria, del Camerun, del Sud Sudan e dell’Eritrea, oltre alla parte centrale del Ciad.

Nel 1972 il Sahel è stato colpito da una grave siccità che, con l’aggravarsi dell’inaridimento climatico globale degli ultimi decenni, ha provocato oltre alla distruzione del patrimonio zootecnico locale, anche un ingente fenomeno di migrazione delle popolazioni saheliane verso sud con il conseguente abbandono di quelle terre da un lato, e, dall’altro con un eccessivo processo di inurbamento nelle zone di arrivo. Un fenomeno questo, che vede terre che diventano sempre più aride contrapporsi a terre che diventano sempre più affollate e dense. Questo fenomeno di concentrazione da un lato e di rarefazione dall’altro, può essere preso come strumento visivo di rappresentazione di fenomeni attuali e globali che oggi velocemente si verificano sotto i nostri occhi: la rarefazione e la sparizione delle culture della coltivazione e della pace proprie di queste terre in contrapposizione alla concentrazione dei conflitti, degli estremismi, delle epidemie, delle politiche dello sfruttamento e delle ideologie aggressive che invadono le zone a più alta concentrazione urbana. È come se non esistesse più una progressione tra i fenomeni ma invece una contrapposizione diametrale tra il troppo e il troppo poco.

Il Sahel quindi, non è solo un territorio, piuttosto è simbolo di un processo di desertificazione che avanza che non è solo ambientale ma è anche e soprattutto culturale, politico, religioso.

Una terra che ha visto l’incremento dell’emergenza terroristica di matrice islamista radicale (salafita) soprattutto nell’area nord occidentale e che di fatto, ha portato alla secessione del Nord del Mali, al colpo di stato del 2012 e agli ultimi attacchi terroristici e attentati locali.

Una terra ricca di tradizioni, di cultura, di artigianato locale e di risorse naturali e che diventa oggi uno dei simboli di un fenomeno globale di impoverimento economico e ambientale.

Partendo da Dirè, mia città natale, e dalla terra maliana che ha fatto dell’alto artigianato tessile la manifestazione concreta della propria cultura materiale, della musica la propria voce per parlare con il mondo e dell’arte il proprio punto di forza per rendere manifeste le proprie difficoltà, ho fatto della mia ricerca sull’artigianato locale e sulla grandissima tradizione della cultura tessile, il grimaldello per dialogare con il mondo e lo strumento per toccare grandi temi di rilevanza globale: la desertificazione ambientale, l’emigrazione, l’ideologia religiosa, gli estremismi, i conflitti militari, le sovranità, gli effetti della globalizzazione, i cambiamenti ecologici e le grandi epidemie. Tutti argomenti che diventano, nelle trame delle opere, oggetto di indagine e di decostruzione semiotica.

Un progetto ricco nei materiali - quei tessuti economicamente poveri ma dall’aspetto cangiante e prezioso – che si rifà alla tradizione dell’Africa occidentale e ad un uso commemorativo dei materiali, che si contrappone a messaggi secchi e decisi, elaborati all’interno di una esperienza personale cosmopolita e transculturale.

È partendo da questi temi che le Conservatoire des Art et Métiers Multimédia Balla Fasseké Kouyate di Bamako, la Sustainable Design School di Nizza e la Sun Seconda Università degli Studi di Napoli, nello specifico il Dipartimento di Ingegneria Civile, Design, Edilizia, Ambiente hanno sottoscritto un protocollo di intesa per poter lavorare a progetti comuni che abbiano come argomento centrale i temi della sostenibilità, non solo ambientale.

Il primo argomento di ricerca vede quindi il concetto della “Desertificazione” come metafora attraverso la quale studiare ed analizzare fenomeni più ampi e di portata globale.

I cambiamenti climatici accompagnati dai fattori legati all'accelerazione dello sviluppo economico, alle migrazioni umane e l'abbandono dei territori sta facendo assumere, al termine “desertificazione” significati metaforici  e sembra agire senza distinzione nei paesi del primo mondo, secondo o terzo mondo: sostenuta e implementata da bad practice e culture invasive - dagli incendi al sovra-popolamento, dall'inquinamento all’agricoltura intensiva – la desertificazione stende i propri effetti e fa avanzare i deserti provocando siccità estrema in Australia, seccando parte della California, facendo estendere il deserto del Nevada, minando le riserve idriche, aumentando la salinità dei terreni, favorendo l’erosione, la perdita di massa organica e la perdita di capacità di assorbimento d'acqua da parte del terreno. Perdita di massa vegetale e capacità di schermatura dei raggi solari, innalzamento delle temperature che come un effetto domino, scaldano ulteriormente il terreno e con ulteriore evaporazione dell'acqua ne aumentano la salinità.

L'eco di questo fenomeno subdolo e a lento effetto arriva in seconda battuta, su un terreno, fisico, culturale e psicologico già stanco, e logora la capacità di reazione di interi popoli, tagliandone le connessioni con i propri territori, e ponendoli in una condizione di perenne migrazione.

Questo scenario ambientale si offre, in maniera critica, come una lente di ingrandimento in grado di accendere una spia sul fenomeno della desertificazione inteso quale metafora per altre letture più trasversali e complesse. Diventa allora interessante la costruzione della relazione tra studenti provenienti da culture diverse, quella occidentale e quella sub-sahariana, per capire come i differenti significati del termine desertificazione, a volte anche apparentemente molto sconnessi tra loro, possono invece trovare delle risposte concrete attraverso i percorsi dell’arte, del design, delle scienze e della reciproca fertilizzazione.

Desertificazione naturale, desertificazione economica e desertificazione culturale saranno i tre cardini attorno ai quali verrà costruito l’intero percorso progettuale convinti che la naturale attitudine “etica” del design si può porre come interlocutore primo per affrontare i limiti dello sviluppo, le sue discrasie, e i suoi risvolti più estremi ed aprire a un progetto che, invece, possa contribuire a un “disegno” del mondo in cui progettare ecosistemi diffusi attraverso strategie di condivisione. Il dialogo tra design, arte e scienze, da questo punto di vista, si fa protagonista partecipe, recettore attivo dei segnali e delle preoccupazioni del mondo, ma, soprattutto, diventa tramite per la costruzione di scenari di vita sostenibili, solidali, equi.

 

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

di Aniello Riccio -  Dipartimento di Ingegneria Industriale e dell'Informazione della Seconda Università degli studi di Napoli

 

L’ultimo comunicato ANSA recita: “La sonda Shiaparelli si è schiantata – Il lander del missione Exomars Schiaparelli, ha probabilmente raggiunto la velocità di 300 Km orari mentre precipitava sul suolo di Marte da una altezza compresa tra 2 e 4 km. Sulla base delle immagini catturate dalla sonda MR0 (Mars Reconnaissance Orbiter) della NASA, L’Agenzia Spaziale Europea non esclude che Shiaparelli possa essere esploso in volo”.

Ma Per capire le reali implicazioni di quello che è recentemente accaduto sul programma di esplorazione marziana ExoMars, frutto di una cooperazione tra l’Agenzia Spaziale Europea (Esa) l’Agenzia Spaziale Russa (Roscosmos), e l’Agenzia Spaziale Italiana (Asi) con il supporto tecnico in primis della Join venture Thales Alenia Space (Thales 67% e leoneardo-Finmeccanica 33% ), è necessario capire quali erano e sono i reali obiettivi della missione e in che misura questi obiettivi sono stati raggiunti o potranno essere raggiunti in futuro.

Il pool di tecnologie della missione Exomars 2016 è composto da un modulo orbitante, il Tgo (Trace Gas Orbiter), assemblato nel sito Thales Alenia Space di Cannes, con a bordo tre strumenti scientifici e una fotocamera ad alta risoluzione, e da un modulo di discesa Edm (Entry descent landing Demonstrator Module) detto anche lander Schiaparelli, che è stato assemblato nel sito di Torino, equipaggiato con strumenti scientifici per la caratterizzazione fisica e meteorologica dell’atmosfera di Marte, un riflettore per laser e una telecamera attiva nella discesa.

"Dopo un lungo viaggio interplanetario di circa 500 milioni di chilometri, il modulo di discesa si è separato dal modulo orbitante Trace Gas Orbiter (Tgo) il 16 Ottobre e dopo un avvicinamento di tre giorni ha raggiunto il limite dell’atmosfera marziana, il così detto punto di interfaccia d’ingresso posto a circa 122 chilometri dalla superficie del pianeta, per iniziare la sua discesa libera sul pianeta Marte ad una velocità di circa 21.000 chilometri orari" indica Thales Alenia Space e riferisce riguardo il lander Schiaparelli "ha completato con successo la maggior parte delle fasi previste nella tanto attesa e critica discesa di sei minuti nell’atmosfera marziana, come la decelerazione attraverso l’atmosfera, l’apertura del paracadute e dello scudo termico.

"I propulsori sono stati attivati brevemente, e si sono spenti prima del previsto, ad un'altitudine che deve ancora essere determinata" spiega la join venture, riferendo il computer di bordo, forse a causa di una lettura errata dei sensori che indicavano il raggiungimento del suolo, ha comandato lo spegnimento dei retrorazzi di discesa prima che fosse effettivamente raggiunta la superficie del pianeta rosso. Questo è il risultato delle analisi parziali, tutt'ora in corso, dei dati che Schiaparelli ha inviato alla sonda madre durante la fase di discesa, suscettibile di aggiornamenti più precisi nei prossimi giorni.

Prima di 'tacere', il lander Schiaperelli ha fatto bene il suo lavoro perchè ha "completato con successo la maggior parte delle fasi previste" della sua missione (95% circa), "con il corretto ingresso e discesa in atmosfera marziana" anche se il segnale della capsula è stato perso pochi secondi prima dell’atterraggio su Marte. E non solo. L'orbiter Tgo (Tras Gas Orbiter), altra tecnologia di punta della missione europea sul pianeta rosso, si è "correttamente posizionato in orbita marziana". Il modulo "manterrà questa posizione fino a gennaio 2017, quando l’inclinazione verrà aumentata fino a 74° e il periodo orbitale ridotto ad 1 giorno. Da marzo 2017, l’orbiter inizierà a circolarizzare gradualmente l’orbita con un meccanismo di frenata per attrito con l’atmosfera marziana (Aerobraking) utilizzando l’ampia superficie dei suoi pannelli solari". La missione scientifica del modulo orbitante di ExoMars, ricorda Thales Alenia Space, "è analizzare l’atmosfera del pianeta, in modo particolare ricercando tracce di metano determinandone la concentrazione e la distribuzione. Qualora verrà individuato, gli scienziati stabiliranno se tale metano è di origine biologica o geologica".

Quindi, altro che fallimento! Su Schiaparelli tutti i dispositivi di bordo sono entrati in funzione nella sequenza corretta, solo, non sono entrati in funzione nel modo corretto. A mano a mano che i dati cominciano ad essere letti ed interpretati nella maniera corretta, cominciano a definirsi meglio i contorni dell'avventura di Schiaparelli su Marte.

In generale, il programma ExoMars ha ancora molto da dire e fornirà in futuro occasioni per mostrare l’elevato livello della tecnologia made in Italy in campo aerospaziale nonostante gli scoop giornalistici e il susseguirsi delle notizie allarmistiche che ci hanno bersagliato nelle ultime ore. Il prossimo lancio, previsto nel 2020, permetterà di analizzare il suolo marziano fino ad una profondità di 2 metri alla ricerca di tracce di vita, grazie alla trivella in via di sviluppo da parte di Leonardo Finmeccanica. Un programma di esplorazione spaziale dovrebbe essere giudicato solo sulla base di tutte le informazioni e tutto il progresso di cui è artefice. In fondo l’esplorazione spaziale è sempre stata ricca di “incidenti” e di conseguenti “lesson learned” che hanno permesso all’uomo di raggiungere le mete più ambite "Per Aspera ad Astra".

 

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

di Eleonora Ruocco, docente di Dermatologia presso l’Unità Operativa Complessa della Clinica Dermatologica della Sun.


La caduta o la perdita di capelli è considerata anomala in molte società, essendo associata alla calvizie dell’età avanzata (alopecia androgenetica) o a uno stato patologico (chemioterapia). In condizioni fisiologiche il numero di capelli presenti  varia notevolmente da persona a persona, influenzato da numerosi fattori, quali genetica, età, sesso e stato di salute. Si stima che mediamente vi siano circa 100.000 capelli sulla testa di ogni individuo (circa 140.000 nei biondi, 100.000 nei bruni e 80.000 nei rossi), di cui il 90% circa si trova in una fase di crescita. Durante tale periodo il capello si allunga mediamente di 1-1,5 cm al mese. Si calcola che ogni anno vengono spesi miliardi di dollari nelle nazioni industrializzate per la cura  del capelli e per i problemi psicologici che le loro alterazioni determinano.

Ma perché la caduta di capelli si osserva principalmente nei periodi autunnali? La perdita di capelli nel periodo delle castagne (da settembre a novembre) è un fenomeno fisiologico molto semplice, non dipende dal cambio di temperatura, come si credeva fino a qualche anno fa, ma dalla variazione delle ore di luce nell'arco della giornata. Si ritiene che la melatonina ormone regolatore del ciclo luce- buio medi questo meccanismo e che il fenomeno coinvolga entrambi i sessi e tutte le età.
Per la caduta stagionale è opportuno curare innanzitutto l’alimentazione che deve essere basata sull’assunzione di frutta e verdure fresche ricche di vit. E, B, C, ferro, rame, zinco, magnesio. Non devono mancare inoltre carne, pesce e uova ricche di proteine. Fondamentale l’assunzione quotidiana del latte fresco fonte di cistina e aminoacidi solforati che rappresentano i mattoncini della cheratina dei capelli. Sicuramente vanno evitati i trattamenti “aggressivi” per i capelli quali: piastre, permanenti, stirature, trazioni e spazzolature prolungate e lavaggi frequenti con shampoo inadeguati.


E se la caduta “fisiologica” del periodo delle castagne dura oltre l’autunno? In questo caso, si parla di una vera e propria patologia del cuoio capelluto denominata telogen effluvium, che colpisce entrambi i sessi, con una leggera prevalenza del sesso femminile.
Il paziente riferisce un’eccessiva perdita di capelli sia durante la detersione dei capelli (shampoo), sia durante la giornata. La quantità dei capelli che cadono oscilla  da 100 a 500 capelli al giorno. Può associarsi  a bruciore e parestesie al cuoio capelluto. E’ fondamentale un’attenta anamnesi che spesso consente allo specialista dermatologo di risalire all’evento che ha innescato la patologia. Quest’ultimo va attentamente ricercato e collegato ad eventi accaduti circa tre mesi prima dell’inizio delle manifestazioni cliniche. Il telogen effluvium puo’ essere acuto, dunque dovuto ad un forte stress emotivo, un lutto familiare, una separazione, la perdita improvvisa del lavoro, o cronico, quando la caduta di capelli persiste da molto tempo. In quest’ultimo caso vanno considerati fattori legati a particolari momenti della vita di un paziente: diete drastiche e restrittive, ad esempio, anemie, il periodo post-partum. Una perdita di capelli, inoltre, può celare anche importanti malattie infettive (TBC, sifilide, brucellosi, tifo), malattie autoimmuni (LES, ipotiroidismo, ipertiroidismo, tiroiditi, dermatomiosite, diabete mellito). Inoltre neoplasie, interventi chirurgici, nutrizione parenterale possono scatenare un telogen effluvium. Un’ importante causa di caduta di capelli da non sottovalutare sembra essere dovuta all’assunzione per lunghi periodi di alcuni farmaci di uso comune: antifiammatori (ibuprofene), acido valproico (amnticonvulsivanti), ACE inbitori (antipertensivi) cumarinici (anticoagulanti) fenofibrato (ipocolesterolemizzanti) , anti-H² (cimetidina).

Dunque, che terapia scegliere? Per il telogen effluvium che deriva da una causa acuta e transitoria, si risolve spontaneamente senza alcun trattamento, il paziente va rassicurato sulla temporaneità della caduta e sul fatto che i capelli caduti, saranno sostituiti rapidamente da nuovi capelli in breve tempo. Il telogen effluvium cronico invece può persistere molti mesi pertanto va eseguita un’attenta anamnesi  fisiologica, patologica prossima e remota, personale, familiare,  e farmacologica. E’ opportuno prescrivere esami di laboratorio per la ricerca di eventuali patologie associate alla caduta e quando è possibile, individuare e sospendere il farmaco responsabile della patologia.

E gli integratori? In commercio ce ne sono di tutti i tipi. Vanno assunti sotto stretto controllo medico, evitando quelli con una grande quantità di vitamina A,  che potrebbe accentuare la perdita dei capelli. Non vanno prescritti tutto l’anno ma a cicli e solo in caso di reale carenza.

Per  consulenze specialistiche: Ambulatorio acne, capelli e unghie (E. Ruocco)  giovedì ore 9-12 previa prenotazione CUP : 800 177 780 (codice 520111) con prescrizione del medico di base con ricetta rossa (visita dermatologica).

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

 di Fortunato Ciardiello - Presidente ESMO e Direttore del Dipartimento Universitario di Internistica Sperimentale e Clinica alla SUN.

 

 Quello che chiamiamo un male incurabile è una galassia di tante malattie diverse, purtroppo non abbiamo ancora dei risultati soddisfacenti per alcune di queste, però per gran parte dei tumori la malattia è guaribile. Questo è il messaggio diffuso nel corso del congresso ESMO dal 7 al 10 ottobre 2016 a Copenaghen,  che ha visto più di ventimila specialisti partecipanti - e in cui si è fatto il punto sui tumori, l’immunoterapia ed il futuro delle terapie oncologiche. Oggi sono circa 3 milioni gli italiani cui è stato diagnosticato un tumore, il 5 per cento della popolazione, ma è anche cresciuta la sopravvivenza (57 per cento nelle donne, 63 per cento negli uomini, più 20 per cento dal 1990 ad oggi) e sono migliorate anche le condizioni del paziente durante il periodo di cura. Quelli che una volta erano i big killers non sono più malattie che uccidono, ma sono malattie dalle quali si guarisce, basti pensare che il 90% delle donne con cancro alla mammella oggi guariscono. Cosa ha permesso tutto questo? La ricerca. La ricerca è il vero motore che permette  di conoscere sempre meglio i meccanismi del cancro e di inidividuare sempre meglio le migliori terapie possibili.
Anche in Europa l’incidenza è simile a quella italiana. Nelle possibilità di cura e guarigione l’Italia è nella media “alta” dell’Europa, uno dei continenti in cui si riesce a curare meglio i pazienti con cancro, ovviamente considerando le differenze di prognosi e di curabilità. Mentre in tumori come quelli al pancreas o quelli cerebrali la prognosi è ancora molto negativa, in quelli del polmone – fino a ieri considerati tra i più difficili su cui intervenire – si sono fatti straordinari passi avanti. Vi sono anche altri tumori dove ormai da anni i pazienti arrivano a guarigione: pensiamo al tumore del seno nelle donne o quello della prostata negli uomini. Ma non solo. Il tumore del colon-retto, divenuto il primo tumore in Italia per incidenza (52 mila nuovi casi all’anno), oggi, se viene diagnosticato per tempo, grazie ad un intervento chirurgico o a una adeguata terapia, può essere curato e si può guarire.
La cura del cancro è un grande processo, complesso e costoso. Nei grandi Paesi, tra cui l’Italia, ci sono luoghi e Regioni in cui i pazienti possono avere le migliori risorse, in altri – soprattutto nell’Est Europa e in quelli di recente adesione all’UE – è più difficile ottenere le migliori cure possibile. Questo per motivi organizzativi ed economici di sistemi sanitari pubblici nuovi, che stanno avendo solo da alcuni anni un progressivo miglioramento. Il problema dei costi delle cure oncologiche e della sostenibilità è comunque un problema globale, che coinvolge l’Europa e gli Stati Uniti e tutto il mondo sviluppato. Ed è particolarmente sentito soprattutto dove esiste un sistema sanitario pubblico ‘vero’ come il nostro, e dove giustamente si deve fornire a tutti i cittadini la stessa possibilità di salute, quindi di diagnosi e di cura.

E questo è un problema che ESMO si sta ponendo da tempo. Stiamo infatti lavorando insieme con l’UE e con le società scientifiche dei vari paesi europei (in Italia con l’AIOM) e con le associazioni di pazienti, per costruire ‘modelli’ che siano possibili e che permettano di fornire al paziente diagnosi e terapie sempre appropriate. Non è solo un auspicio. Nonostante i problemi strutturali in Italia, noi riusciamo ad offrire uno standard terapeutico adeguato e molto alto.
L’oncologia italiana ha raggiunto standard elevatissimi anche a livello di ricerca preclinica e clinica, ed è oggi tra le migliori del mondo. In alcuni campi vi sono eccellenze internazionali straordinarie. Tutto questo avviene nonostante minori (quasi la percentuale più bassa d’Europa) investimenti pubblici dello Stato a favore della ricerca, rispetto a molti altri Paesi europei, agli Stati Uniti, al Giappone ed oggi anche rispetto ad altri paesi emergenti come la Cina o la Corea.
Investire in ricerca in oncologia significa muovere il motore che porta al miglioramento della diagnosi e delle terapie. Esmo ha un gruppo di lavoro, che si è costituito quest’anno, per costruire dei ‘modelli’ che – pur molto generali perché possano essere applicabili a tutti i paesi europei (non dimentichiamoci che noi dobbiamo lavorare a livello transnazionale) – siano utili per indirizzare tutti i Paesi verso percorsi omogenei di garanzia della sostenibilità all’accesso alla diagnosi e alle cure. È un problema prioritario per ESMO. Su questo abbiamo predisposto di recente anche uno studio sulla ‘grandezza’ del beneficio clinico delle nuove terapie, quello che in inglese si chiama ‘clinical benefit scale of cancer treatment’ in cui abbiamo sviluppato parametri precisi per definire quanto i nuovi trattamenti aggiungano beneficio clinico rispetto ai trattamenti precedenti. Questo è basato soltanto sui risultati terapeutici e non sui costi. Quello che noi cerchiamo di fare è di capire anche come rendere sostenibile l’innovazione nella diagnosi e nella terapia del cancro. Una grande sfida. La grande sfida dei prossimi anni.

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

di Marco Durante, Direttore del Trento Institute for Fundamental Physics and Applications (TIFPA) dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) di Trento

 

Le radiazioni ionizzanti hanno sempre due aspetti contrastanti. Da un lato, esse rappresentano un rischio: l’esposizione a radiazioni può provocare tumori, malattie cardiovascolari, ed effetti ereditari. Dall’altro lato, esse sono uno strumento fondamentale per la diagnosi e la cura di varie patologie, compreso il cancro. 

Le radiazioni che sperimentiamo sulla terra sono in genere i raggi X per usi medici, e i loro effetti dipendono dalla dose: nella radioterapia, infatti, si distruggono i tumori con dosi altissime di radiazione, che ucciderebbero chiunque se fossero rilasciate a tutto il corpo.

Esiste un altro tipo di radiazione ionizzante: le particelle cariche (protoni e ioni pesanti) di alta energia. Questi nuclei si trovano nei raggi cosmici, ma sono schermati dal campo geomagnetico terrestre e dall’atmosfera e possono essere prodotti in grandi acceleratori di particelle, come quelli del CERN.

Anche queste “strane” radiazioni hanno un duplice aspetto: da un lato esse rappresentano un rischio per gli astronauti, che operando al di fuori della protezione terrestre sono esposti ai protoni e ioni pesanti solari e galattici. Dall’altro, essi rappresentano dei proiettili molto efficaci contro il cancro.

In cosa sono diverse le particelle cariche dai raggi X? Le prime attraversano la materia, e quindi provocano danni lungo le tracce, mentre i raggi X ionizzano in modo sparso ed uniforme. Inoltre, essi perdono gran parte della loro energia alla fine del loro percorso, il cosiddetto picco di Bragg. Se, ad esempio, portiamo una bambina in un negozio di caramelle e la trasciniamo (lo ione) correndo (alta energia), la bambina non riuscirà a raccogliere molte caramelle (elettroni). Ma esaurendo l’energia iniziale, comincerà a rallentare, e quanto più è lenta tanto più facile sarà raccogliere caramelle: finchè, carica di caramelle e senza più energia, si fermerà.

Questo processo fisico d’interazione radiazione-materia è ideale per la radioterapia: i tumori solidi si trovano in profondità, anche a 20-25 cm dalla pelle. Con il picco di Bragg, gran parte dell’energia viene depositata nel tumore. Con i raggi X la dose maggiore è invece quella sulla pelle.

E’ chiaro dunque che potremo distruggere meglio il tumore con i protoni che con i raggi X. L’unico limite al costo di questa terapia è il costo elevato, e anche sui rischi le incertezze sono ancora molto elevate.

Quanto agli astronauti, le misure effettuate dal Curiosity Rover della NASA, ci hanno dimostrato che la dose di radiazione in una missione su Marte sarebbe molto più alta di quelle limiti per qualsiasi lavoratore terrestre, e potrebbe esporre gli astronauti a rischi inaccettabili.

Un’ipotesi affascinante è quella di usare l’ibernazione. Ibernare gli astronauti può sembrare un racconto di fantascienza, ma i neurologi sono recentemente riusciti ad indurre stati di torpore in animali che in genere non vanno in ibernazione, come i ratti. Nello stato d’ibernazione gli animali diventano più radioresistenti. Un astronauta ibernato non avrebbe quindi solo i vantaggi del ridotto consumo e la riduzione dei problemi psicologici, ma anche un’elevata resistenza alle radiazioni cosmiche. Questo processo potrebbe essere utilissimo anche in radioterapia. Oggi i pazienti metastatici non possono essere trattati, perchè irradiare molte lesioni porterebbe a dosi inaccettabili agli organi. Ma se la radioresistenza venisse aumentata, si potrebbe pensare di ibernare i pazienti metastatici, distruggere tutte le loro metastasi con i protoni, e poi svegliarli, guariti.

E’ una ricerca difficile ed affascinante, che cerca di mandare l’uomo su Marte e, allo stesso tempo, di curare il cancro sulla terra. Chi scrive ha diretto per 10 anni un grosso laboratorio Helmholtz in Germania, dedicato a questi studi. Oggi io ed il mio team abbiamo deciso di portare questa ricerca in Italia, al Nord, dove si trovano gli unici centri. Sarebbe certamente bellissimo offrire questa terapia anche ai pazienti del Meridione.

 

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

di Adriana Oliva, Dipartimento di Biochimica, Biofisica e Patologia generale - Seconda Università degli studi di Napoli

Caratteristica comune nella formazione attuale dei medici laureati in Italia e in gran parte di Europa è una preparazione di tipo strettamente biomedico, basata su tutta una serie di nozioni scientifiche, con una pressoché totale assenza degli aspetti relazionali. La concezione biomedica porta a una visione strettamente tecnologica di organi e sintomi, trascurando gli aspetti psicologici.
Nel rapporto medico-paziente, quest'ultimo è stato, soprattutto in passato, identificato come una "persona che ha pazienza" piuttosto che come "una persona che patisce e soffre". Ed è proprio uno stato di “sofferenza” a spingere un paziente a consultare un medico. Può trattarsi di un malessere fisico o psicologico più o meno lieve fino ad arrivare ad una situazione di dolore fisico insostenibile. Nel momento in cui le due persone s'incontrano, il paziente chiede al medico non solo di mettere in campo le proprie competenze e la propria professionalità, ma anche, e talvolta soprattutto, la piena disponibilità all'ascolto, un dialogo improntato al rispetto e alla solidarietà, in una parola empatia. Quando compare una malattia, questa non si manifesta solo a livello fisico ma anche a livello psicologico: "curare" deve significare "prendersi cura" dell’intera persona.
Tuttavia il fenomeno diffuso dell'Internet Medicine, cioè della ricerca in rete di una risposta ai propri sintomi, e una talvolta eccessiva specializzazione degli operatori sanitari, associata alla parcellizzazione delle competenze, stanno contribuendo a non favorire un adeguato e ottimale dialogo medico-paziente. Le conoscenze cliniche sono indispensabili, ma non di per sé sufficienti a costruire la fiducia e a far nascere la speranza, senza le quali il paziente si ritrova solo.
Comunicare bene con i pazienti, ascoltarli, prendere in esame non solo i loro sintomi ma anche le loro ansie, non è solo un adempimento etico ma anche uno strumento di fondamentale importanza ed utilità nella diagnosi, nella terapia e nella guarigione.

Inoltre, l’umanizzazione del rapporto medico-paziente, che mette la persona al centro del processo di cura, porta a una riduzione delle denunce per malpractice e a un aumento della compliance del paziente nei confronti della terapia, e ha in ultima analisi come risultato il miglioramento della qualità di vita sia dei pazienti che dei medici.
Per raggiungere quest'obiettivo è necessario che avvenga un cambiamento netto nella formazione professionale dei medici, introducendo nel curriculum accademico, fin dal primo anno, dei corsi che consentano di acquisire delle competenze relazionali in Medicina.
È mia convinta opinione che una Scuola di Medicina debba prevedere, tra i vari corsi e attività che costruiscono le basi nozionistiche per la futura professione, anche un corso dedicato istituzionalmente al rapporto/dialogo medico paziente, a cui moltissimi studenti di Medicina sono impreparati e che invece sarebbe assolutamente auspicabile, per loro stessa ammissione.
In quest'ottica da diversi anni, organizzo nell'ambito dell'ARFACID (Associazione di Solidarietà Sociale e di Promozione degli Studi sul Cancro, l'Invecchiamento e le Malattie Degenerative) turni di volontariato di nostri studenti del primo biennio presso alcune nostre strutture del centro storico: i riscontri a quest'attività sono entusiastici.
Un'altra iniziativa molto apprezzata dagli studenti è l'ADE "Il dialogo medico-paziente", a cui presta la sua costante e preziosa collaborazione la dott.ssa Rosa Ruggiero, dirigente medico dell'ASL Napoli 1 Centro e docente di “Comunicazione medico-paziente” in un Master dell’Università “Federico II”.
Al di là del CFU che viene assegnato ai partecipanti all'ADE, e che certamente fa comodo, ho visto un grande interesse da parte degli studenti che mi è stato testimoniato sia al momento dello svolgimento dell'ADE sia successivamente con numerose mail di apprezzamento per questa iniziativa.
In conclusione, mi sono convinta sempre più in questi ultimi anni che una Scuola di Medicina dovrebbe, a partire dal primo biennio, cominciare a formare degli operatori in grado di interagire in maniera corretta, rispettosa ed empatica con i pazienti, e su questa base poi costruire figure professionali tecnicamente valide.

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva

di Giuseppe Paolisso, Rettore della Seconda Università degli studi di Napoli

Le recenti affermazioni del Presidente Cantone del legame tra «corruzione e fuga dei cervelli» all'Università impongono una serie di riflessioni su alcuni aspetti del sistema universitario italiano che possono essere alla base della fuga dei cervelli.

Il meccanismo di reclutamento con cui opera il sistema universitario è sicuramente un aspetto delicato su cui riflettere. Che l'affermazione del presidente Cantone ha una base concreta e reale e fuori discussione anche se va forse intrepretata in maniera meno giuridica ed un poco più procedurale il termine corruzione. In effetti, il sistema universitario parte dal convincimento che la cooptazione è il «primum movens» per la valutazione di un qualsiasi reclutamento. Cioè il conoscere prima le qualità e le attitudini di chi si va a reclutare, si considera possa produrre più vantaggi che svantaggi per l'università che ha deciso di avvalersi di una di determinata tipologia di figura professionale. Tutto questo non avrebbe nessun impatto giuridico se il sistema universitario utilizzasse un metodo trasparente come quello degli Usa o di altre sistemi europei ed extraeuropei in cui le università scelgono chiaramente tra un rosa di candidati pre-individuati, chi è il piu idoneo a ricoprire quel determinato ruolo utilizzando anche come referenze lettere di raccomandazioni che in effetti sono presentazioni con assunzione di responsabilità da parte di chi sottoscrive la presentazione.

Il sistema italiano invece prevede un concorso pubblico in cui spesso si scontrano la volontà di cooptazione dell'università, la qualità dei partecipanti, i ruoli di organismi extrauniversitari come i vari Collegi delle diversi discipline i cui i docenti universitari sono suddivisi. Il mix che ne deriva non è sempre privo di problemi e da ciò nasce quello che il presidente Cantone chiama con termine tecnico corruzione.

Non si tratta quindi di corruzione finalizzata ad un indebito arricchimento o ad altri reati ma di una cattiva gestione di un processo amministrativo stabilito per legge che è il concorso universitario. Questo ovviamente ed indubbiamente scoraggia il rientro e favorisce la fuga dei cervelli. Ma questo è il solo motivo?
Io non credo. Esistono, secondo me, altre due forti considerazioni che vanno fatte, altrimenti basterebbe modificare le leggi e tutto sarebbe risolto. Un punto forte alla base della fuga dei cervelli è sicuramente anche il sottofinanziamento salariale, soprattutto dei ruoli di Ricercatore.

Uno studente universitario che vuole intraprendere la carriera universitaria dopo la laurea spesso si iscrive ad un dottorato di ricerca della durata di 3 o 4 anni durante il quale non infrequentemente trascorre un periodo all'estero, poi torna in Italia ed attende la possibilità di partecipare ad un concorso di Ricercatore mantenendosi attraverso gli assegni di ricerca spesso sottopagati e estremante precari perché devono essere rinnovati annualmente su fondi non sempre disponibili. Quando infine dopo lunghe tribolazioni personali e lavorative riesce a occupare una posizione di Ricercatore (che oggi in Italia è a tempo determinato essendo il ruolo di professore Associato il primo nella scala gerarchica accademica a tempo indeterminato) guadagna tra i 1200 e 1700 euro al mese in relazione alla sua scelta di optare per il tempo pieno o definito. Ma i cervelli non sono un patrimonio dell'Italia ma del mondo ed la ricerca come tante altre cose ha un mercato globale. Quindi dobbiamo confrontarci con il resto del mondo. Gli Usa in assoluto sono la meta economicamente più vantaggiosa per un ricercatore: il potere d'acquisto di uno stipendio annuo lordo americano supera di qualcosa come 22 mila euro quello medio europeo (considerando sia il settore pubblico sia il privato). E il vantaggio per chi sceglie Australia e Giappone è di poco inferiore (e sempre maggiore di 20 mila euro). Non solo: pure l'India paga gli scienziati un buon 10% in più dell'Ue dei 25, in rapporto al costo della vita. Quindi se è vero che il sistema italiano non sembra selezionare sempre i migliori è pur vero che i migliori non sono incentivati a restare in Italia.

Un ultimo punto che mi sembra importante rilevare riguarda il sottofinanziamento della ricerca. Nel quadrienno 2011-2014 i fondi dedicati in Italia alla ricerca e sviluppo sono stati il 127% del Pil contro il 2.23% dei paesi Ocse ed il 1.92% della UE a 28. I privati hanno negli ultimi hanno leggermente incrementato il loro investimento attestandosi in circa lo miliardi di euro annui ma siamo bel al disotto della media UE a 28 ma soprattutto di Gran Bretagna, Francia e Germania le locomotive dell'economia europea, Brexit a parte. Come si vede siano ben al di sotto di quanto un paese che vuole svilupparsi dovrebbe investire. E' questa una situazione che favorisce la fuga dei cervelli o no? Io penso proprio di si. Se questa in estrema sintesi e in larga approssimazione la situazione ben vengano le affermazione del presidente Cantone che sono un monito al mondo universitario italiano e servono ad una presa di coscienza sullo stato dei fatti, ma la fuga dei cervelli, è un malattia italiana multifattoriale che come sempre accade in medicina ha bisogno di un approccio multidisciplinare.

 

CHI SIAMO  |   PRIVACY  |  UNICAMPANIA.IT