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Si aprono nuovi scenari per allungare la vita.

Sono le alterazioni della struttura dei telomeri (cappucci protettivi localizzati all’estremità dei cromosomi) una delle cause dell’invecchiamento. Il “Journal of Gerontology, Series A: Biological Sciences and Medical Sciences”, rivista ufficiale della Gerontological Society of America (GSA) ha appena pubblicato i risultati di una ricerca dal titolo “Telomeres Increasingly Develop Aberrant Structures in Aging Humans”, condotta dalla sezione di Gerontologia e Geriatria, Dipartimento di Medicina dell’Università degli Studi di Perugia-Struttura Complessa di Geriatria dell’Ospedale S.M. della Misericordia di Perugia, diretta da Patrizia Mecocci, in collaborazione con la Geriatria della Università Vanvitelli diretta da Giuseppe Paolisso e con il Cancer Center della Università di Medicina e Chirurgia del New Jersey (UMDNJ) diretto da Utz Herbig.

Virginia Boccardi, ricercatrice dell’Azienda ospedaliera di Perugia, per la prima volta al mondo nell’uomo, ha analizzato le strutture telomeriche delle cellule bianche del sangue periferico ottenuto da soggetti sani di età compresa tra i 23 ed i 101 anni, dimostrando che i telomeri, (cappucci protettivi localizzati all’estremità dei cromosomi) vanno incontro con il passar degli anni ad alterazioni della propria struttura piuttosto che alla sola riduzione della loro lunghezza. Questo è stato possibile grazie alla messa a punto di un metodo innovativo che ha permesso di valutare e quantificare la presenza di tali alterazioni strutturali su un semplice prelievo di sangue venoso.

È, infatti, noto da tempo che con l'avanzare dell’età i telomeri, l’estremità terminale dei cromosomi, si riducono progressivamente in lunghezza. Tuttavia, i dati in letteratura relativi alla lunghezza telomerica come marker di invecchiamento sono contraddittori ed inconsistenti, tanto che molti studiosi mettono in dubbio il loro reale ruolo come marker di invecchiamento.

Sta diventando però sempre più evidente, da studi cellulari in organismi inferiori o su cellule in vitro, che la senescenza può essere associata anche a difetti strutturali dei telomeri. Questi difetti, più che il semplice dato della lunghezza, contribuiscono al processo di invecchiamento e possono rappresentare un più nuovo e solido marker di età biologica.

Se tali anomalie si associano ad una più alta prevalenza di malattie croniche età relate, così come l’individuazione di “modulatori” delle stesse, rappresentano nuovi obiettivi di ricerca, volti all’allungamento della vita in salute.

 

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Cannabis sì, cannabis no. Nuovi studi sull’epilessia per i pazienti resistenti ai farmaci si interrogano sull’utilizzo del cannabidiolo nella cura della malattia.
Questi ed altri aspetti saranno affrontati in un convegno sull’epilessia per approfondire il tema. L'appuntamento è per venerdì 12 aprile alle ore 8.30 presso il Renaissance Naples Hotel Mediterraneo. Una giornata di formazione per discutere di una tra le patologie neurologiche più frequenti, che interessa 1 persona su 100, con 6 milioni di pazienti epilettici in fase attiva in Europa (cioè con crisi persistenti e/o tuttora in trattamento) e circa 500.000 pazienti in Italia.
Due le sindromi più difficili da curare, quella di Lennox-Gastaut e quella di Dravet, che hanno un rapporto di mortalità precoce più alto di altri tipi di epilessia e non rispondono a molte delle medicine disponibili. E proprio a proposito di queste forme epilettiche saranno discussi nuovi approcci terapeutici, prendendo spunto da tre grandi studi clinici presi in considerazione dall’agenzia internazionale del farmaco in cui i ricercatori hanno presentato prove valide sull’efficacia del cannabidiolo (CBD)

La domanda è se i nuovi medicinali disponibili contenenti la nuova sostanza possano in alcuni casi risolvere o ridurre il problema della farmacoresistenza, ovvero il fallimento della terapia, che interessa il 30%-40% dei pazienti con epilessia.
Ma anche altri saranno i temi trattati. In particolare, il rapporto territoriale che si viene a creare tra il neurologo del territorio e il centro per la diagnosi e cura dell’epilessia nella gestione a lungo termine di pazienti complessi, o per quali è richiesto uno studio più mirato ed approfondito.

“Cruciale diventa il ruolo del Neurologo generale che come spesso accade è il primo specialista coinvolto nella gestione anche a posteriori di un primo evento critico a verosimile genesi epilettica – spiega Alfonso Giordano, Neurologo all’Università vanvitelli –. Egli deve necessariamente avviare un corretto iter diagnostico differenziale tra l’epilessia ed altri “imitators” clinici e deve inoltre essere capace di instaurare una corretta terapia antiepilettica tenendo conto delle recenti molecole disponibili dotate di maggiore maneggevolezza e tollerabilità rispetto ai farmaci antiepilettici di prima generazione”.
L’epilessia colpisce tutte le età della vita con picchi maggiori d’incidenza nei bambini e negli anziani e clinicamente si manifesta con la ripetizione di sintomi e segni molto variabili, le cosiddette crisi epilettiche.
Il corretto inquadramento clinico e la gestione della terapia farmacologica a lungo termine risultano fondamentali per migliorare la prognosi del paziente affetto da epilessia e per prevenire le complicanze legate al mancato controllo delle crisi.
“In questo focus group – continua l’esperto – la prima sessione verrà dedicata agli aspetti clinici nell’ambito della diagnosi differenziale con altri eventi critici non epilettici, e alle recenti acquisizioni in tema di diagnosi e terapia delle epilessie generalizzate e focali. Nella seconda sessione prenderemo in considerazione gli aspetti terapeutici con uno sguardo ai recenti avanzamenti in termini di molecole antiepilettiche ivi compresi i cannabinoidi disponibili nell’ottica di ridurre l’annoso problema della farmacoresistenza. Il corso terminerà infine con un’ultima sessione di casi clinici in cui guideremo l’anamnesi e il processo diagnostico e terapeutico.

Locandina

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Nutri-RARE: il cibo come medicina, ovvero uno sguardo nel passato remoto per immaginare il futuro prossimo. Giovedì 28 febbraio si celebrerà nel mondo la 12° giornata internazionale dedicata alle malattie rare, organizzata da Eurordis Rare Diseases Europe, un’alleanza no profit che raggruppa più di 800 associazioni di pazienti affetti da malattie rare di 70 paesi. 

A partire dalle ore 10, nel Museo Interattivo Corporea di Città della Scienza si svolgerà l’incontro scientifico e divulgativo “Nutri-RARE: il cibo come medicina, ovvero uno sguardo nel passato remoto per immaginare il futuro prossimo”.
Le voci del mondo accademico, della scienza e della ricerca saranno quelle di Marina Melone e Simone Sampaolo del Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche Avanzate & Centro Interuniversitario di Ricerca in Neuroscienze, Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, e di Giuseppe Sorrentino del Dipartimento di Scienze Bio-Agroalimentari del Consiglio Nazionale delle Ricerche (ISAFOM CNR).
L’Associazione Italiana Adrenoleucodistrofia (AIALD), presieduta da Valentina Fasano, si associa ai ricercatori per affrontare un tema complesso, al centro della riflessione promossa quest’anno da Eurordis: la interazione tra assistenza sanitaria e assistenza sociale, per migliorare la qualità di vita dei pazienti affetti da malattie rare e dei loro familiari e caregivers. Si affiancano all’AIALD, l’Associazione Leucodistrofie Unite e Malattie Rare (AILU), presieduta da Erasmo Di Nucci e l’Associazione Neurofibromatosi (ANFA), nella figura del vicepresidente Michele Palomba.
Tra le azioni possibili e le opportunità terapeutiche nella gestione delle Malattie Rare, fondamentali si sono rivelate le dietoterapie.
“C’è stata un'esplosione di interesse dei consumatori – spiega Marina Melone - per il ruolo di specifici alimenti o componenti alimentari fisiologicamente attivi, nel migliorare lo stato di salute, i cosiddetti alimenti funzionali. Chiaramente, tutti gli alimenti sono funzionali, in quanto sono dotati di gusto, aroma o forniscono valore nutritivo. Nell'ultimo decennio, tuttavia, il termine funzionale così come si applica agli alimenti, ha adottato una connotazione diversa: quella di fornire un beneficio fisiologico aggiuntivo oltre a quello di soddisfare i bisogni nutrizionali di base, e/o di entrare in una dieta con alimenti su misura per i pazienti con malattie rare”.
Ospite dell’evento è il Museo Corporea di Città della Scienza, science centre partenopeo di rilievo internazionale, un luogo che ha come mission fondante la divulgazione della scienza, con uno sguardo particolarmente rivolto ai giovani e giovanissimi. Qui, attraverso laboratori didattici, sarà possibile comprendere perché il principio "Che il cibo sia la tua medicina e la medicina sia il tuo cibo", sposato da Ippocrate quasi 2.500 anni orsono, sta ora ricevendo così tanta attenzione da parte dei ricercatori e delle industrie farmaceutiche.
Infatti, “queste dietoterapie – continuano Marina Melone, Simone Sampaolo e Giuseppe Sorrentino – non sono qualcosa di pronto all'uso come i biscotti senza glutine o lo yogurt a basso contenuto di grassi, ma sono un complesso ‘cibo medico’, risultato di una ricerca avanzata multidisciplinare”.
Ad animare la mattinata di festa a Città della Scienza, si svilupperanno inoltre i laboratori “SHOW YOU RARE Mostra che ci sei a fianco di chi è raro”, con la partecipazione creativa del pittore Sergio Spataro. Così un pubblico “di passaggio”, sarà libero di incantarsi o sarà guidato a partecipare dagli studenti dell’Istituto Professionale di Stato per l'Enogastronomia e l'Ospitalità Alberghiera- G. Rossini di Napoli.
“L’intento – spiega Valentina Fasano, presidente AIALD – è di coinvolgere i giovani e meno giovani visitatori, perché sappiano, attraverso un processo di consapevolezza, riconoscere e ribaltare le resistenze psicologiche e culturali nei confronti di chi è in difficoltà, e sviluppare una reale cultura dell’integrazione così da dare un senso all' impegno collettivo.

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Visite gratuite sulla vista fino al 29 giugno. "La prevenzione non va in vacanza", parte la campagna di prevenzione delle patologie oculari per aiutare a tutelare la vista anche d'estate, in collaborazione con la clinica oculistica dell'Università della Campania Luigi Vanvitelli, l’Agenzia Internazionale per la Prevenzione della Cecità e Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti Provinciale di Napoli. Tra i temi affrontati, l’invecchiamento retinico e le patologie degli annessi causate dall’eccessiva esposizione solare; la frequentazione delle piscine e del mare; l’uso di lenti appropriate (con filtri fotoselettivi di prova); la corretta informazione su come idratarsi e alimentarsi adeguatamente per proteggere la vista; la scelta migliore delle lenti a contatto e il loro utilizzo durante i mesi estivi; le allergie e i fastidi agli occhi legati ad ambienti climatizzati e i relativi possibili rimedi (con la distribuzione di integratori e lacrime artificiali offerte dalle aziende farmaceutiche). La campagna estiva di prevenzione è stata patrocinata dai Comuni di Napoli, Pozzuoli e Meta, nonché dal CUS Napoli (Centro Universitario Sportivo) e dall’Ordine Regionale dei Giornalisti della Campania, oltreché con il fondamentale apporto dell’Ottica Sacco e di altre case farmaceutiche.

18-19 giugno: Piazza Vittoria, Napoli (ore 16-19.30)
20-21 giugno: Parco a Mare, Bagnoli (ore 10-14)
22-25 giugno: CUS Napoli, Via Campegna, Napoli (ore 15.30-19)
27-28 giugno: Piazza Ricordo, Pozzuoli (ore 16-19.30)
28-29 giugno: Meta (ore 10-14)

 

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Ricercare e sperimentare nuovi approcci terapeutici contro la malattia di Alzheimer. I maggiori esperti in questo campo si confronteranno sulle “Nuove frontiere per i pazienti a rischio e nelle fasi precoci della malattia di Alzheimer” (AD), il prossimo 15 febbraio, dalle ore 9, presso l’hotel Royal Continental. L’incontro, di cui è responsabile scientifico Gioacchino Tedeschi, Direttore della I Clinica Neurologica dell’Università Vanvitelli, mira a  fornire ai neurologi della comunità gli strumenti culturali per una accurata identificazione degli individui potenzialmente a rischio di sviluppare l’AD, ma anche a  favorire la creazione di una rete tra territorio e centri di ricerca, e promuovere un programma di educazione sanitaria basato sulle nuove opportunità terapeutiche sperimentali. 

“Questo programma educativo – spiega Tedeschi -  vuole anche migliorare l’identificazione di pazienti eleggibili alla prescrizione dei prossimi farmaci per l’AD e quindi  favorire il reclutamento di pazienti per progetti di ricerca futuri”. Il meeting è composto da tre sessioni, caratterizzate da relazioni frontali seguite da una discussione con l’auditorium, costituito da neurologi, geriatri e psicologi. 

Il Centro Alzheimer della Clinica Neruologica della Vanvitelli è, inoltre, insieme a quello di Palermo, l’unico di tutto il sud Italia a far parte dello studio Interceptor, promosso dal Ministero della Salute e da AIFA (Agenzia Italiana del farmaco) e in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità e AIMA, con lo scopo di indagare quali esami sono più utili al medico nel diagnosticare l’effettiva presenza di malattia di Alzheimer nelle persone che presentano un iniziale disturbo cognitivo lieve, prima che la stessa si manifesti in modo conclamato. Fare una diagnosi precoce è utile da subito per modificare stili di vita, promuovere interventi preventivi e avviare percorsi terapeutici con tempestività. 

Lo studio coinvolgerà 500 pazienti con lievi deficit cognitivi, di età compresa tra 50 e 85 anni che saranno reclutati in 20 centri italiani, con il supporto di 5 centri specializzati nella diagnosi e nella cura della demenza di Alzheimer. Tutti i pazienti saranno valutati mediante i 6 biomarcatori: test neuropsicologici, dosaggio di proteine su liquor cefalorachidiano, marcatori genetici, tomografia ad emissione di positroni (PET), risonanza magnetica cerebrale (RMN) e elettroencefalogramma (EEG). 

I pazienti saranno monitorati per 3 anni, al termine dei quali sarà possibile conoscere quale biomarcatore o quale combinazione di biomarcatori sono in grado di predire con maggior precisione l’evoluzione della malattia dall’inizio dei primi sintomi.

 

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“Innovazioni Tecnologiche in Chirurgia”. Questo il nome del Convegno internazionale, presieduto da Ludovico Docimo, Ordinario di Chirurgia Generale dell’Università Vanvitelli, che si terrà a Napoli il 22 e 23 giugno presso l’Hotel Royal Continental di Napoli.

"Se per alcuni aspetti le innovazioni sembrano rendere l’intervento più semplice e sicuro, per altri sostengono la nobile ambizione di spingere la mano del chirurgo verso orizzonti più lontani, portando a riconoscere le malattie in fase sempre più precoce, ma anche a curare stadi più avanzati, in condizioni talvolta particolarmente complesse, di fronte alle quali nel passato ci si sarebbe arresi - spiega Docimo - la stessa ricerca clinica stimola un progresso tecnologico sempre più raffinato, per cui le complicanze si dimostrano in costante notevole riduzione, pur non potendosi azzerare".

Quali sono i risvolti economici di questo progresso? " Il raggiungimento dell’eccellenza impone inevitabilmente i suoi costi, seppure nel rigoroso controllo degli sprechi - continua Docimo, che dirige la UOC di Chirurgia Generale, Minvasiva e dell’Obesità dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Vanvitelli - ottenendo la riduzione dei tempi operatori e della degenza, in passato inimmaginabili, con la più rapida ripresa sociale, familiare e lavorativa".

E’ prevista la partecipazione di oltre 500 specialisti italiani e stranieri che si confronteranno sulla moderna diagnosi e sull’attuale trattamento delle malattie da reflusso gastro-esofageo, dell’obesità e delle malattie metaboliche, della tiroide e della mammella, in campo colon-proctologico, flebologico e ricostruttivo.

"Come nella “Formula 1” -  conclude - il livello chirurgico è quindi in costante crescita, e impone la costituzione e quindi la selezione di un indispensabile team multidisciplinare di alto profilo, con un irrinunciabile bagaglio di conoscenze e di tecnologia sempre più aggiornato".

programma

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A napoli torna la campagna nazionale sull’hs “che nome dai alle tue cisti?”: visite gratuite per chi soffre di cisti, noduli e lesioni dolorose nella zona inguinale o ascellare. Consulti dermatologici gratuiti per i malati di Idrosadenite suppurativa.

Venerdì 22 Giugno a Napoli la nuova tappa della Campagna nazionale informativa e di sensibilizzazione sull’Idrosadenite suppurativa (HS), denominata “Che nome dai alle tue cisti?”, che promuove visite dermatologiche gratuite su prenotazione.
“Che nome dai alle tue cisti?” vede coinvolte 30 strutture ospedaliere ed universitarie su tutto il territorio nazionale in cui gli specialisti dermatologi saranno a disposizione per aiutare chi soffre di HS ad iniziare un percorso di cura presso i centri ospedaliero-universitari che hanno un ambulatorio dedicato ad una patologia ancora oggi misconosciuta e di difficile diagnosi.
L’HS infatti si manifesta con la formazione di cisti, noduli, ascessi e lesioni dolorose nelle aree inguinale, ascellare, perianale, dei glutei e sotto il seno e, meno frequentemente, sul cuoio capelluto, collo, schiena, viso e addome. Il quadro clinico non è sempre facile da riconoscere e può simulare delle comuni “cisti sebacee”o essere scambiata per altre patologie (acne, follicoliti). L’idrosadenite suppurativa è una patologia misconosciuta, molto dolorosa e difficile da diagnosticare. Proprio la difficoltà di diagnosi causa a volte il peggioramento dei pazienti.
Venerdì 22 Giugno presso la Clinica Dermatologica dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, diretta dal Professor Giuseppe Argenziano, chi soffre di HS potrà usufruire di una visita gratuita previa prenotazione.

Per prenotare telefonare al numero 392 8077216 dal lunedì al venerdì dalle ore 9,00 alle ore 17,00.
“Nella nostra Clinica – afferma il Professor Giuseppe Argenziano, responsabile della Clinica Dermatologica dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli – abbiamo un ambulatorio multidisciplinare dedicato ai pazienti affetti da idrosadenite suppurativa in modo da garantire la continuità di assistenza e di trattamento. In particolare la diagnosi e la stadiazione vengono effettuate sia clinicamente mediante scores specifici sia attraverso l’utilizzo di un ecografo con cui stabiliamo la gravità della malattia e valutiamo la risposta al trattamento. Una volta definita la diagnosi e già in occasione della prima visita, il dermatologo si avvale del consulto di altri specialisti fisicamente presenti nella nostra Clinica, quali il chirurgo (per le medicazioni avanzate e l’eventuale rimozione chirurgica di aree cutanee infiammate), il nutrizionista (per l’impostazione di un corretto regime dietetico che consenta anche di ridurre l’infiammazione tessutale) e lo psicologico (per la valutazione dei disturbi cognitivi eventualmente associati). E’ inoltre possibile il confronto con altre figure professionali, quali il ginecologo, il gastroenterologo e il reumatologo, qualora fosse necessaria una consulenza specialistica di questo tipo. Grazie a questo approccio multidisciplinare, il paziente affetto da idrosadenite suppurativa, fin dalla prima visita, entrerà a far parte del gruppo di sostegno con il dermatologo e tutte le altre figure di cui eventualmente ha bisogno, in modo da promuovere l'attività di assistenza sanitaria con un piano di comunicazione integrata”.

“Che nome dai alle tue cisti?” è Patrocinata da Inversa Onlus, l’associazione italiana per i pazienti affetti di idrosadenite suppurativa (HS) nata per sopperire alle necessità e difficoltà dei malati legate alla gestione di una patologia cronica invalidante. L’associazione, fondata nel 2010 da Giusi Pintori, sostiene proattivamente ogni singolo malato, fornendo informazioni e sostegno, con l’obiettivo di aiutare le persone a vivere meglio.

La Campagna “Che nome dai alle tue cisti?” è realizzata grazie al contributo incondizionato di Abbvie.

Per ulteriori informazioni: www.chenomedaialletuecisti.it


L’HS

L’HS (idrosadenite suppurativa), conosciuta anche come malattia di Verneuil, è una malattia cronica non contagiosa e molto dolorosa che colpisce circa l’1% della popolazione mondiale.

La patologia si manifesta con la formazione di cisti e lesioni dolorose nelle aree inguinale, ascellare, perianale, dei glutei e sotto il seno e, meno frequentemente, sul cuoio capelluto, collo, schiena, viso e addome. Le lesioni sono recidivanti e sono costituite da noduli infiammati, raccolte ascessuali, e tragitti fistolosi che esitano in cicatrici permanenti.

L’HS, oltre ad essere molto dolorosa e invalidante nei movimenti, causa un grave e negativo impatto psicologico in chi ne soffre perché costituisce un grave handicap nella vita lavorativa, sociale e sessuale di chi ne soffre.

Le cause dell’HS non sono ancora note ma la malattia provoca l’ostruzione dei follicoli piliferi con conseguente diffusione dell’infiammazione alle ghiandole “apocrine” presenti nelle pieghe cutanee. Spesso infatti, nella fase iniziale della malattia, le lesioni vengono considerate come peli incarniti.

Pur potendosi manifestare a qualsiasi età l’HS si sviluppa normalmente negli adulti con esordio intorno ai 20 anni di età e la possibilità di sviluppare la patologia è maggiorie per le donne rispetto agli uomini.
Alcuni studi hanno dimostrato una componente ereditaria: circa un terzo delle persone affette da idrosadenite suppurativa ha membri familiari con la stessa diagnosi. E’ inoltre dimostrata la correlazione tra HS e obesità e abitudine al fumo.

Benchè, l’interessamento cutaneo sia predominante, l’HS è una malattia infiammatoria che può associarsi ad altre patologie generali in cui c’è un’alterazione del sistema immunitario quali: artrite, psoriasi, morbo di Crohn, acne in forma grave, depressione, disfunzioni metaboliche.

L’HS può colpire in modo differente in forma lieve o in forma grave. In forma lieve si presenta con piccoli noduli o foruncoli mentre nei casi più gravi si possono creare delle fistoli ascessualizzate con secrezione di pus e altro materiale organico maleodorante che rende davvero invalidante la qualità di vita dei pazienti.

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I campioni olimpici Jury Chechi e Antonio Rossi testimonial speciali per una giornata di formazione dei caregiver dei malati di Parkinson.  Il Centro Parkinson e Disordini del Movimento, Prima Clinica Neurologica dell'Azienda universitaria ospedaliera Vanvitelli - in collaborazione con l'Associazione Parkinson Parthenope - organizza un progetto educativo al fianco di chi si prende cura delle persone con malattia di Parkinson. Il progetto si chiama "Un campione per caregiver" e vedrà un pomeriggio di formazione mercoledì 21 novembre, dalle 14.45 alle 18.30,  a Napoli, nell'Aula PM2 del Policlinico di Piazza Miraglia. 
"Anche per esperienza personale - ha detto il campione Jury Chechi - posso dire che il caregiver va formato e allenato, sia dal punto di vista psicologico e fisico, all’assistenza al malato".

In Italia sono circa 3 milioni i caregiver, soprattutto donne tra i 45-55 anni, che quotidianamente si prendono cura di un familiare non autosufficiente.
CAREGIVING è una parola di derivazione anglosassone difficile da tradurre e da definire nella lingua italiana: significa “prestare cure” a qualcosa o qualcuno che ne ha necessità. Il CAREGIVER è colui o colei che si prende cura del malato e molto spesso tale ruolo è svolto dal familiare più prossimo (marito, moglie, convivente, fratelli, figli) che si assume la responsabilità della cura e dell'assistenza del congiunto.
La funzione di caregiver è un compito a volte imprevisto e determinato dallo stato di necessità senza conoscere bene la patologia di base, la sua evoluzione e ciò che comporta la gestione della quotidianità.

Il corso di formazione “Un campione per caregiver” vedrà la partecipazione di neurologi, riabilitatori e psicologi che affronteranno le principali problematiche che nella quotidianità di un paziente affetto dalla malattia di Parkinson si devono affrontare, non sottovalutando l’enorme carico emotivo e psicologico che lo stesso caregiver deve affrontare. È quindi necessario che il caregiver si prenda cura di sé stesso, cercando un equilibro tra la propria vita sociale e l’impegno assistenziale.

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Il digiuno: croce e delizia degli italiani. Un popolo che ama il buon cibo è però attratto anche da questo nuovo fenomeno che sta imperversando sempre di più nella vita di molti, alla ricerca del benessere psico-fisico. È davvero il digiuno la risposta giusta?
Scopriamolo con il prof. Marcellino Monda, docente di Fisiologia dell'Università degli studi della Campania Luigi Vanvitelli.

Come mai si assiste a questo nuovo fenomeno sociale? Ignoranza o consapevolezza?

I tentativi per arginare l’obesità e il sovrappeso dilaganti nel nostro paese, specialmente nell’Italia meridionale, portano ad assumere degli atteggiamenti a volte scorretti, che nascono dal desiderio di avere tutto e subito per quanto riguarda la riduzione del peso corporeo. La prova costume spaventa, soprattutto nel periodo pre-vacanza, e quindi ci si mobilita per mettere in atto strategie per ridurre il peso corporeo. Bisogna tener presente, però, che le metodiche idonee per promuovere una sana riduzione del peso corporeo devono essere affidate a persone esperte. Si può ridurre il peso anche in modo significativamente rapido, purché sia fatto in modo controllato: il digiuno completo non è contemplato.

Si sente spesso parlare di metabolismo, ma non sempre se ne parla in maniera corretta. Quali sono i processi metabolici che si innescano dopo un periodo di digiuno prolungato?


Un soggetto che digiuna sviluppa i corpi chetonici, prodotti dal fegato. La loro produzione è un importante sistema di salvataggio che il corpo attua contro il digiuno. Se nell’immediato ciò non comporta un grosso problema, nel lungo termine può portare ad una situazione di chetosi a cui è legata una certa sensazione di malessere. Oltretutto, sviluppare i corpi chetonici e stare a digiuno completo per vari giorni implica per il corpo cominciare a digerire anche le proteine muscolari, che fanno parte di quella quota di massa magra che deve essere sempre preservata. Molti approfittano della produzione di corpi chetonici in senso anoressizzante, sfruttando cioè la riduzione indotta della sensazione di fame, ma non tutto ciò che permette di ridurre la sensazione di fame è detto che sia salutare. Anche l’utilizzo di molti farmaci a questo scopo è fortemente sconsigliato.
Digiuni fatti in modo sconsiderato a lungo termine provocano inoltre dei deficit nutrizionali di vario tipo e, a seconda dell’intensità e/o dell’esclusione di alcuni alimenti rispetto ad altri, le patologie che ne possono conseguire diventano più o meno importanti.

Esiste un digiuno alternativo fatto in maniera intelligente che possa comportare dei benefici reali per l’organismo?

Un digiuno cosiddetto “modificato” inteso come pasto alternativo da sostituire ad un pranzo o ad una cena completi è fortemente raccomandato nel contesto di un regime dietetico controllato. Questo tipo di digiuno alternativo consiste nell’assunzione di un pasto poco calorico come, ad esempio, 300 g di verdura o di ortaggi poco calorici e 200 g di frutta (per essere precisi, un bel frutto grande o due frutti più piccoli), generalmente due volte a settimana, per un regime sia dimagrante sia anche di mantenimento. Ciò risulta essere assolutamente differente rispetto al digiuno inteso come tale perché viene elusa la formazione dei corpi chetonici. Il beneficio primario è quello di avere una riduzione calorica tempestiva che consente all’organismo di reagire meglio alla dieta dimagrante. L’organismo si adatta molto facilmente alle diete monotone, e il digiuno modificato all’interno di uno schema dietetico controllato consente di ottenere una quota calorica ondulante alla quale l’organismo si adatta di meno. Far ruotare gli alimenti in questo modo permette inoltre di evitare carenze nutrizionali per quanto riguarda qualche nutriente essenziale, essendo certi di avere un apporto sufficiente di tutti i metaboliti necessari per le funzionalità del nostro organismo in un dato momento. In ultima analisi, senza dubbio non è di minore importanza e non va ignorata la componente edonistica: mangiare in modo variato consente di non perdere il piacere di mangiare.

Un capitolo a parte sono gli individui che praticano sport, sia in maniera agonistica sia non agonistica. Può spiegarci meglio la questione?

Agli atleti è fortemente sconsigliato il digiuno perché, sia che si trovino in fase di preparazione sia che siano in fase di campionato, la carenza di zuccheri indotta dal digiuno, oltre ad indurre l’ossidazione lipidica come fonte energetica primaria, favorisce anche il catabolismo proteico per ottenere ulteriore energia. Ciò è chiaramente in contrasto con l’esigenza dell’atleta di preservare la massa muscolare, e può instaurare nell’organismo una condizione di acidosi. Anche chi pratica sport in maniera non agonistica deve seguire un regime dietetico analogo a quello dell’atleta, con le dovute modificazioni, perché l’intensità dello sforzo e il sovraccarico metabolico-funzionale durante l’attività sportiva è analoga a quella dello sportivo vero e proprio.

Quali sono i suoi consigli per chi vuole perdere peso in maniera sana, non solo durante il periodo estivo, ma proprio come stile di vita?

Consiglierei innanzitutto di assicurarsi di introdurre ogni giorno una porzione di verdura, frutta e/o ortaggi che hanno colore diverso tra di loro e mangiare ogni giorno tutti e cinque i colori del benessere: il bianco del cavolfiore o della mela, il rosso del pomodoro o dell’anguria, il verde delle verdure a foglie verdi, il giallo-arancio della carota e il blu-viola dell’uva nera o della melanzana. All’interno di uno schema dietetico controllato, consiglierei inoltre, come già detto, di fare due volte alla settimana un cosiddetto pasto alternativo poco calorico, con frutta e verdura. Non utilizzerei nemmeno la parola digiuno, che è fuorviante dal punto di vista dell’immaginario comune. Un regime dietetico deve avere senza alcun dubbio anche la sua parte di piacere, e sicuramente una bella insalata di pomodori, una mela annurca oppure una bella insalata verde e una coppa di fragole dà anche visivamente una certa soddisfazione.

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