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Si aprono nuovi scenari per allungare la vita.

Sono le alterazioni della struttura dei telomeri (cappucci protettivi localizzati all’estremità dei cromosomi) una delle cause dell’invecchiamento. Il “Journal of Gerontology, Series A: Biological Sciences and Medical Sciences”, rivista ufficiale della Gerontological Society of America (GSA) ha appena pubblicato i risultati di una ricerca dal titolo “Telomeres Increasingly Develop Aberrant Structures in Aging Humans”, condotta dalla sezione di Gerontologia e Geriatria, Dipartimento di Medicina dell’Università degli Studi di Perugia-Struttura Complessa di Geriatria dell’Ospedale S.M. della Misericordia di Perugia, diretta da Patrizia Mecocci, in collaborazione con la Geriatria della Università Vanvitelli diretta da Giuseppe Paolisso e con il Cancer Center della Università di Medicina e Chirurgia del New Jersey (UMDNJ) diretto da Utz Herbig.

Virginia Boccardi, ricercatrice dell’Azienda ospedaliera di Perugia, per la prima volta al mondo nell’uomo, ha analizzato le strutture telomeriche delle cellule bianche del sangue periferico ottenuto da soggetti sani di età compresa tra i 23 ed i 101 anni, dimostrando che i telomeri, (cappucci protettivi localizzati all’estremità dei cromosomi) vanno incontro con il passar degli anni ad alterazioni della propria struttura piuttosto che alla sola riduzione della loro lunghezza. Questo è stato possibile grazie alla messa a punto di un metodo innovativo che ha permesso di valutare e quantificare la presenza di tali alterazioni strutturali su un semplice prelievo di sangue venoso.

È, infatti, noto da tempo che con l'avanzare dell’età i telomeri, l’estremità terminale dei cromosomi, si riducono progressivamente in lunghezza. Tuttavia, i dati in letteratura relativi alla lunghezza telomerica come marker di invecchiamento sono contraddittori ed inconsistenti, tanto che molti studiosi mettono in dubbio il loro reale ruolo come marker di invecchiamento.

Sta diventando però sempre più evidente, da studi cellulari in organismi inferiori o su cellule in vitro, che la senescenza può essere associata anche a difetti strutturali dei telomeri. Questi difetti, più che il semplice dato della lunghezza, contribuiscono al processo di invecchiamento e possono rappresentare un più nuovo e solido marker di età biologica.

Se tali anomalie si associano ad una più alta prevalenza di malattie croniche età relate, così come l’individuazione di “modulatori” delle stesse, rappresentano nuovi obiettivi di ricerca, volti all’allungamento della vita in salute.

 

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L'esposizione solare ha importanti effetti positivi sull’organismo: stimola la produzione della vitamina D, rinforza le ossa e le difese immunitarie, è un buon antidepressivo. Tuttavia i raggi ultravioletti possono provocare anche danni a pelle e occhi, come eritemi, ustioni, invecchiamento cutaneo, tumori, cheratiti, cataratta e altri. Per questo è fondamentale preparare la pelle al sole ed esporsi in maniera adeguata, seguendo delle piccole regole che possono variare in base all’età ed alle caratteristiche della pelle.

Esporsi in maniera graduale
Molti studi hanno dimostrato che l’esposizione solare eccessiva, soprattutto durante l’infanzia è legata ad una maggiore incidenza nello sviluppo di melanoma in età adulta. E’ dunque fondamentale proteggere i bambini con prodotti solari adeguati e nel caso di pelle più chiara - fototipo basso - utilizzare anche magliette e capellini per evitare scottature. Anche gli adulti, tuttavia, devono seguire delle piccole regole per evitare di procurare danni alla propria pelle: oltre alla scelta di una crema con filtri di protezione UVA e UVB (20 bassa , 30 media e 50 alta protezione) adatta al proprio fototipo, non bisogna dimenticare che l’applicazione deve essere ripetuta più volte durante il giorno e che è sempre necessario evitare l’ esposizione durante le ore più calde della giornata (12.00 -15.00). 

Esfoliare la pelle sì, ma nei momenti giusti
L’utilizzo degli scrub e dei gommage per esfoliare e preparare la pelle al sole può essere certamente utile. Non bisogna trascurare, tuttavia, che con l’utilizzo di questi prodotti la cute diventa più sensibile, per cui è preferibile non usarli nei giorni immediatamente precedenti alle esposizioni solari.

Idratarsi
Una pelle elastica ed idratata è la complice di una corretta abbronzatura.  Idratare è la parola d’ordine per mantenere la pelle in un buono stato, e per questo è fondamentale usare sempre crema idratante durante il giorno e/o applicare le creme doposole. Entrambi i prodotti contengono gli stessi ingredienti fondamentali e cioè acqua, sostanze grasse (di origine vegetale come l’olio di mandorla o il burro di karité o minerale), altri idratanti e umettanti, come la glicerina. La differenza si osserva sopratutto nell’uso di alcuni ingredienti secondari che possono avere una leggera azione rinfrescante e lenitiva, come aloe, bisabololo, pantenolo, mentolo, nella consistenza, generalmente più leggera, e nella profumazione, che spesso nei doposole ricorda quella dei prodotti solari.

Autoabbronzanti sì/ autoabbronzanti no
Le creme autoabbronzanti colorano gli strati superficiali della pelle grazie a una reazione chimica: il diidrossiacetone, principio attivo della crema autoabbronzante, reagendo in modo reversibile con una proteina che si trova negli strati superficiali della pelle, la cheratina, fornisce alla pelle un colorito più bruno. La reazione è diversa da quella dell’abbronzatura, che è data dall’aumento di produzione di melanina, un pigmento naturale prodotto dalle cellule dell'organismo specializzate a questo scopo. Tuttavia, per ottenere il miglior risultato dall’uso dell’autoabbronzante deve essere applicato su cute ben detersa ed idratata, così da evitare il fastidioso “effetto macchia”. Nel caso di pelle sensibile, tuttavia, è sempre opportuno testare il prodotto in piccole aree prima di distribuirlo su tutto il corpo così da prevenire reazioni irritative e/o allergiche.

La giusta alimentazione
I cibi complici della salute della pelle e più adatti da consumare nel periodo estivo sono quelli ricchi di betacarotene e vitamine come la A, E e C: via libera a carote, albicocche, pomodori, meloni, sia per il loro effetto protettivo nei confronti dei raggi solari sia per la loro azione antiossidante. Esistono in commercio, inoltre, integratori alimentari di vitamina C, come l'astaxantina, la luteina, il betacarotene, che possono aiutare a rinforzare le auto-difese della pelle e dei capelli e unghie, ed a ridurre il danno prodotti da un'eccessiva esposizione al sole.

A cura di Elisabetta Fulgione, Specialista in Dermatologia e Venereologia e docente all'Università Vanvitelli.

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Palo Alto Health Care System, California. Concluso il percorso di formazione per due ortopedici del dipartimento Multidisciplinare di Specialità Medico-Chirurgiche e Odontoiatriche della Vanvitelli presso l’Università di Stanford, tra gli istituti di formazione più all’avanguardia per tecniche chirurgiche avanzate sulle protesi ed artroscopia del ginocchio. A promuovere l’iniziativa di collaborazione Alfredo Panni Schiavone, docente di Malattie dell’Apparato Locomotore all’Università Vanvitelli.

Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta.

“Il livello qualitativo dell’Ortopedia è cresciuto enormemente negli ultimi anni sia per l’apporto della ricerca scientifica, che ha permesso di raggiungere traguardi insperati, sia per l’evoluzione delle tecniche chirurgiche mini invasive, che permettono un rapido recupero funzionale con una ripresa precoce delle propria autonomia fisica.” – spiega Panni Schiavone. “Aggiornarsi e mantenersi ad un livello di eccellenza in questa specialità non è semplice se non si partecipa attivamente alle varie manifestazioni scientifiche internazionali, e se non si effettuano scambi culturali tra i vari Centri riconosciuti come sedi di valore scientifico mondiale”.

Proprio per questa ragione si è dato avvio ad una collaborazione scientifica e clinica tra l’Università di Stanford della California e l’Università Vanvitelli, una cooperazione volta a sviluppare, migliorare e completare la formazione scientifica degli specializzandi e dei giovani medici che rappresentano il futuro della chirurgia ortopedica.

“Il poter osservare e partecipare attivamente ad attività cliniche e di ricerca costituisce una esperienza di enorme valore – continua il docente che potrà essere poi trasferita nel proprio posto di lavoro, migliorando così il livello di assistenza clinica e chirurgica fornito, che hanno dimostrato particolare impegno ed interesse in attività cliniche e di ricerca”-.

A volare in California sono stati Giuseppe Toro, specialista in Ortopedia e Adriano Braile, specializzando in Ortopedia, che si sono distinti nella loro attività presso l’Università per il impegno ed interesse in attività cliniche e di ricerca.

“Abbiamo svolto un periodo di formazione presso il Department of Orthopaedic Surgery and Bioengineering della Scuola di Medicina della Stanford university, una scuola che ha all’attivo più di 1200 interventi l’anno sul ginocchio, tra impianto di protesi e revisione delle stesse – spiegano Giuseppe Toro, specialista in Ortopedia e Adriano Braile, specializzando in Ortopedia del 2 anno. Abbiamo avuto la fortuna di affiancare il Prof. Indelli, assistant Professor in Adult Reconstruction, durante tutto l’arco della nostra esperienza americana sulla Protesica di Ginocchio (base e avanzata) e artroscopia di Ginocchio sia in sala operatoria che in reparto ed in ambulatorio. Non sono mancati momenti di scambio con altri professori, oltre che con specializzandi di pari anno, con i quali abbiamo avuto modo di confrontarci direttamente circa casi clinici osservati in loco e presentando alcuni casi trattati invece in Italia - commentano i ricercatori.”

“Ogni componente della nostra faculty ha una specializzazione tecnica particolare e utilizza, appunto, tecniche differenti – spiega Indelli -: in generale, utilizziamo tecniche mini-invasive, la navigazione, i sensori intraoperatori per il bilanciamento legamentoso e siamo all'avanguardia per l'utilizzo di impianti medial pivot.

Nel corso dei mesi di formazione, gli studiosi hanno approfondito tecniche di avanguardia che saranno al più presto introdotte anche nella pratica chirurgica napoletana.

“Si tratta degli impianti di ginocchio medial-pivot, il cui utilizzo risulta molto vantaggioso perchè serve  a riprodurre la cinematica del ginocchio, avvicinandosi a quella fisiologica – spiega Braile - . Inoltre, abbiamo intrapreso uno studio alla Stanford che completeremo qui in Italia circa un argomento di grande attualità, motivo di grosse problematiche per i pazienti e per i chirurghi, ovvero le Infezioni Periprotesiche, un argomento introdotto molto recentemente nella letteratura scientifica internazionale, sperando di poter dare anche il nostro contributo – conclude Toro.

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L’offerta assistenziale del Polo Ostetrico-Ginecologico dell’Università Vanvitelli si arricchisce di un nuovo servizio: “Madri oltre il tumore”, è questa la denominazione del centro nato per offrire alle giovani donne con problematiche oncologiche un unico punto di riferimento nel quale trovare tutte le risposte ai loro quesiti e bisogni riproduttivi.
A fronte del costante aumento del numero di persone che si ammalano di cancro, i programmi di prevenzione e diagnosi precoce e le nuove terapie mediche e chirurgiche consentono tassi sempre maggiori di guarigione e sopravvivenze sempre più lunghe. Aumenta pertanto il numero di donne in età riproduttiva che affrontano e superano il percorso di cure oncologiche: per queste, oltre all’obiettivo prioritario della guarigione dal tumore, è doveroso considerare e rispettare il loro desiderio riproduttivo. Occorre pertanto dare risposte reali alle tante domande che si pone la donna con patologia tumorale: “il cancro può compromettere la mia fertilità? i trattamenti che ricevo possono compromettere la mia capacità riproduttiva o di avere un figlio sano? Posso preservare la mia fertilità? Quando posso provare ad avere una gravidanza? Se ho un tumore in gravidanza, che scelte devo fare?”. Dopo una malattia devastante come un tumore, il sapere di avere delle chance riproduttive è un forte messaggio positivo: già si è superato il tumore e si guarda oltre, si guarda al ritorno a una vita normale con tutti i suoi desideri ed aspettative.
I temi da affrontare in una donna malata di cancro che pensa a un progetto genitoriale sono pertanto complessi e multiformi. Finora la donna è andata in centri, anche di eccellenza, che però hanno affrontato le singole problematiche: la terapia del tumore, o la preservazione della fertilità, o la gestione della gravidanza. L’offerta assistenziale ottimale è invece la creazione di un unico centro che ha la capacità di fornire risposte organiche e complessive a tutte le problematiche, dalla scelta terapeutica, alla preservazione della fertilità, alla programmazione della gravidanza, al seguire la gravidanza ed infine ai controlli post-partum. Questo è realizzabile in una struttura di riferimento nella quale operi, in maniera integrata, un’equipe multidisciplinare costituita da tutte le figure professionali necessarie per far sì che la donna possa condividere i suoi timori, contenere le angosce, ricevere comprendere ed elaborare informazioni corrette ed esaurienti per compiere scelte consapevoli nel complesso percorso che va dalla preservazione della fertilità fino all’espletamento del parto: il ginecologo esperto in Medicina della Riproduzione e in Oncologia Ginecologica, l’Embriologo, l’Oncologo medico, l’andrologo, l’urologo, lo psicologo, il chirurgo.

Il centro è rivolto quindi sia a donne con diagnosi di tumore prima di iniziare le terapie oncologiche, sia a donne in gravidanza con diagnosi di tumore in atto, sia a donne guarite dal tumore con desiderio riproduttivo, ed ha lo scopo di fornire innanzitutto un punto di riferimento per tutte i quesiti della donna e della coppia rispetto ai temi dell’impatto delle terapie oncologiche sulla fertilità e sull’eventuale gravidanza in atto, della strategie per preservare la fertilità, del timing riproduttivo; ma anche di offrire le professionalità e le tecnologie più avanzate per la preservazione fertilità (crioconservazione liquido seminale, crioconservazione ovociti, crioconservazione tessuto ovarico), per la chirurgia “fertility sparing”, per la gestione del tumore nella gravidanza e della gravidanza dopo il tumore, per i controlli oncologici dopo la gravidanza. Insomma, una nuova realtà assistenziale di conforto e speranza per tutte le donne che si sono ammalate, ma che non vogliono abbandonare il progetto di essere “Madri oltre il tumore”.

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Visite gratuite sulla vista fino al 29 giugno. "La prevenzione non va in vacanza", parte la campagna di prevenzione delle patologie oculari per aiutare a tutelare la vista anche d'estate, in collaborazione con la clinica oculistica dell'Università della Campania Luigi Vanvitelli, l’Agenzia Internazionale per la Prevenzione della Cecità e Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti Provinciale di Napoli. Tra i temi affrontati, l’invecchiamento retinico e le patologie degli annessi causate dall’eccessiva esposizione solare; la frequentazione delle piscine e del mare; l’uso di lenti appropriate (con filtri fotoselettivi di prova); la corretta informazione su come idratarsi e alimentarsi adeguatamente per proteggere la vista; la scelta migliore delle lenti a contatto e il loro utilizzo durante i mesi estivi; le allergie e i fastidi agli occhi legati ad ambienti climatizzati e i relativi possibili rimedi (con la distribuzione di integratori e lacrime artificiali offerte dalle aziende farmaceutiche). La campagna estiva di prevenzione è stata patrocinata dai Comuni di Napoli, Pozzuoli e Meta, nonché dal CUS Napoli (Centro Universitario Sportivo) e dall’Ordine Regionale dei Giornalisti della Campania, oltreché con il fondamentale apporto dell’Ottica Sacco e di altre case farmaceutiche.

18-19 giugno: Piazza Vittoria, Napoli (ore 16-19.30)
20-21 giugno: Parco a Mare, Bagnoli (ore 10-14)
22-25 giugno: CUS Napoli, Via Campegna, Napoli (ore 15.30-19)
27-28 giugno: Piazza Ricordo, Pozzuoli (ore 16-19.30)
28-29 giugno: Meta (ore 10-14)

 

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Venerdì 27 e sabato 28 aprile si terrà presso Villa Doria D’Angri il consueto corso di aggiornamento “Argomenti di Gastroenterologia”, giunto alla XX edizione, organizzato dal Prof. Gabriele Riegler dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli, a cui sono stati riconosciuti 12 Crediti Formativi. Il Corso prevede quattro sessioni.

Nella prima si riprenderanno gli argomenti della 1 ^ edizione analizzando cosa è cambiato in venti anni (Reflusso gastroesofageo, Cirrosi epatica, Trapianto di fegato e Patologia del Tenue).
Nella seconda sono previsti interventi su attualità recenti in particolare nuove terapie sia mediche che chirurgiche per la malattia di Crohn (uso di cellule staminali sulle quali la Vanvitelli è uno dei centri all’avanguardia in Italia) e la colonscopia robotica nuova prospettiva in campo endoscopico. Si discuterà anche della più recente terapia marziale e del ruolo di patologie di importazione (Malaria e Parassitosi intestinali).
La terza sessione è dedicata ad argomenti di impatto sociale e di segno diverso: si parte dall’esperienza di “Surgery for Children” nei paesi in via di sviluppo, passando al peso dell’alcol, del fumo e degli stupefacenti sull’apparato digerente, all’influenze culturali/religiose sull’alimentazione ed infine, di particolare importanza per i costi della spesa sanitarie, il ruolo delle “mode” in gastroenterologia. 
Infine la quarta sessione del sabato mattina è come d’abitudine monotematica quest’anno dedicata al timing chirurgico, vale a dire il momento in cui il medico deve porre l’indicazione chirurgica, per sottolineare l’importanza della interdisciplinarietà in questo caso tra gastroenterologo e chirurgo. Gli argomenti trattati saranno: patologia emorroidaria, diverticoli del colon, la malattia di Crohn, i calcoli della colecisti, l’ernia jatale e l’obesità. 

E’ auspicabile il successo dell’iniziativa anche per l’abituale clima informale e soprattutto per la qualità dei relatori tutti esperti e punti di riferimento degli argomenti trattati.

Locandina

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“Innovazioni Tecnologiche in Chirurgia”. Questo il nome del Convegno internazionale, presieduto da Ludovico Docimo, Ordinario di Chirurgia Generale dell’Università Vanvitelli, che si terrà a Napoli il 22 e 23 giugno presso l’Hotel Royal Continental di Napoli.

"Se per alcuni aspetti le innovazioni sembrano rendere l’intervento più semplice e sicuro, per altri sostengono la nobile ambizione di spingere la mano del chirurgo verso orizzonti più lontani, portando a riconoscere le malattie in fase sempre più precoce, ma anche a curare stadi più avanzati, in condizioni talvolta particolarmente complesse, di fronte alle quali nel passato ci si sarebbe arresi - spiega Docimo - la stessa ricerca clinica stimola un progresso tecnologico sempre più raffinato, per cui le complicanze si dimostrano in costante notevole riduzione, pur non potendosi azzerare".

Quali sono i risvolti economici di questo progresso? " Il raggiungimento dell’eccellenza impone inevitabilmente i suoi costi, seppure nel rigoroso controllo degli sprechi - continua Docimo, che dirige la UOC di Chirurgia Generale, Minvasiva e dell’Obesità dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Vanvitelli - ottenendo la riduzione dei tempi operatori e della degenza, in passato inimmaginabili, con la più rapida ripresa sociale, familiare e lavorativa".

E’ prevista la partecipazione di oltre 500 specialisti italiani e stranieri che si confronteranno sulla moderna diagnosi e sull’attuale trattamento delle malattie da reflusso gastro-esofageo, dell’obesità e delle malattie metaboliche, della tiroide e della mammella, in campo colon-proctologico, flebologico e ricostruttivo.

"Come nella “Formula 1” -  conclude - il livello chirurgico è quindi in costante crescita, e impone la costituzione e quindi la selezione di un indispensabile team multidisciplinare di alto profilo, con un irrinunciabile bagaglio di conoscenze e di tecnologia sempre più aggiornato".

programma

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Distrofia Muscolare di Duchenne, corso di aggiornamento - 7 aprile 2018

Si chiama medicina di precisione e, nella pratica, è lo studio genetico che consente a molti bambini ogni anno di poter essere indirizzati ai trials clinici in base al tipo di mutazione. Genetisti, medici e docenti dell’Ateneo Vanvitelli che si occupano di genetica, si sono attrezzati con apparecchiature all’avanguardia, di ultima generazione, e fanno parte di una rete internazionale per il confronto dei risultati, che consente loro di essere un vero e proprio punto di riferimento nel campo delle distrofie e miopatie, tanto da riuscire ogni anno ad effettuare oltre 300 diagnosi di malattie di questo tipo sui bambini.

Le nuove possibilità diagnostiche e la genetica di nuova generazione saranno presentate durante un incontro che si terrà sabato 7 aprile, all’Hotel Excelsior, dalle ore 9, per concludersi nel pomeriggio con una disamina di alcuni casi clinici e il lavoro in 3 distinti, gruppi clinici e genetici, che metterà a confronto medici clinici e medici genetisti. Interverranno i rappresentati dell’UILDM, di Parent Project e dei centri Nemo. La seconda edizione del corso mira a confrontare e valutare il percorso diagnostico personalizzato avviato nel 2017, per i bambini cui vengono diagnosticate malattie genetiche dei muscoli come le distrofie muscolari di Duchenne.
“Il nostro obiettivo – spiega Vincenzo Nigro, professore ordinario di genetica medica all’Università Vanvitelli e coordinatore del gruppo di ricerca dedicato allo studio di malattie genetiche dei muscoli – è quello di estendere e potenziare la rete avviata lo scorso anno. Oggi, grazie a strumentazioni all’avanguardia e ad un’alta specializzazione del nostro personale medico, possiamo dare a tanti bambini risposte certe in tempi brevi, consentendo loro di entrare in protocolli terapeutici personalizzati nel più breve tempo possibile. Il tempo e la specificità delle cure sono due elementi fondamentali per questi piccoli pazienti, che possono consentire loro di avere una vita migliore”.

Il network che si è creato conta circa 40 strutture che si occupano di patologie pediatriche neurologiche di tutta Italia, da Torino all’intero Sud, Sicilia compresa. La rete di specialisti che si occupano delle distrofie muscolari in genere ed in particolare di quella di Duchenne consente la condivisione di dati e l’aiuto all’interpretazione degli stessi, ma anche, laddove possibile, un indirizzo verso le terapie.

 

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A napoli torna la campagna nazionale sull’hs “che nome dai alle tue cisti?”: visite gratuite per chi soffre di cisti, noduli e lesioni dolorose nella zona inguinale o ascellare. Consulti dermatologici gratuiti per i malati di Idrosadenite suppurativa.

Venerdì 22 Giugno a Napoli la nuova tappa della Campagna nazionale informativa e di sensibilizzazione sull’Idrosadenite suppurativa (HS), denominata “Che nome dai alle tue cisti?”, che promuove visite dermatologiche gratuite su prenotazione.
“Che nome dai alle tue cisti?” vede coinvolte 30 strutture ospedaliere ed universitarie su tutto il territorio nazionale in cui gli specialisti dermatologi saranno a disposizione per aiutare chi soffre di HS ad iniziare un percorso di cura presso i centri ospedaliero-universitari che hanno un ambulatorio dedicato ad una patologia ancora oggi misconosciuta e di difficile diagnosi.
L’HS infatti si manifesta con la formazione di cisti, noduli, ascessi e lesioni dolorose nelle aree inguinale, ascellare, perianale, dei glutei e sotto il seno e, meno frequentemente, sul cuoio capelluto, collo, schiena, viso e addome. Il quadro clinico non è sempre facile da riconoscere e può simulare delle comuni “cisti sebacee”o essere scambiata per altre patologie (acne, follicoliti). L’idrosadenite suppurativa è una patologia misconosciuta, molto dolorosa e difficile da diagnosticare. Proprio la difficoltà di diagnosi causa a volte il peggioramento dei pazienti.
Venerdì 22 Giugno presso la Clinica Dermatologica dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, diretta dal Professor Giuseppe Argenziano, chi soffre di HS potrà usufruire di una visita gratuita previa prenotazione.

Per prenotare telefonare al numero 392 8077216 dal lunedì al venerdì dalle ore 9,00 alle ore 17,00.
“Nella nostra Clinica – afferma il Professor Giuseppe Argenziano, responsabile della Clinica Dermatologica dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli – abbiamo un ambulatorio multidisciplinare dedicato ai pazienti affetti da idrosadenite suppurativa in modo da garantire la continuità di assistenza e di trattamento. In particolare la diagnosi e la stadiazione vengono effettuate sia clinicamente mediante scores specifici sia attraverso l’utilizzo di un ecografo con cui stabiliamo la gravità della malattia e valutiamo la risposta al trattamento. Una volta definita la diagnosi e già in occasione della prima visita, il dermatologo si avvale del consulto di altri specialisti fisicamente presenti nella nostra Clinica, quali il chirurgo (per le medicazioni avanzate e l’eventuale rimozione chirurgica di aree cutanee infiammate), il nutrizionista (per l’impostazione di un corretto regime dietetico che consenta anche di ridurre l’infiammazione tessutale) e lo psicologico (per la valutazione dei disturbi cognitivi eventualmente associati). E’ inoltre possibile il confronto con altre figure professionali, quali il ginecologo, il gastroenterologo e il reumatologo, qualora fosse necessaria una consulenza specialistica di questo tipo. Grazie a questo approccio multidisciplinare, il paziente affetto da idrosadenite suppurativa, fin dalla prima visita, entrerà a far parte del gruppo di sostegno con il dermatologo e tutte le altre figure di cui eventualmente ha bisogno, in modo da promuovere l'attività di assistenza sanitaria con un piano di comunicazione integrata”.

“Che nome dai alle tue cisti?” è Patrocinata da Inversa Onlus, l’associazione italiana per i pazienti affetti di idrosadenite suppurativa (HS) nata per sopperire alle necessità e difficoltà dei malati legate alla gestione di una patologia cronica invalidante. L’associazione, fondata nel 2010 da Giusi Pintori, sostiene proattivamente ogni singolo malato, fornendo informazioni e sostegno, con l’obiettivo di aiutare le persone a vivere meglio.

La Campagna “Che nome dai alle tue cisti?” è realizzata grazie al contributo incondizionato di Abbvie.

Per ulteriori informazioni: www.chenomedaialletuecisti.it


L’HS

L’HS (idrosadenite suppurativa), conosciuta anche come malattia di Verneuil, è una malattia cronica non contagiosa e molto dolorosa che colpisce circa l’1% della popolazione mondiale.

La patologia si manifesta con la formazione di cisti e lesioni dolorose nelle aree inguinale, ascellare, perianale, dei glutei e sotto il seno e, meno frequentemente, sul cuoio capelluto, collo, schiena, viso e addome. Le lesioni sono recidivanti e sono costituite da noduli infiammati, raccolte ascessuali, e tragitti fistolosi che esitano in cicatrici permanenti.

L’HS, oltre ad essere molto dolorosa e invalidante nei movimenti, causa un grave e negativo impatto psicologico in chi ne soffre perché costituisce un grave handicap nella vita lavorativa, sociale e sessuale di chi ne soffre.

Le cause dell’HS non sono ancora note ma la malattia provoca l’ostruzione dei follicoli piliferi con conseguente diffusione dell’infiammazione alle ghiandole “apocrine” presenti nelle pieghe cutanee. Spesso infatti, nella fase iniziale della malattia, le lesioni vengono considerate come peli incarniti.

Pur potendosi manifestare a qualsiasi età l’HS si sviluppa normalmente negli adulti con esordio intorno ai 20 anni di età e la possibilità di sviluppare la patologia è maggiorie per le donne rispetto agli uomini.
Alcuni studi hanno dimostrato una componente ereditaria: circa un terzo delle persone affette da idrosadenite suppurativa ha membri familiari con la stessa diagnosi. E’ inoltre dimostrata la correlazione tra HS e obesità e abitudine al fumo.

Benchè, l’interessamento cutaneo sia predominante, l’HS è una malattia infiammatoria che può associarsi ad altre patologie generali in cui c’è un’alterazione del sistema immunitario quali: artrite, psoriasi, morbo di Crohn, acne in forma grave, depressione, disfunzioni metaboliche.

L’HS può colpire in modo differente in forma lieve o in forma grave. In forma lieve si presenta con piccoli noduli o foruncoli mentre nei casi più gravi si possono creare delle fistoli ascessualizzate con secrezione di pus e altro materiale organico maleodorante che rende davvero invalidante la qualità di vita dei pazienti.

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Uno studio su una malformazione cardiaca congenita, la valvola aortica bicuspide, rivela nuovi e importanti aspetti della patologia, aprendo a potenziali sviluppi anche nel campo chirurgico. Il gruppo di ricerca guidato dai dcoenti Alessandro Della Corte e Marisa De Feo, professori di cardiochirurgia presso il Dipartimento di Scienze Cardio-Toraciche e Respiratorie (diretto da Giovambattista Capasso) dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, da più di 15 anni si impegna nella ricerca clinica e di base sulla patogenesi, la stratificazione del rischio ed il trattamento delle forme di dilatazione aortica associate a valvola aortica bicuspide (BAV). La BAV è la malformazione cardiaca congenita più frequente, presente nel 1-2% della popolazione, con un’incidenza maggiore tra i soggetti di sesso maschile, e che predispone all’aneurisma dell’aorta toracica (“aortopatia bicuspide”). Una sempre maggiore comprensione dei meccanismi alla base dell’aortopatia bicuspide potrebbe essere utile per una ridefinizione delle linee guida per l’intervento chirurgico nei pazienti con BAV. La patologia infatti è fondamentalmente asintomatica, benché le sue possibili complicanze acute, prima fra tutte la dissezione aortica, siano gravate da altissima mortalità. Pertanto, l’identificazione di biomarcatori precoci di dilatazione aortica è particolarmente urgente ed è attualmente oggetto di numerose ricerche in tutto il mondo.

Dopo anni di studi, la sinergia tra discipline diverse, dalla biologia molecolare alla diagnostica per immagini, dalla bioingegneria alla cardiochirurgia, ha condotto il Dipartimento di Scienze Cardio-Toraciche e Respiratorie all’identificazione di un potenziale biomarcatore precoce di dilatazione aortica specifico per i pazienti con BAV.

I risultati dello studio sono stati recentemente pubblicati sulla prestigiosa rivista Circulation Research (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28420669), in un articolo scientifico che ha avuto come autori principali Alessandro Della Corte e Amalia Forte, biologa molecolare presso la nostra Università. A rendere particolarmente interessanti i risultati dello studio è il fatto che il biomarcatore circolante identificato, e cioè il rapporto tra i livelli della citochina TGF-1 e della forma solubile del suo co-recettore endoglina, è predittivo della progressione dell’aortopatia specificamente nei pazienti con BAV. Lo studio evidenzia in particolare come un approccio traslazionale alla ricerca su queste patologie dall’espressione fenotipica alquanto eterogenea possa condurre all’identificazione non soltanto di meccanismi chiave nella loro genesi, ma anche di metodi e principi di “precision medicine” per il loro management clinico.
Questo gruppo di ricerca ha in corso ulteriori studi che riguardano le alterazioni epigenetiche associate alla progressione della dilatazione dell’aorta toracica nei pazienti con BAV rispetto a soggetti sani.

“Numerose evidenze sperimentali hanno ormai stabilito il ruolo chiave delle modifiche epigenetiche dell’espressione genica, in particolare ad opera dei microRNA, nelle alterazioni cellulari associate all’aortopatia", spiega la Forte, che sta attualmente guidando una collaborazione in tal senso con l’Università di Lund, in Svezia, ed i cui risultati preliminari sono stati recentemente pubblicati su Heart and Vessels e su BBA-Molecular Cell Research.

Come per numerose altre discipline, in cui ha espresso ed esprime livelli di eccellenza, l’Università Vanvitelli è rappresentata in ambito internazionale anche dal gruppo di ricerca della cardiochirurgia del Dipartimento di Scienze Cardio-Toraciche e Respiratorie, che è diventato ormai un autorevole riferimento nell’ambito della ricerche sulle patologie cardiovascolari ed in particolare sulle aortopatie. Ciò è testimoniato da numerose pubblicazioni sull’argomento in prestigiose riviste scientifiche, ma anche dal contributo apportato da Della Corte nel Consorzio Internazionale per la Ricerca sulla BAV (BAVCon, c/o Harvard University, Boston, MASS) fin dalla sua fondazione nel 2013, dalla sua recente elezione a membro della Task Force dell’European Association for CardioThoracic Surgery sulle patologie del tessuto connettivo che causano malattie aortiche e valvolari, nonché dalla pubblicazione di un numero speciale della rivista Frontiers in Physiology, section of Vascular Physiology, che i docenti Forte e Della Corte hanno curato in qualità di guest editors. Il numero speciale, ora disponibile gratuitamente online anche come eBook (https://www.frontiersin.org/research-topics/5221/the-pathogenetic-mechanisms-at-the-basis-of-aortopathy-associated-with-bicuspid-aortic-valve-insight) include numerosi contributi da parte dei maggiori esperti internazionali del campo.

L’approccio multidisciplinare, i risultati ottenuti ed il network di collaborazioni instaurate evidenziano e confermano il ruolo rilevante dell’Ateneo Vanvitelli nel panorama internazionale dello studio dell’aortopatia bicuspide e delle altre patologie cardiovascolari.

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Il digiuno: croce e delizia degli italiani. Un popolo che ama il buon cibo è però attratto anche da questo nuovo fenomeno che sta imperversando sempre di più nella vita di molti, alla ricerca del benessere psico-fisico. È davvero il digiuno la risposta giusta?
Scopriamolo con il prof. Marcellino Monda, docente di Fisiologia dell'Università degli studi della Campania Luigi Vanvitelli.

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La prima sperimentazione dopo lo studio pilota del Centro di Diabetologia Pediatrica della Vanvitelli in collaborazione con l’Università Federico II

Una ricetta di pizza doc napoletana per i bambini diabetici. Dal gemellaggio delle Università Vanvitelli e Federico II, dalla collaborazione col franchising Rossopomodoro e dell’associazione “L’isola che non c’è”, composta da genitori di bambini affetti da diabete mellito di tipo 1, nasce il protocollo sperimentale Pizzatronic. Una sperimentazione che mira a superare la difficoltà di gestione della glicemia dei pazienti diabetici, specialmente in trattamento insulinico, dopo il consumo del pasto pizza.

Non tutte le pizze sono uguali. I pizzaioli si tramandano da anni l’arte della lievitazione lenta alla base di una pizza più gustosa ma soprattutto più digeribile. Quello che è tradizione non è però dimostrato scientificamente. L’esperimento, condotto da Dario Iafusco, docente della Vanvitelli, e dalla sua equipe del Centro Regionale di Diabetologia Pediatrica “G. Stoppoloni”dell’Università Vanvitelli, si svolgerà in due fasi, tra domani, mercoledì 14 marzo e il prossimo mercoledì 21 marzo.

Appuntamento al Centro commerciale Le Porte di Napoli di Afragola dove i bambini saranno accompagnati prima al cinema (un’attività che consentirà loro di arrivare alla cena riposati e con una glicemia bassa) e poi alle 19 alla pizzeria che avrà preparato la pizza a lenta lievitazione (di oltre 24 ore) con la ricetta messa a punto dai diabetologi della Vanvitelli.I bambini saranno monitorati a distanza fino alla mattina successiva attraverso un dispositivo di microinfusione di insulina e di un sensore glicemico che consentirà ai medici di seguire la fase digestiva della pizza.

“La ricetta che abbiamo messo a punto – spiega Iafusco – durante lo studio pilota, è quella di una pizza a lenta lievitazione che può essere tranquillamente mangiata dai bambini diabetici senza che vi siano controindicazioni di alcun tipo. Una pizza che in questo caso sarà preparata dalla pizzeria, ma che le mamme potranno ripetere anche a casa, cuocendola in un normale forno elettrico”.

L’impasto sarà analizzato sia a crudo che a cotto grazie alla partecipazione del Dipartimento di Agraria dell’Università Federico II, per poter avere un quadro ancora più chiaro e completo della ricetta e del suo impatto sui bambini protagonisti dell’esperimento.

“Mercoledì prossimo si ripeterà tutto nello stesso modo – spiega Angela Zanfardino dell’Università Vanvitelli, responsabile e ideatrice del protocollo – cambierà solo il tipo di pizza. La prossima volta i bambini, sempre nella stessa pizzeria, mangeranno una pizza lievitata solo 8 ore. Attraverso lo stesso sistema di controllo a distanza avremo un monitoraggio in continuo della glicemia, per la loro sicurezza e per aumentare il numero di dati a disposizione degli studiosi”.

Innovazione e tradizione, insomma, per mostrare al modo, con metodo scientifico, il valore della pizza napoletana lentamente lievitata.

 

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