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Nei giorni scorsi, l’autunno si è subito presentato con una repentina variabilità delle temperature, maltempo ed accorciamento delle giornate con riduzione delle ore di luce solare, variazioni che, a nostra insaputa, hanno esposto l’organismo ad una serie di cambiamenti fisiologici e a rischio di sviluppare patologie. I cambiamenti climatici che si verificano dal passaggio dalla stagione estiva a quella autunnale, ed in generale nei cambiamenti di stagione, influenzano non solo le funzioni fisiologiche, ma anche quelle psicologiche. L’inizio dell’autunno coincide anche con il ritorno al lavoro e quindi con un impegno psicofisico e ritmi circadiani a cui ci eravamo disabituati durante l’estate. Il cambiamento stagionale può causare un senso di malessere, stanchezza, apatia, difficoltà a svegliarsi e problemi digestivi (dispepsia, bruciore di stomaco, colon irritabile, stipsi). Inoltre, si può verificare un incremento della caduta dei capelli. L’organismo è esposto ad uno stress termico, che riduce l’efficienza del sistema immune e ad un disturbo psicofisico causato prevalentemente dalla riduzione delle ore di luce solare. I cambiamenti di temperatura, di umidità e di luce causano un rischio di malattie da raffreddamento, spesso ad eziologia virale, di cui i sintomi più comuni sono raffreddore, mal di gola, tosse, febbre e dolori articolari, inoltre, influenzano anche i livelli dei neuromediatori, sostanze in grado di modificare l’umore, causando svogliatezza, astenia, facile affaticamento, insonnia e mal di testa.

La sensibile riduzione di ore di luce solare influenza in maniera negativa la nostra psiche causando temporaneamente apatia, malumore, depressione “stagionale” ed insonnia. Tali manifestazioni sono dovute alla riduzione, nel nostro cervello, di serotonina (ormone del buonumore) e dei livelli del suo derivato, la melatonina, sostanza fondamentale per il ritmo sonno-veglia.

L’arrivo dell’autunno, dunque, può causare una serie di disturbi che incidono sulla nostra salute psicofisica e sulle nostre capacità a riprendere i ritmi lavorativi di prima delle ferie estive. Lo stato di salute con il quale ci presentiamo al cambio di stagione incide in maniera importante sull’intensità dei disagi e quindi, uno stato di buona salute ci aiuta a mitigare gli effetti negativi causati dal cambiamento stagionale. I soggetti affetti da patologie croniche devono cercare di ottimizzare al massimo lo stato della loro malattia per migliorare i disagi che si possono presentare con l’arrivo dell’autunno. I soggetti “a rischio” (diabetici, cardiopatici, nefropatici ed anziani) devono essere sottoposti a vaccinazione antiinfluenzale. Bisogna evitare gli eccessi alimentari, in particolare il consumo di grassi, di prendere troppi caffè e di saltare i pasti, particolarmente la colazione, tutte condizioni che espongono il nostro organismo ad un affaticamento e stress. Al lavoro, bisognerebbe non trascorrere tutta la giornata seduti, quando è possibile fare una passeggiata, magari nei corridoi illuminati dalla luce naturale. Per incrementare l’attività fisica si dovrebbero fare le scale a piedi invece di usare l’ascensore. Di grande aiuto è praticare attività fisica all’aria aperta, anche semplicemente camminare per 30-60 minuti, in quanto favorisce la produzione di endorfine che hanno un effetto positivo sull’umore, riducono i dolori, migliorano l’ossigenazione dei tessuti e lo stato di depressione.

E’ necessario evitare le condizioni che facilitano le patologie da raffreddamento. In particolare, si dovrebbe evitare il fumo di sigarette che indebolisce le difese immunitarie; l’abbigliamento deve essere adeguato, cercando di coprirsi bene e soprattutto essere preparati per i cambiamenti repentini della temperatura (portare sempre un maglioncino ed un foulard e per chi va in moto un impermeabile da utilizzare all’occorrenza); evitare di farsi la doccia con acqua fredda e/o lo shock termico ambientale dopo la doccia; dormire con un adeguato copriletto; evitare di frequentare luoghi troppo affollati dove è possibile entrare in contatto con persone raffreddate o influenzate e quindi esporsi al contagio. Può essere di aiuto prendere le vitamine del complesso B, regolatrici delle funzioni del sistema nervoso e la vitamina C, che rafforza le difese verso le patologie da raffreddamento, aiuta la funzione surrenalica e attiva la produzione di endorfine. Di qualche utilità può essere l’utilizzo di fermenti lattici e di yogurt magri che modulano la flora intestinale. Nei soggetti che hanno già una patologia da raffreddamento è consigliato il riposo a casa in ambiente caldo ed isolato, anche per evitare di trasmette la patologia ad altri soggetti. Possono essere di aiuto l’utilizzo di agrumi, aglio, cipolla, lattuga e zenzero, mentre dovrebbe essere ridotto l’uso di carne rossa, cibi grassi, dolciumi e fritture.

Per prevenire o combattere la malinconia, il malessere e lo stato di depressione stagionale è di grande aiuto avere una alimentazione idonea con cibi in grado di stimolare la produzione di serotonina, ovvero ricchi del suo precursore, il triptofano. In particolare, con l’arrivo dell’autunno, dovrebbe essere incrementato l’utilizzo di cereali integrali e legumi (avena, orzo, farro, fagioli, ceci, piselli) che forniscono carboidrati a lento assorbimento favorendo la sintesi di serotonina ed, inoltre, sono ricchi di triptofano e vitamina B; di verdura fresca (spinaci, cavoli, bieta, carote, zucca, broccoli, funghi); di frutta fresca e secca (noci, nocciole, mandorle); di carboidrati complessi (pasta, pane, riso integrale); di proteine provenienti dalle carni bianche (pollo, tacchino, coniglio), dalle uova e dal latte e latticini che sono ricchi di triptofano; di pesce “grasso” (salmone, tonno, sgombro, sarde, alici) ricco di omega 3 e 6 e dotato di effetto antidepressivo; di usare come dolcificante il miele; di concedersi occasionalmente un pezzetto di cioccolata fondente, eccellente anti-depressivo ed anti-stress.

In sintesi, la prevenzione ed il trattamento delle alterazioni psicofisiche indotte dall’arrivo della stagione autunnale devono essere affrontate con grande buon senso ed equilibrio tra attività fisica, alimentazione, buona gestione delle condizioni stressanti, comportamento idoneo alla stagione ed uso di integratori, il tutto inteso a rafforzare le difese naturali dell’organismo.

Prof. Luigi Elio Adinolfi
Professore Ordinario di Medicina Interna
Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli
Direttore della Scuola di Specializzazione in Medicina Interna e dell’U.O.C. di Medicina Interna.

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Il Punto di Giuseppe Paolisso - Rettore dell'Università degli studi della Campania Luigi Vanvitelli

Lo scorso 20 settembre il ministero dell'Università e della ricerca (Miur) ha attribuito 7.4 miliardi quali Fondo di finanziamento ordinario (Ffo) alle università statali e ai consorzi universitari con una serie di giudizi contrastanti da parte del mondo universitario. Per poter meglio interpretare tali giudizi è necessario però fare alcune precisazioni. In piena crisi finanziaria e in contro tendenza con quanto hanno fatto la maggior parte dei governi dei paesi Ocse, Germania in testa, i governi italiani dal 2008 al 2013 hanno tagliato il finanziamento agli atenei statali di 1.4 miliardi di curo. Questo deprecabile atteggiamento non ha certo favorito l'uscita del paese dalla crisi, anzi ne ha rallentata la soluzione. Dal 2013, quando il Ffo è stato di 6.7 miliardi, si è avuta un'inversione di tendenza raggiungendo i valori attuali con un +9% in 5 anni. Quindi la notizia positiva è che l'Ffo è ora in crescita.

Ma perché i malumori? Bisogna analizzare com'è costituito il Fondo di finanziamento ordinario per capirne le ragioni.

A) Per permettere all'università di crescere e investire, il Ffo deve cresce essenzialmente in voci non vincolate, ma se avviene il contrario (per esempio i fondi per i dipartimenti di eccellenza operazione assolutamente meritoria dovrebbero essere in più e non compresi nel Ffo) è evidente che la crescita è solo apparente, perché il differenziale non entra nella reale disponibilità degli atenei per la loro libera possibilità di sviluppo e di investimenti.

B) Una quota parte del Ffo (105 milioni) è rappresentata dal recupero della No Tax Area. Nella legge di stabilità del 2017 fu introdotto con il parere favorevole della Conferenza dei rettori un ampliamento della fascia di esenzione totale per reddito per l'iscrizione all'università per favorire un incremento del numero degli iscritti. Operazione socialmente eccellente, ma al tempo stesso fu chiesto agli atenei di quantificare il mancato introito in termini di tasse, per avere un ristoro degli stessi con fondi del ministero dell'Università. Il costo totale di quest'operazione si aggirava intorno ai 200 milioni/anno, ma il governo nel fondo di finanziamento ordinario 2017 restituì agli atenei 50 milioni. Il disavanzo generato nei vari bilanci ha obbligato molti atenei a una rivalutazione delle tasse d'iscrizione per i più abbienti con un inevitabile "malumore" da parte degli studenti. Quindi i 105 milioni di quest'anno fanno crescere il Ffo ma generano ancora un disavanzo di circa 100 milioni per la No Tax Area.

C) L'edilizia e i servizi (così come messo in luce dai recenti dati Censis dello scorso luglio) specie al Sud, rappresentano uno dei talloni di Achille degli atenei. E obbligo degli atenei migliorare i servizi agli studenti (magari anche con il contributo delle Agenzie regionali per il diritto allo studio). Tuttavia se la possibilità d'investimenti degli atenei è ridotta per l'insufficiente attribuzione di una quota di Ffo non vincolata, queste possibilità non solo sono estremamente ridotte, ma addirittura contribuiscono ad accrescere il divario Sud-Nord dove gli atenei hanno una capacita/possibilità impositiva collegata al maggiore reddito pro-capite dei propri cittadini. È quindi necessario prevedere un nuovo piano straordinario di interventi per l'edilizia degli atenei che sia aggiuntivo e svincolato dal Ffo.

D) Legare una quota parte del fondo premiale del Ffo alle politiche di reclutamento è un principio di sana meritocrazia che deve considerarsi inviolabile, ma devono esserne meglio definiti i parametri in cui si muove. Se la legge 240 del 2010 prevede che gli atenei possano scegliere per le promozioni di grado tra l'articolo 24 che utilizza solo una selezione interna quindi più limitata e con l'utilizzo di poche risorse, e l'articolo 18 che invece prevede una selezione aperta sul territorio nazionale con più scelta ma con un maggiore dispendio di risorse, poiché l'articolo 24 viene spesso utilizzato dagli atenei che hanno una carenza di risorse (punti organico), siamo sicuri che valutiamo tutti con lo stesso criterio oggettivo che permette di mettere tutti allo stesso livello? O piuttosto a chi ha meno risorse di base rischiamo di attribuire ancora meno risorse aggiuntive? Queste sono in sintesi i maggiori problemi del Ffo e i motivi dei contrastanti giudizi. E però necessario concludere che sebbene tra grandi difficoltà, la crescita del Ffo è un dato di fatto positivo e come tale deve essere accolto, anche se la necessità di alcuni cambiamenti procedurali credo sarà nei prossimi anni ineluttabile.

Tratto da Repubblica del 25 settembre 2018

 

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«Per uscire dalla crisi, l'Anm deve passare attraverso un grande lavoro di riqualificazione complessiva, che purtroppo, come spesso accade, deve partire da tagli. La cosa importante è che siano i più efficienti possibili. I napoletani e i dipendenti dovranno avere pazienza. Per qualche anno prevedo tempi duri per i trasporti. Ma mi auguro sia l'ultimo atto, prima del rilancio di un'azienda storica, che possa diventare di qualità». Non ha dubbi Armando Cartenì, docente di Pianificazione dei Trasporti dell'Università della Campania "Luigi Vanvitelli".
Il risanamento passerà anche per i tagli e la revisione delle linee bus. Era inevitabile? «Un riassetto dovuto. Le linee bus di Napoli hanno grandissimi margini di efficientamento. Ci sono pullman che viaggiano con poche unità, non decine, di passeggeri al giorno. Purtroppo, c'è sempre il dilemma di quanto il diritto alla mobilità vada garantito, anche se per pochissimi. Ma per un'azienda che deve fare affidamento su performance privatistiche, credo che una linea bus debba avere un minimo di redditività per essere garantita».

Non c'è il rischio di un impatto troppo forte sulla città? «La riforma va fatta per gradi e in maniera competente. Si provi il dispositivo per qualche mese. Eventualmente si correggerà. Certo, ci sarà sempre qualcuno che protesterà, ma il bilancio si fa alla fine».

Per alcune tratte si punterà tutto sul metrò, basterà? «La linea su ferro deve essere il fiore all'occhiello della città. E lo sarà sempre di più, con la chiusura dell'anello per Capodichino. In questo quadro vedo anche la Linea 6, un'opera strategica che fa un tutt'uno con la Linea 1, e dovrebbe esserlo anche nella gestione con Anm».

L'evasione sui bus resta sopra il 50%: fenomeno inarrestabile a Napoli? «I dati vanno ponderati. In realtà, gli ultimi studi hanno accorciato la forbice Nord-Sud. Sui bus si evade di più, perché mancano le tecnologie come i tornelli e i ticket elettronici. L'unica leva è intensificare il controllo».

Resta il problema di un parco mezzi vecchissimo, con bus di oltre 20 anni. «È un tema importante. Ma tutta l'Italia ha poco da stare allegra. Il parco circolante nazionale è tra i più vetusti d'Europa. Abbiamo uno spread della mobilità molto accentuato, di 5-7 anni mediamente più vecchio dei paesi industrializzati. E il divario tra Nord e Sud è ancora più accentuato. Paradossalmente, avendo molto da rinnovare, possiamo vederla come un'opportunità. Oggi un bus inquina 6-7 volte più di un'auto. Il governo ha previsto importanti finanziamenti per svecchiare i bus pubblici. E l'occasione per puntare su mezzi ecologici, a gas, metano e elettricità».

Il 3 luglio, l'Anm presenterà il piano di risanamento al Tribunale fallimentare, che si aspetta? «Un'azienda più snella e funzionale. Da un punto di vista sociale, un'azienda pubblica che prospetta tagli di personale sembra poco vincente. Tuttavia, da tecnico, posso dire che oggi il rapporto dipendenti totali rispetto agli autisti è fuori da ogni logica di un'azienda di trasporto collettivo».

Se l'Anm si salverà dal crac cosa accadrà? «Messi a posto i conti, credo che nel breve periodo ci sarà una fase di difficoltà sia per i dipendenti che per gli utenti. Ma servirà da passaggio per il rilancio».

Che ne pensa delle proteste e delle funicolari chiuse per il boom di ammalati? «Non è una bella immagine. Ma è comprensibile: quando un lavoratore si sente minacciato, la prima reazione è la paura. Se i sacrifici saranno inquadrati in un piano strategico in cui sono evidenziate le varie fasi nel tempo, l'operazione può essere letta con maggiore fiducia».

L'ipotesi di un'apertura ai privati? «Non la escludo, ma prima bisogna rimettere l'Anm in salute, attraverso una prima fase di razionalizzazione e rinnovamento e aziendale. La situazione è troppo critica per rendere il mercato appetibile a un soggetto pubblico-privato». 

Tratto dall'articolo de Il Mattino del 27 giugno 2018 di Pierluigi Frattasi

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Il punto di Nadia Barrella, docente di Museologia e Critica artistica e del restauro

Presentata al Dipartimento di Lettere e Beni Culturali un’app dedicata ai consumi culturali. Si chiama ME: Mie esperienze ed è l'app ideata da Stefano Balassone, a lungo vicedirettore Rai e consigliere d’amministrazione della stessa, produttore e autore televisivo e testata dagli studenti del corso di studi Museologia, che ne discuteranno, insieme ad alcuni colleghi da me coinvolti, con il suo ideatore.

Premesse teoriche dell’app l’idea che la conoscenza sia la precondizione del consumo e la necessità di realizzare una porta d’accesso unica e accogliente alle occasioni di cultura e di intrattenimento. L’app ha però anche un’altra funzione. Coglie il punto di vista del fruitore verso le offerte della creatività e consente di riorganizzare il mare magnum delle informazioni sui consumi culturali consentendo di esplorarlo a profondità finora non accessibili. E’ per questa ragione che, d’accordo con Balassone, abbiamo pensato di verificare la possibilità di una sua diffusione territoriale della piattaforma. Procederemo, infatti, coinvolgendo amministrazioni comunali e centri di cultura della provincia di Caserta, per realizzare, a fine 2018 o inizi '19, un incontro di zona che racconti quanto emerga e consentire riflessioni sui consumi culturali. Questi verranno testati attraverso uno strumento in grado di restituire un'immagine molto diversa da quelle solitamente fornite dall'Istat o da altri centri di progettazione culturale»

Ciò che è particolarmente interessante è che il Dipartimento di Lettere e Beni Culturale possa diventare sia uno spazio di sperimentazione di questo strumento, ma anche, data la possibilità offertaci di implementare l'app, uno spazio di scelta e di condivisione di eventi culturali. L'applicazione sarà, infine, uno strumento che connetterà ancora meglio l'Ateneo al territorio, in linea con la cosiddetta terza missione universitaria.
L’app è scaricabile gratuitamente da Play Store e disponibile per Iphone e Android.

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Il Punto di Giuseppe Paolisso - Rettore dell'Università degli studi della Campania Luigi Vanvitelli

Nell'articolo di Federico Fubini apparso sul Corriere della Sera il 4 marzo dal titolo «Rettori indigeni» si sottolinea il parziale immobilismo in cui versa l'Università italiana, a fronte di un maggiore flusso di professori che esiste nelle università nord europee e sopratutto americane. Le conclusioni sono certamente vere ma l'analisi del perché necessita una serie di approfondimenti.

Innanzitutto bisogna ricordare che la Legge Gelmini ha cancellato l'istituto amministrativo del trasferimento, e che gli spostamenti dei professori tra Atenei può avvenire solo per concorso nazionale a cui possono accedere tutti coloro che hanno titolo per farlo, ivi compresi coloro che occupano la stessa posizione presso un'altra università. Quindi se un professore ordinario di Diritto Privato vuole passare dall'Università di Napoli a quella di Tor Vergata deve avere la possibilità di candidarsi in un concorso di professore ordinario che l'Università di Tor Vergata dovrà innanzitutto bandire.

Questo significa due cose: a) c'è la necessità che un Ateneo bandisca un concorso (a cui tra l'atro possono accedere anche coloro che vorrebbero diventare ordinari in quella disciplina e non solo coloro che ambiscono al trasferimento); b) per attivare questa procedura è necessario appostare delle risorse da parte dell'Ateneo che attiva la procedura concorsuale.

Ciò premesso se il concorso va a buon fine e il prof ordinario di Diritto Privato di Napoli va a Tor Vergata quello che si verifica in termini amministrativi e contabili è che nel bilancio dell'Università di Napoli si libera un budget che rientra nella disponibilità dell'Ateneo mentre in quella di Tor Vergata una porzione di budget viene occupata per l'assunzione del nuovo collega di Napoli. Quindi in puri termini di bilancio l'Università di Napoli guadagna budget e quella di Tor Vergata impiega budget. In più se il prof ordinario di Napoli che va a Tor Vergata dispone di fondi di ricerca tipo i Prin (Progetti di ricerca di interesse nazionale) da Napoli non li può trasferire a Roma e quindi li perde. Se invece a vincere il concorso di prof ordinario di Diritto Privato fosse un prof Associato di Tor Vergata, il solo cambio di qualifica interno permetterebbe all'Università di Tor Vergata di risparmiare circa il 75% del budget. E in questo ovviamente ha perfettamente ragione il collega Ubertini di Bologna nel dire che questo meccanismo favorisce indirettamente i candidati interni. Ma la soluzione potrebbe essere abbastanza semplice con una modifica delle legge attuale che magari preveda che dopo almeno 3 anni di permanenza nel ruolo universitario ogni docente diventi «possessore» del proprio budget che lo segue in caso di trasferimento, che dovrebbe avvenire non mediante concorso ma attraverso una chiamata diretta. A quel punto l'Università che perde il docente perde anche il budget (e ovviamente dovrebbe chiedersi il perché) e quella che accetta il docente avrebbe docente e budget e in questo caso guadagnerebbe da entrambi i punti di vista.

Un'ipotesi del genere favorirebbe un maggior flusso di professori incentivando ulteriormente il merito perché i migliori andrebbero dove ci sono più ottimali condizioni di lavoro e non si sentirebbero «prigionieri» delle regole amministrative, incentivando quello scambio di persone e di idee che è sempre stato alla base dei grandi sistemi universitari.

Al confronto e la competizione sarebbero più spinti anche nelle Università statali e, tutti, iniziando dagli studenti, ne trarrebbero benefici incredibili, le Università più forti si rafforzerebbero e quelle minori andrebbero incontro a un naturale ridimensionamento indipendentemente da distribuzioni cervellotiche di finanziamenti per le eccellenze, difficile da capire anche per gli addetti ai lavori. Inoltre questo meccanismo potrebbe favorire fisiologici accorpamenti per creare Centri di Eccellenza per la ricerca e la didattica. Se così fosse, un professore di Napoli potrebbe diventare Rettore a Milano o Palermo e non avremmo più «rettori indigeni», rettori che comunque per svolgere questo ruolo devono avere idea di quelle che sono le necessità e le ambizioni dell'ateneo in cui lavorano e delle esigenze del territorio e che quindi hanno bisogno di tempo dopo un eventuale trasferimento prima di voler ambire a ricoprire quel ruolo.

E' una riforma semplice senza alcun aggravio di costi e dai potenziali grandi risultati per il sistema universitario ma resta da capire perché nessuno ci pensi e la proponga. Ci sarà forse un motivo ma io non riesco proprio a capirlo.

Tratto dal Corriere del Mezzogiorno del 09 marzo 2018

 

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Nel 2018, l’Università della Campania Luigi Vanvitelli rilancia gli investimenti per la ricerca puntando sul capitale umano e sulle tecnologie innovative.

Seguendo il sentiero tracciato dal successo del programma VALERE nel 2017 (VAnviteLli pEr la RicErca: VALERE), l’Università della Campania Luigi Vanvitelli ha pertanto lanciato il PROGRAMMA VALERE-plus investendo oltre 14 milioni di euro nell’anno 2018. Goals del programma VALERE-plus (Valere di più) sono le idee, l’innovazione tecnologica e i giovani, consentendo, in prospettiva, l’ulteriore miglioramento dell’Ateneo e garantendo all’Ateneo una dimensione internazionale.

Ecco, dunque, con VALERE-plus il finanziamento di 40 nuove posizioni triennali per dottorandi (di cui ben 28 riservate a studenti internazionali: candidati con il titolo di studio d’accesso conseguito in terra straniera) e oltre 32 nuove posizioni per giovani talenti a cui attribuire assegni di Ricerca nel 2018. VALERE-plus premia quindi l’internazionalizzazione, agevolando una visione globale della Ricerca nella sua accezione più ampia. Per i candidati di particolare distinzione ed eccellenza nel 2017 è previsto il rinnovo dell’assegno, previa una valutazione dell’eccellenza e dei risultati conseguiti. In tutti i casi, sono garantiti vantaggi economici per gli studenti non residenti in Campania, orientando VALERE-plus all’integrazione degli studenti nazionali ed internazionali per facilitare ancor più la visibilità della Vanvitelli nello scenario internazionale.

VALERE-plus finanzia inoltre bandi competitivi intra-Ateneo e premi di ricerca imprenditoriale per una fusione ottimale fra realtà accademica e industriale. Contestualmente, VALERE-plus ha in sé rigidi processi valutativi che assicurano un controllo meritocratico e una selezione delle migliori idee e dei giovani con più talento, quelli su cui puntare.

Ma premiare i giovani e le idee significa necessariamente credere nelle tecnologie innovative per rendere la Vanvitelli unica sul territorio. Ecco, dunque, una grande novità: un investimento di ben 10 milioni di euro sulle più moderne tecnologie. Non solo l’acquisizione, ma il progresso ‘beyond the state of the art’, con la creazione di nuove tecnologie che permettano l’integrazione dei giovani anche se in formazione, ‘la nostra squadra’, e la realizzazione di nuovi gruppi di ricerca con un taglio multidisciplinare per il nostro Ateneo. In prospettiva, questa strategia affianca l’evoluzione tecnologica a una formazione avanzata, che risponda alla necessità d’integrazione fra formazione e nuovi approcci tecnologici.

Un'ulteriore originalità del programma VALERE-plus sono le tavole rotonde dell’eccellenza (the excellence round tables), l’organizzazione d’incontri con momenti di discussione ed interazione fra punte d’eccellenza internazionale (come ad esempio vincitori di premi Nobel in campi diversi d’interesse della ricerca in Ateneo), i giovani ricercatori, gli studenti ed i gruppi di ricerca multidisciplinare. Uno scambio d’idee per un rapporto diretto e discussione alla pari che crei sinergia fra l’esperienza, l’eccellenza e le giovani menti. In prospettiva quest’atteggiamento virtuoso, orientato verso la diversificazione delle idee, appoggia il confronto delle differenti aree di ricerca spingendo l’Ateneo a migliorare la qualità della ricerca e l’acquisizione d’idee, di fondi per attuarle, in un assetto internazionale.

Per noi della Vanvitelli, investire nel VALERE-plus rappresenta la continuità di un progetto già intrapreso nel 2017 per solidificare la nostra posizione sul territorio regionale e nazionale.

VALERE-plus assicura il conseguimento duraturo di nuove competenze, l’acquisizione di posti di lavoro in sede ed affianca il progresso tecnologico ad una formazione moderna.

Non promesse, ma una solida realtà che sostenga la duratura eccellenza.

 

di Lucia Altucci, docente di Patologia Generale al Biochimica, Biofisica e Patologia generale all'Università degli studi della Campania Luigi Vanvitelli

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Si chiama “Dipendenza da videogiochi” ed ora è ufficialmente una patologia. Perdita del controllo sul tempo dedicato al gioco, obesità e scarsa concentrazione e drastica riduzione delle relazioni interpersonali sono alcuni dei sintomi. La dipendenza da videogiochi sarà infatti inserita nel capitolo delle “Dipendenze comportamentali” nell’undicesima edizione dell’International Classification of Diseases (ICD), che verrà approvata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità durante l’assemblea generale che si svolgerà a Ginevra dal 21 al 26 maggio di quest’anno.

 

Definizione

La Dipendenza da videogiochi è caratterizzata da “un pattern persistente o ricorrente nel comportamento da gioco che si manifesta quando viene data priorità ai videogiochi fino al punto che essi abbiano la precedenza su altri interessi e attività quotidiane, e proseguimento dell’attività video-ludica nonostante il verificarsi di conseguenze negative”. Affinchè sia considerato un disturbo, la dipendenza da videogiochi deve determinare un “significativo danno personale, familiare, sociale, educativo e/o professionale”.

È la prima volta che un disturbo legato all’uso eccessivo dei videogiochi viene riconosciuto ufficialmente dalla comunità medica tra le condizioni patologiche che necessitano di attenzione clinica.

 

Due forme di dipendenza da videogiochi

Quella online (quando il soggetto deve essere necessariamente collegato a Internet) e una offline (in cui il gioco è svolto prevalentemente in solitudine). Si tratta di due forme sostanzialmente diverse da un punto di vista psicopatologico.

Chi soffre della forma da dipendenza online è solitamente una persona molto competitiva, che preferisce trascorrere il tempo libero con gli amici conosciuti in rete, convincendosi che queste relazioni siano più vere e intense rispetto a quelle della vita reale.

Le persone affette dalla forma offline invece sono solitamente chiuse, introverse, timide, con tendenza all’isolamento. Si tratterebbe in pratica di quel disturbo per il quale i giapponesi qualche anno fa avevano coniato il termine di Hikikomori, cioè la tendenza al ritiro sociale.

La dipendenza da videogiochi si presenta in genere negli adolescenti, ma alcuni studi documentano che anche gli adulti over 35 anni possano sviluppare questa forma di dipendenza. Non è ancora nota la reale portata del fenomeno proprio a causa della mancanza di una diagnosi specifica prima della pubblicazione dell’ICD-11.

 

I sintomi

Da un punto di vista clinico, per diagnosticare la dipendenza da videogames è necessario che siano presenti le seguenti caratteristiche: 1) perdita del controllo sul tempo dedicato al gioco; 2) priorità data al videogame rispetto alle altre attività della vita quotidiana (compreso il mangiare, il bere e il dormire); 3) persistenza del comportamento e incapacità di interrompere il gioco nonostante gli effetti negativi e i richiami dei genitori.

Le conseguenze per la salute sono molteplici e sono a carico della sfera psichica, fisica e relazionale. Per quanto riguarda i sintomi psichici, i ragazzi cominciano a mostrare irritabilità, ostilità, aggressività, nervosismo, insonnia, disturbi d’ansia, astrazione dalla realtà.  I sintomi fisici includono obesità, aumento della pressione sanguigna, difficoltà visive, aumento del colesterolo, delle lipoproteine a bassa densità e dei trigliceridi, con rischi per la salute cardiometabolica. Da un punto di vista sociale, si assiste a una drastica riduzione delle relazioni interpersonali, con solitudine, abbandono degli hobbies, calo delle prestazioni scolastiche, difficoltà di concentrazione. Considerato che si tratta di persone giovani, i rischi sulla salute nella vita adulta sono facilmente comprensibili.

 

Lo studio

Il Dipartimento di Psichiatria dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli diretto dal Prof. Mario Maj ha partecipato recentemente a uno studio promosso dal Dipartimento per le Politiche antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri e condotto in tre università italiane (Napoli, Brescia, Pisa), a cui hanno partecipato oltre 3000 studenti universitari italiani. Lo studio, attualmente in fase di pubblicazione su una prestigiosa rivista internazionale,  ha documentato che il rischio di sviluppare il disturbo da dipendenza da videogiochi è maggiore nei soggetti di sesso maschile, mentre le ragazze fanno più frequentemente uso dei social network quali Facebook, Twitter e Instagram.

 

Cosa fare      

Attualmente non esistono trattamenti validati per questo disturbo. La comunità scientifica è concorde nel sottolineare l’importanza della prevenzione della dipendenza da videogiochi. I genitori dovrebbero utilizzare meno gli smartphone e i tablet quando sono a casa con i propri figli, soprattutto nei momenti di incontro delle famiglie come il pranzo o la cena. C’è bisogno di migliorare il dialogo all’interno della famiglia e di promuovere attività familiari condivise, cercando di evitare di rinchiudersi in mondi virtuali in cui non c’è accesso per l’altro. Le scuole dovrebbero sensibilizzare gli studenti all’uso corretto delle nuove tecnologie. Nei casi più seri, sono indicati trattamenti psicoterapici, come la terapia cognitivo-comportamentale e la terapia motivazionale, che si sono dimostrati efficaci nel ridurre la dipendenza e migliorare la partecipazione sociale. Tuttavia, mancano ancora dati sull’efficacia a lungo termine di queste terapie.

 

di Andrea Fiorillo - Dipartimento di Salute Mentale dell’Università Vanvitelli

 

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Il Punto di Giuseppe Paolisso - Rettore dell'Università degli studi della Campania Luigi Vanvitelli

Nelle prossime settimane in tutti gli Atenei italiani ci saranno una serie manifestazioni legate all'orientamento, che dovrebbe permettere agli studenti delle Scuole Secondarie e Tecniche di poter scegliere in modo consapevole la loro Università ed il loro corso di Laurea. Una scelta consapevole, che dovrebbe comprendere la conoscenza dei percorsi didattici ed il desiderio di sentirsi realizzati dal punto di vista lavorativo con un'elevata capacità di raggiungere in tempi sufficientemente rapidi la laurea.

Ma è realmente così? Purtroppo al fronte delle numerose manifestazioni di orientamento organizzate dagli Atenei italiani, più del 20% degli studenti lascia l'Università dopo un solo anno di corso con una tendenza all'aumento negli anni successivi raggiungendo in qualche caso anche il 45% dopo 3 anni dall'iscrizione. A dieci anni di distanza dall'immatricolazione solo il 30% degli studenti si laurea mentre il tasso di abbondano sale al 57% delle iniziali matricole. Solo Medicina ha dei tassi di abbandono tra il 6 e 7% al termine del percorso di studio, probabilmente legato alla selezione iniziale e alla forti motivazioni che spingono uno studente a superare l'esame di ammissione e il relativo ciclo di esami per laurearsi. L'elevato tasso di abbandono universitario pone l'Italia nei posti più bassi delle classifiche europee per numero di laureati in rapporto alla popolazione: solo il 24% dei giovani tra i 25 e i 35 anni porta a compimento gli studi contro il 35% del resto di Europa.

L'abbandono degli studi universitari rappresenta un problema molto serio per il sistema paese in termini di sviluppo dell'economia e del benessere sociale. Ma quali sono le cause dell'abbandono degli studi universitari? Innanzitutto fattori sociali quali la condizione economica culturale della famiglia di appartenza, responsabilità specifiche degli Atenei legate alla qualità della didattica o alla disponibilità di servizi agli studenti, ed infine ma non per ultimo come importanza, una carenza nell'orientamento. In realtà la maggioranza delle manifestazioni di orientamento non sono altro che delle occasioni in cui l'Ateneo cerca di invogliare gli studenti ad iscriversi ad esso. Quindi le manifestazioni di orientamento da meccanismo di comprensione dei processi didattici utili per inserirsi nel mondo del lavoro, si trasformano in processi di marketing per aumentare il numero delle immatricolazioni. In realtà l'orientamento è cosa ben più complessa che la manifestazioni attuali. Infatti l'orientamento dovrebbe divedersi in 3 fasi: orientamento all'interno della Scuola Secondari e Tecniche, in ingresso all'università ed in itinere. La prima fase è quella dell'orientamento integrato Scuola-Università che dovrebbe essere capillare e coinvolgere obbligatoriamente tutte le Scuole Secondarie (e non solo quelle scelte dalle università), partire almeno dal quarto anno delle Scuola Secondaria ed essere basato sulla trasmissione delle informazioni utili a una scelta post-diploma. Quanti studenti degli Istituti Tecnici sanno che in Italia ci sarà bisogno nei prossimi 5 anni di circa 280.000 periti o laureati professionalizzati di cui 49.000 addetti al settore alimentare e 47.000 al settore tessile giusto per citare due rami aziendali che da sempre rappresentano l'eccellenza del made in Italy? Io credo non molti, visto che gran parte degli abbandoni sono anche il frutto degli studi fatti (circa il 29% sono i diplomati ai Licei mentre il tasso sale anche al 60% quando si considerano gli Istituti Tecnici). Certo aver studiato presso gli Istituti Tecnici non può essere una condanna a non iscriversi all'Università ma forse il tipo di preparazione è più adatta ad una rapida immissione nel mondo del lavoro che a proseguire gli studi. La fase dell'orientamento in ingresso consiste nella verifica delle conoscenze in ingresso all'università mentre nella fase dell'orientamento in itinere agli studenti neo-immatricolati con una preparazione più debole sono offerti percorsi didattici propedeutici o di accompagnamento organizzati per gruppi affini proprio per ridurre gli abbandoni. La terza fase è quella maggiormente realizzata nei corsi di laurea tecnologici. Purtroppo però una precisa strutturazione del percorso di orientamento necessita di investimenti in risorse umane e finanziare adeguate che al momento sono del tutto carenti. Si tratta però di un investimento utile che potrebbe permettere di raggiungere l'obiettivo di portare l'Italia più vicino alle medie europee in termini di laureati, salvaguardando la qualità dei corsi di studio ed offrendo una preparazione di qualità ad un più elevato numero di studenti. Un investimento inziale che sarebbe sicuramente recuperato a regime con rilevanti risparmi sulla spesa complessiva, anche se un investimento i cui effetti benefici si vedrebbero nel medio lungo termine e quindi per questo forse non molto gradito alla politica che ama tempi molto più rapidi per la valutazione dei benefici degli investimenti.

Tratto dal Corriere del Mezzogiorno del 20 febbraio 2018

 

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Uno degli obiettivi primari della Vanvitelli è la Ricerca di qualità.

E la ricerca di qualità è dei giovani, originali ed entusiasti.

Seguendo quest’ideale, la Vanvitelli ha pertanto creato il PROGRAMMA VALERE (VAnviteLli pEr la RicErca: VALERE) investendo sulla Ricerca e sul proprio capitale umano oltre 10 milioni e mezzo di euro, solo nel 2017. Target del VALERE sono le idee e i giovani. Stimolare le giovani menti a credere nelle proprie capacità e nel valore della Ricerca. Investire nel VALERE, si ripaga da solo, consentendo in prospettiva un salto di qualità dell’Ateneo.

Ecco perché, VALERE ha finanziato oltre 91 nuove positions per giovani talenti fra RTD-A, assegni di Ricerca, e PhD, solo nel 2017. VALERE finanzia inoltre bandi competitivi intra-Ateneo per i giovani (in modo da avviarli alla partecipazione a bandi internazionali), e premi di ricerca imprenditoriale, curricula di formazione medica volti alla Ricerca (con borsa di studio per tutto il periodo di studio e senza tasse accademiche), dipartimenti di eccellenza, mezzi per l’identificazione di bandi competitivi nazionali ed internazionali, Open Access, etc.

Il programma VALERE tende a valorizzare il numero e la qualità dei giovani ricercatori nel nostro Ateneo creando una ‘squadra’ giovane, ….la primavera della Vanvitelli.

Il programma VALERE premia le idee e i giovani, cerca di evitare la fuga garantendo il rientro e il rinnovo dei cervelli. Assegni di ricerca, PhD positions e RTD-A sono distribuiti in modo equo fra diversi Dipartimenti e collegi delle scuole di dottorato (a rappresentare le diverse aree su cui il nostro Ateneo eccelle), facilitando lo sviluppo di ricerca anche nelle ‘comunità’ numericamente minori o con meno finanziamenti. Contestualmente, però, VALERE ha in sé premi, applicazioni competitive e processi valutativi che garantiscono un controllo meritocratico ed una selezione delle migliori idee e dei giovani con più talento, quelli su cui puntare. Ecco perché VALERE premia anche il rientro o l’internazionalizzazione con posizioni per candidati internazionali o con ampia esperienza estera, onde assicurare l’integrazione dei processi di confronto accademico, facilitando una visione globale della Ricerca nella sua accezione più ampia e garantendo il network, l’evoluzione multidisciplinare e la disseminazione delle idee.

In prospettiva quest’atteggiamento virtuoso, seppur orientato verso la diversificazione delle idee, facilita un miglioramento omogeneo nelle differenti aree di ricerca spingendo l’Ateneo intero a migliorare la qualità della ricerca e l’acquisizione di idee e fondi per attuarle.

Per noi della Vanvitelli, investire nel VALERE rappresenta anche la volontà di recupero e evoluzione sul territorio regionale e nazionale, un mezzo per facilitare l’acquisizione di nuove competenze e posti di lavoro in sede, che, in linea di principio, permettano un flusso Nord-Sud.

VALERE è un’opportunità per tutti, una realtà in cui vinciamo tutti: è l’opportunità per i giovani di dimostrare talento, anche al sud; è l’occasione per il nostro Ateneo di investire nel presente per garantire il futuro.

 

di Lucia Altucci, docente di Patologia Generale al Biochimica, Biofisica e Patologia generale all'Università degli studi della Campania Luigi Vanvitelli

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Dopo il referendum della Scozia è la volta della Catalogna. Il referendum sull’indipendenza tenutosi il 1° ottobre di quest’anno può considerarsi diretta conseguenza della consultazione del 9 novembre 2014 e del risultato delle elezioni tenutesi a settembre 2015 per il rinnovo del Parlamento catalano, quando l’area indipendentista (formata da Junts Pel Sì del presidente secessionista Artur Mas e i radicali separatisti di Cup), pur non riuscendo a conquistare la maggioranza assoluta dei voti, ebbe un’indubbia affermazione raggiungendo il 47,9%. Questi due eventi hanno dato la spinta più recente all’azione indipendentista, culminata con la legge sul referendum del settembre scorso la cui sospensione da parte del Tribunal Constitucional e il tentativo di repressione attuato dal governo spagnolo di Mariano Rajoy non sono bastati ad impedirne lo svolgimento.

Eppure la vicenda rivela evidenti contorni di incostituzionalità al punto da porre problemi di ordine pubblico. Infatti, la Costituzione spagnola del 1978 non contempla la possibilità che le Comunità autonome possano indire referendum e tanto meno referendum secessionisti. Essa sancisce la sovranità del popolo spagnolo nella sua interezza nonché l’unità ed indissolubilità della nazione. Dunque, una secessione implicherebbe necessariamente un emendamento costituzionale (con un procedimento molto complesso) e non può risolversi in una mera dichiarazione unilaterale. C’è da chiedersi allora che peso potrà avere il voto referendario in tutta la vicenda catalana.

Esaminando i numeri, l’evento sembra fortemente ridimensionato: rispetto ai 5,3 milioni di aventi diritto al voto, hanno votato 2.262.424 elettori (pari al 42,2%) di cui il 90% ha votato a favore dell’indipendenza. Se si considera, poi, l’approssimazione con la quale sono state registrate le operazioni di voto, il risultato si presta ad ulteriori aggiustamenti. Ciò, tuttavia, non sminuisce l’importanza della spinta secessionista catalana le cui motivazioni vanno ricercate in ragioni di carattere storico, sociale, politico ed economico. La Catalogna è, infatti, una delle più antiche Comunità autonome, con radici storiche e culturali ben impiantate, orgogliosa della sua identità nazionale e della sua diversità linguistica, al punto da riconoscere la lingua catalana come lingua ufficiale assieme allo spagnolo. Quanto alle rivendicazioni di natura economica, gli indipendentisti sostengono che a fronte di un significativo contributo della regione al bilancio dello Stato spagnolo, il ritorno in termini di benefici sarebbe fortemente squilibrato.

C’è da dire in proposito che con la crisi economica si è ulteriormente rafforzata anche la richiesta di una gestione autonoma delle ingenti risorse fiscali. Ma l’opinione di molti è che queste rivendicazioni non abbiano in realtà un riscontro reale. Certo, se per assurdo la Catalogna riuscisse a proclamarsi Stato autonomo ed indipendente, il primo nodo da risolvere sarebbe quello dei rapporti con l’UE dalla quale si troverebbe improvvisamente fuori con tutti gli effetti che hanno accompagnato la Brexit.

Non è da escludere che anche questo aspetto abbia indotto martedì scorso Carles Puigdemont, Presidente della Generalitat (l’apparato amministrativo-istituzionale per il governo della Comunità autonoma della Catalogna) a proclamare dinanzi al Parlamento catalano, la cui seduta per la dichiarazione di indipendenza era stata precedentemente sospesa dal Tribunale Costituzionale, l’indipendenza della Catalogna per poi sospenderla al fine di avviare i negoziati con l’esecutivo centrale. Una riapertura del dialogo, dunque, per ridurre la tensione con Madrid.

di Carmine Petteruti, docente al Dipartimento di Scienze Politiche Jean Monnet

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Perché tante donne e ragazze sono ancora vittime di violenza. Ce lo chiediamo tutti, al di là di chi se ne occupa per lavoro.

Se poi la violenza colpisce giovani ragazze, dell’età anche di molte studentesse delle superiori o dell’università, questo impressiona ancora di più. E quello che spaventa e indigna è anche che gli artefici di quelle violenza sono anche loro spesso molto giovani, di buona famiglia, persone qualsiasi.

C’è qualcosa che può preservarci dal rischio della violenza? Rispondere NO, è inquietante. Anche perché la violenza è una scelta, non è un ‘virus’ che viene da un altro paese e ci sta invadendo e per contrastarlo e difenderlo dobbiamo combattere contro qualcosa o qualcuno che è lontano, è distante. La violenza contro le donne non è un problema di ‘sicurezza pubblica’. Non è una questione che va affrontata con gli stessi strumenti o politiche con cui si cerca di prevenire e contrastare il terrorismo. Tutte le forme di terrorismo, o di criminalità organizzata.

La violenza contro le donne che ha origine nei secoli ha radici culturali, sociali, storiche, relazionali profonde. Forse anche per questo che è così difficile da debellare.

Molti non la riconoscono, perché molte forme di violenza non si ritengono nemmeno tali. E non importa quello che dice la nostra legge e il codice penale. Pensiamo al delitto di onore (ex art. 587 c.p.) che prevedeva una pena che andava solo dai 3 ai 7 anni in caso di omicidio commesso dal marito che scopriva la moglie averlo tradito e per preservare il suo onore (misogino) la uccideva.

Oggi nel nostro paese così come in molti paesi occidentali ci sono leggi severe, che riconoscono la violenza contro le donne come un reato grave, in tutte le sue espressioni. Dal 1 agosto 2014 è entrata in vigore la così detta Convenzione di Istanbul ratificata anche dall’Italia che prescrive ai Paesi che ad essa hanno aderito tutta una serie di strategie di prevenzione, di protezione e di intervento volte alla eradicazione della violenza di genere.

 

Ma le cronache ci ricordano altro. E allora se andiamo anche a valutare le ricerche fatte in questo ambito capiamo anche come la legge da sola non basta. Emerge infatti da studi fatti anche presso il nostro Ateneo (Dipartimento di Psicologia, www.sara-cesvis.org) che quando si parla di violenza contro le donne, non si guarda a questi reati con la stessa ‘obiettività con cui si guarda e quindi si gestiscono altri reati contro la persona. Si cercano e si utilizzano spesso fattori così detti ‘extra legali’ che non hanno niente a che vedere con quello che realmente accaduto ma che vengono utilizzati per colpevolizzare la vittima, per ridurne la credibilità e per giustificare in parte quello che accade. Stereotipi, preconcetti spesso di matrice misogina ma che anche dalla ricerca scientifica si vede che interferiscono con le decisioni che devono prendere professionisti nel prestare aiuto alle donne vittime ma anche con le azioni che tutti, amici, vicini di casa, passanti potrebbero e dovrebbero mettere in atto quando vengono a conoscenza di un caso di violenza. E invece spesso si rimane in silenzio. E il silenzio e l’isolamento per una donna che subisce violenza è terreno fertile per chi la perpetra.

Se poi una giovane ragazza scambia il controllo, la gelosia, la sopraffazione come indice di qualcuno che ti ha a cuore, comprendiamo come sia ancora più complesso uscire dalla violenza perché sono le stesse donne che subiscono violenza, anche le giovanissime, a trovarsi in un circolo vizioso dal quale il loro aguzzino, da abile regista, muove le scene. Ma una donna, una giovane ragazza in queste condizioni si indebolisce, ha paura, è confusa, teme, ma ha anche paura del giudizio. Alcune ragazze, ma anche donne adulte, hanno un tale bisogno di attenzione e amore e protezione, e spesso hanno anche bassa autostima, che credono alle promesse, all’affetto simulato a volte travolgente e struggente che alcuni di questioni maltrattanti abilmente mettono in scena. E la trappola è scattata, e la donna, la giovane ragazza non si rende conto del perfido meccanismo in cui è stata intrappolata.

Ma un’alternativa c’è.

Parlarne. Con la collega, con l’amica, con un familiare o con uno dei centri antiviolenza sul territorio (i numeri si trovano al 1522). La Cooperativa EVA con i suoi numerosi sportelli su territorio Casertano e Campano può con discrezione ma professionalità ascoltare a aiutare la donna a capire cosa le accade e se si tratta di violenza, qualsiasi forma di violenza, trovare il modo di uscirne fuori indenne.

Anche al Dipartimento di Psicologia da anni ci occupiamo di queste tematiche al Centro Cesvis e attraverso sia studi, sia corsi di formazione (http://www.psicologia.unina2.it/it/alta-formazione/corso-di-alta-formazione-per-esperte-i-nella-gestione-dei-casi-di-violenza-di-genere-maltrattamenti-e-stalking-e-nella-valutazione-del-rischio-di-recidiva) sia grazie alla valutazione del rischio (www.sara-scesvis.org) e con lo sportello di ascolto, possiamo con discrezione e nel rispetto della privacy aiutare a capire meglio cosa accade e cosa si può fare.

A breve stiamo anche per lanciare, primo in assoluto a livello nazionale, un insegnamento ad hoc sulle relazione pericolose da vari punti di vista e approcci (psicologici, giuridici e medici) disponibile per tutti gli studenti della triennale che avranno così le basi, a prescindere delle loro professioni future una conoscenza di cosa è la violenza contro le donne e come poter riconoscerla e prevenirla o ridurla.

di Anna Costanza Baldry, Dipartimento di Psicologia

 


Per maggiori informazioni:

http://www.sara-cesvis.org/

http://www.sara-cesvis.org/index.php?option=com_content&task=section&id=23&Itemid=148

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Comunicare l’Università: le ragioni di una scelta.
Comunicare una istituzione pubblica come quella di una università non è mai operazione semplice nel suo posizionarsi – il processo progettuale e gli obiettivi della comunicazione – in quella linea sfumata nella quale le teorie del branding si intrecciano con la comunicazione di pubblica utilità o, ancora più specificatamente, con la comunicazione degli istituti di cultura.

Lungi dal voler stilare una ricognizione storica su quella stagione della Grafica di Pubblica Utilità1 che tanto ha animato il dibattito degli anni ’80 e ‘90, ci preme sottolineare, in questa sede, come la necessità di costruire una propria identità, per gli istituti universitari, sia diventato, oggi più che mai, un imperativo. Ma non perché un Ateneo sia assimilabile a un prodotto da commercializzare - tutt’altro – ma quanto invece perché il suo sistema identitario diventa strumento di connessione e dialogo attraverso la declinazione di artefatti, cartacei e digitali, che non a caso, proprio nel catalogo della mostra parigina del 1988 al Centre Pompidou- Images d’utilité publique – furono definiti “oggetti pubblici”2 .

Questa definizione è più che mai attuale e chiarisce l’aspetto centrale del ruolo prima di tutto sociale che un sistema identitario per una istituzione pubblica deve avere che non è solo strumento per diffondere il proprio brand quanto, invece, per comunicare la propria policy e affermare il proprio ruolo politico, di governo, culturale, e anche strategico in relazione al territorio nel quale si inserisce, al network nazionale e internazionale nel quale vuole vivere e per quell’utenza, interna ed esterna, che è il vero attore della vita di un Ateneo. Un vero strumento di dialogo, quindi, che non può essere demandato solo al disegno di un “logo”, magari esteticamente anche gradevole, ma privo di quei contenuti valoriali che un falso sistema botton up non sarebbe in grado di fare evolvere, bensì una vera e propria architettura di brand, capace di veicolare valori condivisi e documentati, costruiti attraverso una visione strategica e di sistema.

Queste, tra le altre, le ragioni che hanno accompagnato la giuria interazionale dalle prime fasi di apertura dei plichi e analisi dei progetti, fino alle valutazioni conclusive, per un concorso internazionale – aperto a tutti i progettisti e vincolato dall’anonimato - che si presentava come una sfida non facile, sia per i suoi aspetti tecnici che di contenuto. Il bando infatti, e il brief allegato, richiedevano la progettazione di un sistema identitario in grado di poter essere declinato su un doppio registro – uno istituzionale di rappresentanza degli organi di governo dell’Ateneo e delle sue strutture – e uno più divulgativo e friendly – in grado di aprire ad un pubblico più ampio non necessariamente interno all’istituzione. Operazione non facile laddove i due registri, seppur differenziati, avrebbero dovuto comunque convergere su un sistema di identificazione unico, forte e a chiara riconoscibilità.

Altro aspetto di non facile gestione, la necessità di staccarsi da un segno, il precedente emblema, che seppur nel suo tentativo di rievocare origini storiche, attraverso la forma a medaglia, di fatto lasciava intravedere nella declinazione debole degli elementi iconici coinvolti, la sua reale giovane età. L’inversione narrativa che quindi si è voluta dare, con il cambio di naming prima e con il concorso di rebranding poi, ha voluto significare diverse cose: da un lato la necessità di fare chiarezza sulle proprie origini rivendicando la propria natura contemporanea come vantaggio competitivo laddove la connotazione storica la si è ricercata nella relazione con le radici del territorio, italico, nel quale l’Ateneo vive; dall’altro lato, la natura reticolare dell’Ateneo, lontano dai “palazzi” di matrice ottocentesca, si presenta con una sua natura pulviscolare e diffusa in grado di costruire una vera e propria relazione con il territorio. Una tessitura acentrata attraverso la quale veicolare la natura dinamica dell’Ateneo come valore strategico.

Il concorso come forma di partecipazione.
Questi i presupposti alla base del concorso internazionale bandito dall’Ateneo con la supervisione di Aiap - Associazione italiana design della comunicazione visiva, e che ha contato 140 plichi dei quali 13 arrivati fuori termine (e, quindi, non valutabili) da diversi paesi di provenienza tra cui Spagna, Grecia, Croazia, Portogallo, Germania e molti altri ancora a riprova dell’interesse suscitato nella comunità internazionale dei designer e a riprova della serietà del processo adottato. Un processo in linea con le direttive internazionali di Ico_D International Council of Design3, in merito a concorsi di questo tipo e che prevede, tra le altre, l’obbligo dell’anonimato per i partecipanti, tempi di realizzazione adeguati al lavoro richiesto, trasparenza delle norme di valutazione, definizione precisa del tema e dei materiali richiesti, predisposizione di una adeguata documentazione, congruità dei premi, giuria qualificata che comprenda esperti di comunicazione e/o progettazione grafica4. Elementi questi, tutti presenti nel bando così come la presenza, in giuria, di due esponenti di spicco nel panorama internazionale del progetto.
Parliamo di Ruedi Baur, designer di fama internazionale, già membro Agi Alliance Graphique International5, fondatore della rete interdisciplinare Intégral Concept per la quale dirige i laboratori di Parigi, Zurigo e Berlino; docente dal 1987, coordinatore del dipartimento di design della École des Beaux-arts di Lione, professore presso la Hochschule für Grafik und Buchkunst di Lipsia, di cui è stato rettore dal 1997 al 2000. Nel 2004, ha fondato l'istituto di ricerca Design2context presso la Zürcher Hochschule der Künste (ZHdK) e dal 2011 insegna presso l'Università di Arte e Design di Ginevra, alla École des Arts décoratifs di Parigi e regolarmente in Cina alla Luxun Academy di Shenyang, al CAFA di Pechino e alla École internationale de Percé di Percé, legata a Université Laval à Québec che gli ha conferito un dottorato honoris causa nel 2007. Tra i tantissimi progetti da lui ideati ci limitiamo a segnalare: l'identità visiva per il Centro Pompidou, quella per Chambord Parco, e la Cité internationale universitaire de Paris. Attualmente sta lavorando al sistema di identità visiva del La Sorbonne di Parigi.
Ma parliamo anche di Astrid Stavro, designer italo-spagnola, anch’essa membro AGI del quale attualmente è segretario generale. Designer pluripremiata, fonda la Atlas a Palma de Mallorca e New York lavorando, tra gli altri per: Phaidon, Camper, IBM, BMW, Random Houdìse Mondadori, Laurence King, Museo National Centro de Arte Reina Sofia, Mirò Foundation, Lars Müller Publishers e il Design Museum di Barcellona. Astrid Stavro ha accumulato oltre 300 premi in importanti concorsi internazionali di design, tra i quali la Graphite Pencil alla D&AD quale migliore agenzia internazionale del 2015, scrive per numerose riviste internazionali di design e attualmente è direttore creativo e redattore della rivista Elephant. Designer leader dell’AIGA di New York, Graphic designer Master, membro della Società Internazionale di progettisti grafici (ISTD) e membro del Consiglio ADG (Associazione Spagnola dei Progettisti Grafici).

Due presenze di indiscussa autorevolezza, quindi che, nei tre giorni fitti di valutazione, ha impresso un metodo di lavoro severo e attento attraverso il quale ogni progetto pervenuto è stato discusso, analizzato e valutato non solo per la sua forza comunicativa ma anche per la sua capacità di aderire alle istanze dell’Ateneo e alle indicazioni evidenziate nel brief.
Il progetto premiato si è rivelato essere, a chiusura della graduatoria, e ad apertura delle buste, a firma di Dario Curatolo, architetto e designer che vive e lavora a Roma, già membro del comitato scientifico della Triennale di Milano e membro del direttivo ADI.

Un sistema aperto
Entrambi i giurati, insieme agli altri membri della giuria –Patrizia Ranzo, decano di design, Cinzia Ferrara Presidente Aiap e Giuseppe Paolisso quale rappresentante istituzionale dell’Ateneo, hanno valutato il progetto premiato per la capacità di essere un sistema aperto, gestibile sul doppio registro – istituzionale e colloquiale – richiesto dal bando e anche, per il suo carattere da un lato assertivo - la base solida costituita dal simbolo “V” sintesi della “U” ripresa dalla scrittura epigrafica latina e dalla “V” di Vanvitelli, compenetrate in un unico segno distintivo espressione del passato e del futuro dell’istituzione, e dall’altro lato, incredibilmente aperto, in grado non solo di accogliere le differenti anime dei saperi scientifici presenti nei vari dipartimenti, ma anche rappresentare un tessuto, connesso e variabile, in grado di costruire elementi narrativi a carattere dinamico, riaffermati e ricreati continuamente.
Il sistema infatti, prevede tre differenti registri comunicativi:
un primo livello, istituzionale, dove il naming dell’Ateneo si accompagna al segno/simbolo che riassume in sé il senso della “V” capitale messi in raccordo grazie alla coppia dei due punti, segno di punteggiatura dell’alfabeto, che si antepone alla seconda parte testuale del marchio in cui è riportata la denominazione dell'Ateneo. Espediente questo che ha consentito di riassumere, in un unico sistema, descriptor e valori; la radice culturale – il riferimento storico a Vanvitelli e alla sede casertana - e allo stile istituzionale proprio di un Ateneo trasferito attraverso l’elegante scelta del Baskerville quale font per la denominazione; ma allo stesso tempo, attraverso la forma sintetica e asciutta della capitale “V” un senso di profondo radicamento nella contemporaneità.
Un secondo livello, solido nella sua matrice principale –la “V” capitale con i due punti, e variabile nella seconda area del campo nella quale la denominazione dell’Ateneo cede il posto ai vari significati specifici dei singoli dipartimenti o delle singole aree disciplinari. Come a dire: la Vanvitelli è. E ogni volta è un aspetto specifico della didattica, della ricerca, del sapere contestualizzato in un simbolo, in una immagine, in una firma. Un sistema aperto pronto ad accogliere e ad assimilare le differenti anime dell’Ateneo.
Il terzo registro, invece, si pone come matrice generativa laddove il modulo quadrato puntinato diventa base costruttiva in grado di generare infiniti campi visivi. “Forme senza confini”, così le ha definite il designer autore del progetto, che creano pattern modulabili su qualsiasi superficie e che da un lato rafforzano il sistema identitario principale sistema dall’altro lato consentono declinazioni variabili e dinamiche. Una interpretazione sobria delle indicazioni poste del brief, che non scivola nell’eleborazione di immagini meramente decorative, bensì diventa amplificatore evocativo, rimandando sempre alla matrice principale del segno istituzionale.

Un progetto molto contemporaneo, quindi, che si pone come un sistema narrativo composto da diversi elementi intercambiabili ma riconducibili ad una unità comune e riconoscibile. Un sistema forte nella sua essenzialità e che ci riporta a paradigmi di lontana memoria, quel less is more, che in tempi di overproduzione di immagini stabilisce un principio di rigore nella gestione di un sistema identitario come quello del nostro Ateneo, per sua stessa natura complesso, policentrico, dinamico e aperto.

Guarda la gallery

di Daniela Piscitelli, docente del Dipartimento di Ingegneria Civile, Design, Edilizia e Ambiente dell'Università degli studi della Campania luigi Vanvitelli

 


1Nel suo saggio “Cultura del design e design per la cultura” Dario Scodeller traccia con grande attenzione gli episodi storici che intrecciano la stagione della Comunicazione di Pubblica Utilità con la nascita della Università Europea. Pag 6 Scodeller, etc etc…..
2Una interessante ricognizione sulla comunicazione pubblica e per le università la si trova in Dario Scodeller, “Culture del design e Design per la cultura” in Veronica dal Buono, Comunicare l’Università, collana Media MD, 2016
3A questo link è possibile visionare le norme complete: http://www.aiap.it/documenti/8051
4Al seguente link è possibile scaricare tutta la documentazione del bando: http://www.aiap.it/notizie/14928/
5l’AGI è un “club” internazionale i cui parametri di ingresso sono severissimi e molto restrittivi. Farne parte significa aver superato una serie di valutazioni internazionali e giurie di selezione. Per ulteriori informazioni: http://a-g-i.org

 

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